



Il 2026 rappresenta un anno importante per noi italiani in quanto ricorrono gli 80 anni dalla nascita della nostra Repubblica, ma anche gli 80 anni dall’elezione dell’Assemblea costituente, quell’assemblea che ebbe il compito di scrivere la nostra Costituzione, e gli 80 anni da quando le donne nel nostro Paese poterono per la prima volta votare ed essere elette.
Il 10 marzo 1946, infatti, fu concesso finalmente alle nostre donne, nei Comuni in cui si svolsero le Elezioni Amministrative, di recarsi alle urne. Per festeggiare questo storico risultato, Teresa Mattei, giovane dirigente dell’Udi (Unione Donne Italiane), poco prima di diventare il più giovane membro dell’Assemblea costituente, scelse un fiore da regalare a tutte le nuove elettrici: la mimosa. Un fiore povero, che sboccia spontaneo, bello e profumato, proprio all’inizio di marzo. Un fiore che ancora oggi è il simbolo della Festa della Donna.
In quella occasione la giornalista Sibilla Aleramo, ponendo l’accento sul fatto che le donne, grazie al voto, fossero passate ad un ruolo finalmente attivo sulla scena pubblica scrisse su “Il Giornale del Mattino”: <<Siamo chiamate ad assumere parte della responsabilità che finora hanno avuto solo gli uomini. […] Non avevamo colpa alcuna degli errori e delle follie che accadevano tra popoli e popoli, né delle ingiustizie che si perpetravano. Oppure ne avevamo soltanto indirettamente perché potevamo comunque tentare di influire sullo spirito degli uomini. Oggi non più […]. Oggi che il voto ci è stato elargito prendiamo sulle spalle per il futuro metà del peso che grava sui nostri compagni, padri, sposi, figli, amici>>.
E così il giorno delle elezioni, si recò alle urne circa l’89 per cento delle elettrici aventi diritto. Un’affluenza altissima, a dimostrazione di quanto le donne fossero consapevoli dell’importanza dell’appuntamento che per loro rappresentò il 10 marzo 1946: una data storica. Come scrisse Gesuina Equatori: <<Il 10 marzo per noi donne rimarrà una data indimenticabile. Ad Arezzo abbiamo visto percorrere le strade donne ansiose di raggiungere il seggio elettorale, convinte di andare ad eleggere una volta per sempre quegli uomini e donne che meglio sapessero portare al popolo quanto è stato fino ad oggi ad esso negato. Hanno compreso ormai anche le donne che non può risorgere la democrazia senza la loro partecipazione>>.
Ed infatti la percentuale di partecipazione dell’elettorato femminile risultò pressoché identica a quella maschile, anche se si distribuì diversamente, specie nelle città più piccole rispetto a quelle più grandi.
Come denunciò Vogliolo, nelle maggior parte dei comuni, eccetto i capoluoghi di provincia, le donne non erano rappresentate fra i candidati. Ciò, per il giornalista, derivava sia dal fatto che: <<non è sempre facile trovare delle donne idonee ad essere incluse nelle liste dei candidati; ma molto più spesso, invece, ciò deriva da sottovalutazione, e anche diciamolo pure, qualche volta dal timore di rinunciare a qualche nostro candidato in favore di una donna>>. Vogliolo criticò, inoltre, l’ingratitudine maschile nei confronti delle donne che parteciparono alla Resistenza e lo scetticismo, ancora imperante, sulle capacità di direzione del genere femminile.
Un fenomeno che purtroppo rimarrà una costante nel nostro Paese e che fu evidenziato anche dalla comunista Egle Gualdi la quale sostenne che: <<portare molte donne nella vita comunale significa fare il primo passo verso la vita politica, preparandole a nuove conquiste politiche e sociali>>.
Altro fatto rilevante, in occasione delle Elezioni del 10 marzo 1946, fu che per la prima volta le donne si cimentarono in comizi e campagne elettorali. Esse, infatti, furono “mandate avanti” dalle varie organizzazioni politiche che erano convinte che “le donne dovessero parlare alle donne”.
Tuttavia, sebbene molte donne fossero fiere di potersi finalmente candidare, altre, al contrario, lo fecero soltanto per spirito di sacrificio, perché fu loro richiesto. Ciò perché, purtroppo, in molti erano ancora convinti che l’entrata in politica per le donne sarebbe stato negativo, in quanto tale ingresso le avrebbe messe in cattiva luce e avrebbe contribuito a “mascolinizzarle”.
