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DOVE GERMOGLIA IL FIORE DELLA SPERANZA AL LICEO GOBETTI DI GENOVA, L’ARTE INCONTRA E NUTRE LA PEDAGOGIA DEL SENTIRE

Nel cuore del Liceo delle Scienze Umane “Piero Gobetti” di Genova, un’aula si è trasformata in un laboratorio di coscienza e poesia. Guidati dalla docente e scrittrice Daniela Malini, gli studenti della classe 2DSU hanno intrapreso un percorso educativo che ha unito arte, scrittura e impegno civile. Al centro di questa esperienza, la serie pittorica La flor de la esperanza di Fabio Patronelli, ispirata all’ecocidio compiuto dalla Chevron-Texaco in Amazzonia. Ogni studente ha adottato un quadro, trasformandolo in un monologo teatrale che dà voce a fiori, animali e spiriti della foresta, creando un dialogo intimo con la natura e riflettendo sulle conseguenze del progresso irresponsabile.

Questa iniziativa va oltre il tradizionale laboratorio didattico, diventando un rito formativo che insegna che l’arte non serve solo a decorare il mondo o riempire le pareti di musei e collezioni private, ma può contribuire a difendere e salvare l’ambiente in cui viviamo, che è la matrice delle nostre origini e la nostra unica speranza di futuro. È un esempio di “pedagogia del sentire”, dove la scrittura diventa un atto etico e l’immedesimazione un esercizio di cittadinanza. La mostra risultante, con testi e disegni degli studenti, rappresenta una testimonianza tangibile di come l’arte possa essere un potente strumento educativo, capace di stimolare la creatività, l’empatia e la consapevolezza sociale.

In un’epoca in cui la speranza è spesso vista come ingenuità, esperienze come questa dimostrano che l’educazione può ancora coltivare la capacità di essere ottimisti e credere in un futuro migliore. L’arte, in questo contesto, diventa non solo espressione estetica, ma anche simbolo educativo e strumento di trasformazione sociale.

Al termine dell’esperienza educativa, l’aula si è trasformata in una pinacoteca che ora circonda, abbraccia gli studenti nelle loro ore di frequenza scolastica, calandoli in un’atmosfera accogliente e ricca di stimoli. Un ambiente in cui l’insegnamento non si limita più alla trasmissione di nozioni, ma si trasforma in esperienza culturale e civile realmente a 360°. L’aula in cui i glòi allievi hanno imparato a liberare e contemporaneamente controllare il loro estro rimane così uno spazio teatrale, un laboratorio dell’anima in cui la parola e l’immagine si incontrano per contemplare il mondo nella sua forma di concetto ideale, abitarlo e cambiarlo. “Per guidare gli studenti in questo percorso di formazione – afferma Daniela Malini – è stato importante che toccassero con mano, vedessero a poca distanza dai loro occhi le opere d’arte e le arricchissero con i loro sentimenti, le loro opinioni e il loro senso di partecipazione collettiva a un processo vivo e reale e di conseguenza educativo”.

Come scritto sopra, tutto è nato da una serie di dipinti dell’artista ambientalista Fabio Patronelli, quei “fiori della speranza” che hanno emozionato ed entusiasmato l’avvocato per l’ambente ecuadoriano Pablo Fajardo e le associazioni di nativi colpiti dalla tragedia causata dalla multinazionale del petrolio. La serie, potente e visionaria, rappresenta una ferita aperta sul corpo della Terra e dell’umanità, attraverso simboli che si ripetono in una galleria di immagini in cui echeggia il grido di giustizia di uno dei popoli straziati dall’industria senza scrupoli e dal consumo dissennato di combustibili fossili. Patronelli ha dipinto con la forza del colore e la tenerezza di chi ama la vita in ogni sua forma e fiori della foresta amazzonica che resistono, parlano, si fanno eroi muti e vilnerabilii di un dramma collettivo.

Gli studenti della classe 2DSU del liceo non si sono limitati a osservare. Hanno adottato ciascuno un quadro e da quell’adozione è nato prima un monologo teatrale e successivamente una serie di racconti in cui emergono non solo le idee, ma anche i timori, le ansie dei ragazzi di fronte a un pianeta che soffre insieme ai popoli che vivono a contatto con la natura. A parlare, nei testi, sono i fiori, gli alberi, gli animali, persino gli spiriti della foresta. Un ribaltamento pedagogico potente: l’umano cede la parola all’altro da sé, e nel farlo si allena all’empatia, alla visione, all’ascolto. La scrittura diventa atto etico, e il teatro strumento di giustizia simbolica.

Questa esperienza può essere letta attraverso la lente della pedagogia culturale, intesa secondo la prospettiva di John Dewey, Loris Malaguzzi e più recentemente Martha Nussbaum: educare significa coltivare la sensibilità, la capacità immaginativa e l’impegno morale. Il progetto del Liceo Gobetti si muove proprio in questa direzione: non si insegna solo “che cos’è la speranza”, ma la si mette in scena, si fa esperienza della sua urgenza, si compone un gesto collettivo per affermarla.

La pedagogia, ci ricorda Célestin Freinet, non può essere separata dal mondo reale. E il mondo reale, oggi, ci interroga sull’ambiente, sull’ingiustizia, sulle voci che vengono messe a tacere, sui diritti che sono calpestati per favorire il consumo, la velocità, il benessere di pochi, la cultura della macchina. L’arte, in questo caso, non è decorativa, ma profondamente militante: chiede conto, denuncia, cura.

Il lavoro degli studenti è stato esposto in una mostra/installazione che ha unito dipinto e parola scritta. Il risultato non è un esercizio scolastico, ma un manifesto poetico: ogni quadro, arricchito dalle cornici creative realizzate dagli studenti, è un piccolo grido di bellezza e verità. È qui che si compie il passaggio più interessante: l’arte non è solo materia di studio, ma atto pedagogico, linguaggio formativo, rito collettivo.

Secondo Elliot Eisner, uno dei grandi teorici dell’educazione artistica, “l’arte insegna a vedere il mondo attraverso molteplici prospettive, e dunque a viverlo con maggiore profondità”. Il progetto del Gobetti mostra che questa teoria è praticabile, viva, urgente. Gli studenti hanno imparato non solo a scrivere o disegnare, ma a prendersi cura del mondo attraverso la narrazione e la creazione.

È qui che la pedagogia si fonde con l’etica e la politica. In un mondo spesso disilluso, l’atto di scrivere per un fiore avvelenato o di dare voce a un animale in via di estinzione diventa atto di resistenza e di cittadinanza attiva. Educare alla speranza, in questo senso, non è un’utopia debole, ma un progetto culturale forte, consapevole che la speranza non è passiva attesa, bensì azione poetica, elaborazione del trauma, visione condivisa.

Il progetto del Liceo Gobetti è un modello. Dimostra che anche dentro la scuola pubblica italiana è possibile fare pedagogia viva, fondata su valori, immaginazione, coscienza. La figura della docente-mentore, la scelta di un’opera d’arte significativa, la scrittura come processo creativo e civile: sono tutti elementi che, messi in relazione, generano un’esplosione formativa rara e feconda.

In un’epoca in cui la scuola è spesso percepita come fredda trasmissione di competenze, il “fiore della speranza” è molto più che un tema artistico: è un metodo educativo, un simbolo di rinascita pedagogica. E lo dobbiamo anche a chi, come Daniela Malini, crede che l’arte sia ancora capace di cambiare il cuore degli studenti e con esso il futuro di tutti noi.

 

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