AGIRE SOCIALE NEWS

RIVISTA DI CULTURA & SOCIETÀ

Proprietà Fondazione Pina Alessio Onlus

Direttore Editoriale Giuseppe Alessio

Direttore Responsabile Domenico Latino

Home » LA POVERTÀ FEMMINILE UN VORTICE DI INEGUAGLIANZA ED INVISIBILITÀ SOCIALE

LA POVERTÀ FEMMINILE UN VORTICE DI INEGUAGLIANZA ED INVISIBILITÀ SOCIALE

Giusy Capone

(Afrogola NA)

 

La povertà femminile rappresenta una delle manifestazioni più inique e tenaci della disuguaglianza sociale contemporanea. Non si tratta semplicemente di una questione economica, bensì di un intricato groviglio di dinamiche socio-culturali, politiche ed economiche che relegano le donne in una posizione di marginalità e precarietà perpetua. Come sottolineava Virginia Woolf, “Per la maggior parte della storia, Anonimo era una donna,” un’asserzione che risuona oggi in modo agghiacciante nella realtà delle donne povere, le cui voci sono spesso sommerse da un oceano di invisibilità.

La povertà femminile non è un accidente, ma il risultato di strutture sociali e culturali che si perpetuano attraverso le generazioni. A livello globale, le donne rappresentano la maggioranza dei poveri. Secondo il World Economic Forum, le donne guadagnano in media il 68% di quanto guadagnano gli uomini, un divario che si amplifica nelle economie meno sviluppate. La povertà femminile si nutre di un circolo vizioso: limitato accesso all’istruzione, segregazione occupazionale, lavoro non retribuito o sottopagato, e mancanza di accesso a risorse economiche e sociali.

La condizione di povertà delle donne è spesso invisibilizzata da una narrazione dominante che le relega ai margini. Silvia Federici, teorica femminista e autrice di “Calibano e la Strega“, afferma che “il lavoro domestico e di cura non retribuito svolto dalle donne è il pilastro invisibile su cui poggia l’economia globale.” Questa invisibilità si traduce in una mancanza di riconoscimento e tutela. Nel mondo del lavoro, le donne sono spesso confinate in settori precari, come il lavoro domestico, l’assistenza e l’agricoltura di sussistenza, dove i diritti sono minimi e le retribuzioni irrisorie.

Uno degli elementi più nefasti che perpetua la povertà femminile è il carico sproporzionato del lavoro di cura. La Commissione Europea ha evidenziato che le donne dedicano in media 13 ore settimanali al lavoro di cura non retribuito, rispetto alle 5 ore degli uomini. Questo squilibrio ha ripercussioni dirette sulle opportunità lavorative delle donne, che spesso sono costrette a rinunciare a impieghi più stabili e remunerativi per adempiere ai ruoli di cura. Questa condizione configura una “trappola della povertà,” in cui il tempo e le risorse dedicate al lavoro di cura non consentono alle donne di acquisire indipendenza economica.

La “femminilizzazione della povertà” è un termine coniato dalla sociologa Diana Pearce negli anni ’70 per descrivere l’incremento sproporzionato della povertà tra le donne, in particolare tra le madri single. Questo fenomeno è intrinsecamente legato alla vulnerabilità economica delle donne, che è ulteriormente esacerbata da fattori come la discriminazione di genere, la violenza domestica, la mancanza di servizi di supporto e le norme culturali che svalutano il lavoro femminile. La Caritas Italiana ha recentemente denunciato come le donne, soprattutto le madri sole, siano particolarmente esposte al rischio di povertà ed esclusione sociale, specialmente in contesti di crisi economica.

La povertà femminile è strettamente intrecciata con la violenza di genere. Amartya Sen, economista e filosofo indiano, ha argomentato che la povertà deve essere intesa come una privazione delle capacità, ovvero l’impossibilità di condurre una vita dignitosa. La violenza, in questo senso, è una delle forme più atroci di privazione. Molte donne sono intrappolate in situazioni di violenza domestica a causa della dipendenza economica dai loro partner, una condizione che alimenta ulteriormente il ciclo della povertà.

Nonostante la gravità del problema, esistono delle strategie per affrontare e mitigare la povertà femminile. L’empowerment economico delle donne è una delle chiavi per interrompere il ciclo della povertà. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), la promozione di politiche che favoriscano la parità salariale, l’accesso a lavori dignitosi e la conciliazione tra vita lavorativa e familiare sono essenziali. Inoltre, l’investimento in servizi pubblici come l’istruzione, la sanità e i servizi di cura può alleggerire il peso sulle donne e creare opportunità di emancipazione.

La povertà femminile è un fenomeno poliedrico, alimentato da una molteplicità di fattori che vanno dalla discriminazione di genere alla mancanza di riconoscimento del lavoro di cura. Combatterla significa affrontare le strutture profonde della disuguaglianza e costruire una società in cui le donne abbiano la possibilità di vivere libere dalla morsa della povertà e della violenza. Come affermava Simone de Beauvoir, “Non si nasce donna, lo si diventa,” e per molte donne, diventare pienamente se stesse significa anche liberarsi delle catene economiche e sociali che le imprigionano.

 

AGIRE SOCIALE NEWS

Fondazione Pina Alessio Onlus
C.F. 91022110802 - P.Iva 02819850807

SEDE LEGALE
Via Belvedere, 24
89013 Gioia Tauro (RC)

SEDE SECONDARIA
Via Rea Silvia, 43
00042 Anzio (RM)

Iscrizione al registro Stampa del Tribunale di Palmi n. 2 del 31/10/2013

© 2026 Fondazione Pina Alessio Onlus