I giornali, poi, oltre a riportare le varie posizioni sul voto femminile, prestarono grande attenzione su “come” votare. Per questo cercarono di dare alle lettrici molte informazioni pratiche. Addirittura “Il Popolo” dedicò un intero articolo alla descrizione di un seggio elettorale. Molti, ancora, all’indomani dell’appuntamento elettorale, commentarono la numerosa presenza femminile ai seggi, rimarcando soprattutto la compostezza con cui le elettrici, contadine e signore, monache e belle ragazze, avessero espletato il loro diritto di voto dimostrando la consapevolezza della grande valenza storica del momento.
L’esito restituito dalle urne decretò l’elezione di oltre duemila candidate. Una bella affermazione, specie se si pensa, come già accennato, all’esiguo numero di candidate. Un dato che fu così commentato dal segretario del Partito Socialista Pietro Nenni: <<penso che le donne porteranno nella vita politica una nota di gentilezza che forse contribuirà a renderci tutti migliori>>.
Ma il 1946 portò un altro storico appuntamento elettorale, il Referendum del 2 giugno. La campagna elettorale che precedette il voto fu molto partecipata e dai toni accesi. Le donne anche in quella occasione ebbero un ruolo importante sia come candidate che come elettrici, nonostante ancora le poche proposte.
Come spiegò la comunista, poi eletta all’Assemblea Costituente, Teresa noce:<<Vennero scelte le donne che erano più popolari, che avevano più lavorato nella Resistenza, che si erano sacrificate>>.
Spesso furono proprio donne a proporre altre donne. Tutte, o quasi, portarono avanti la loro campagna elettorale soprattutto attraverso i comizi in giro per tutta la penisola. Un impegno che fu riconosciuto e apprezzato, tant’è che le varie candidate furono lodate per le loro capacità oratorie. Le candidate parlavano dai palchi in maniera più semplice degli uomini, erano meno polemiche ed aggressive, e questo piaceva agli spettatori. Anche se non mancarono gli ambienti in cui si continuava ad avere delle perplessità riguardo alla partecipazione femminile in politica.
Molte candidate, inoltre, furono molto attive sui giornali inviando dei pezzi scritti direttamente da loro.
Ma c’è un altro tratto distintivo della campagna elettorale, e cioè che le donne parteciparono per la prima volta ai comizi in qualità di elettrici. Come riportò la sindacalista e politica Rina Picolato:<<Partecipano numerose ai comizi, stanno per delle ore in piedi coi bimbi in braccio, e sono generalmente le più attente e le più entusiaste di sapere […] Intervengono più numerose ai comizi dove sanno che vi sarà una donna che parla>>.
Inoltre, per arrivare all’elettorato femminile, i partiti stamparono volantini a loro dedicati con martellanti appelli. Questo perché all’interno delle varie fazioni si temeva che le donne non si sarebbero recate alle urne o, peggio ancora, che avrebbero votato a favore della monarchia.
Perciò, anche per il referendum, quotidiani e settimanali, dedicarono ampio spazio alla campagna elettorale dando delle spiegazioni concrete su come si dovesse votare. Il grande timore era che i simboli della monarchia e della repubblica, potessero creare confusione negli elettori e, soprattutto, nelle elettrici. Inoltre, si cercò di spiegare come le schede andassero inserite nelle urne e tra queste spiegazioni, ancora una volta, vi furono quelle che riguardavano espressamente le donne. La più importante fu quella relativa al fatto che le elettrici avrebbe dovuto recarsi al seggio elettorale senza rossetto sulle labbra, per non sporcare la scheda che doveva essere umettata e incollata, pena l’invalidazione.
Questo perché qualunque segno, anche involontario, avrebbe comportato l’annullamento del voto poiché sarebbe stato ritenuto un segno di riconoscimento.
Tutto ciò perché era opinione comune che il 2 giugno per il nostro Paese avrebbe rappresentato l’inizio di una nuova epoca di pace e ricostruzione alla quale le donne erano chiamate a dare il loro contributo.
Il giorno della votazione fu riportata poi la notizia di donne, di ogni età e condizione fisica, che pazientemente fecero ore ed ore di fila davanti ai seggi. Elettrici che per un giorno, pur di esercitare per la prima volta il diritto da poco acquisito, lasciarono da parte le loro preoccupazioni per la casa, la famiglia o la salute. Molte, come raccontarono i testimoni, svennero dopo un lunghissimo tempo di attesa.
Quello storico 2 giugno del 1946 furono consegnate in mano agli elettori ed alle elettrici due schede, una per il referendum istituzionale attraverso il quale bisognava scegliere tra il simbolo della monarchia (lo scudo sabaudo) e quello della repubblica (il profilo della donna turrita con le fronde di alloro), e quindi la nuova forma da dare allo Stato; l’altra, invece, per scegliere i 556 componenti dell’ Assemblea Costituente, ovvero l’organismo che avrebbe scritto la nuova Costituzione dell’Italia (quella a tutt’oggi in vigore) che avrebbe soppiantato lo Statuto Albertino.
La scrittrice e poetessa Alba De Céspedes sostenne: <<Su quel segno in croce sulla scheda mi pareva di aver disegnato uno di quei fregi che sostituiscono la parola fine. Uscii, poi, liberata e giovane>>, mentre la scrittrice Maria Bellonci affermò: <<di sera, in una cabina di legno povero e con in mano un lapis e due schede, mi trovai all’improvviso di fronte a me, cittadina>>.
Sentimenti simili furono avvertiti anche dalle donne più umili, che dichiararono che quel giorno provarono un’emozione incredibile, con mani e gambe che tremavano e la paura di sbagliare rendendo così nullo il loro primo e importantissimo voto che, come ebbe a dire la comunista Clelia Manelli: <<li metteva allo stesso livello degli uomini >>.
Per questo molte di loro si fecero “istruire” dai loro uomini su come comportarsi per non sbagliare. Come riportò lo scrittore Marino Moretti sul “Nuovo Corriere della Sera: << fuori dal seggio una signora, con estrema benevolenza, mi preparò su ciò che avemmo dovuto compiere, uomini e donne quasi che io non sapessi. […] Lei lo sapeva perché suo marito era uno degli uomini del seggio. A lei aveva spiegato suo marito e le aveva anche fatto fare la prova con due pezzi di carta, simulando la cabina con un semplice paravento. Ecco, si faceva una croce nel quadratino scelto, si scriveva il nome o i nomi preferenziali costì, si chiudeva così, si passava la punta della lingua sulla parte ingommata, si chiudeva>>.
Le elettrici, ancora, si preoccuparono molto dell’abbigliamento consono all’evento. Molte scelsero per questo il tailleur di un colore sobrio che mostrasse quanto fossero pienamente consapevoli dell’importanza di ciò che si apprestavano a fare. Niente cappello, quindi, in quanto ritenuto un capo antidemocratico.
Come raccontò, Lydia Franceschi: <<Avevano dato, finalmente, la possibilità a noi donne di andare a votare. Ed era un avvenimento così grande che mi feci fare il vestito nuovo per andare al seggio. Era blu, con un fiocco bianco>>.
Diversi poi, furono gli episodi “curiosi” accaduti nei seggi. Un po’ in tutta Italia molte donne, quando si recarono alle urne, trovarono la brutta sorpresa del registro elettorale nel quale era annotato che avevano già votato e, nonostante le dimostrazioni della loro sincerità, nonostante le tante ore di fila, non gli fu consentito di esprimere le proprie preferenze.
Il voto più discusso, infine, fu quello della sovrana consorte Maria José di Savoia, la quale, recatasi alle urne nel tardo pomeriggio, perché la mattina aveva dovuto mandare a ritirare il proprio certificato elettorale all’ufficio comunale preposto, rifiutò la scheda del referendum. Gli altri elettori in fila al momento del suo arrivo raccontarono di averla vista scendere dall’auto. All’inizio non avevano capito chi fosse quella donna così alta ed elegante ma che, dopo averla riconosciuta, le fecero largo per farla passare avanti tra gli applausi.
La regina, però, come riportato da chi ha assistito alla scena, aveva dimenticato di portare con sé i documenti di riconoscimento e gli scrutatori, a seguito di tante insistenze, le concessero di votare soltanto dopo che la presidentessa di seggio si prese la responsabilità di attestare la conoscenza diretta dell’elettrice. Segno che i tempi stavano cambiando e che l’Italia si apprestava ad entrare in una nuova era.


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