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LA GINESTRA E LA SUA TERRA

Secondo una vecchia credenza, ogni anno, pochi giorni prima del solstizio d’estate, le ginestre affidano al cielo ed al vento il loro canto d’amore per la nostra terra a celebrarne la bellezza ed il glorioso passato.

È un canto dolce, di eterna memoria che i fiori regalano a questa terra tenace, ruvida, contraddittoria, ammantata di bellezze eterne, dove la natura, generosa, ha depositato doni preziosi.

Così in ogni valle e fino al cielo, portate dal vento rinascono e prendono vita antiche memorie e fasti di un tempo ormai lontano e quasi dimenticato. Sono le storie, i miti, le leggende di cui la nostra terra è fedele custode e che le ginestre rinnovano con profonda malinconia. Così narrano la bella e affascinante leggenda della Fata Morgana, che fece apparire a Ruggero 1 di Altavilla, la Sicilia così vicina da toccarla con mano. Il sortilegio di una famosa maga allora, oggi un meraviglioso fenomeno ottico, simile ad un miraggio che si può osservare dalla costa calabra solo in determinate condizioni, quando, cioè, aria e mare sono immobili e le minuscole goccioline di acqua rarefatta fanno da lente di ingrandimento tanto che la costa siciliana, vista dalla Calabria, sembra distare pochi metri cosi da distinguere molto bene le vie, le case e le auto sulle strade di Messina! Un qualcosa di magico e surreale che sa regalare solo questa parte del nostro mare……

E poi il mito di Ligea, ( la melodiosa) una dolce fanciulla compagna di giochi, insieme alle sue due sorelle, di Persefone, la figlia di Giove e Demetra. Secondo la leggenda un giorno, mentre le fanciulle raccoglievano fiori nella valle di Enna, Ade, il dio degli inferi, rapi’ Persefone e la portò con se nel regno dei morti. Demetra, la sconvolta dal dolore accusò Ligea e le sue sorelle di non aver fatto nulla per impedire il rapimento della figlia e, per punizione, le trasformò in sirene. Ligea, decisa a morire, si affidò al mare in tempesta senza opporre resistenza finché non arrivò, senza vita, nel Golfo di Sant’Eufemia, nei pressi di Terina dove alcuni marinai la seppellirono e della quale, ancora oggi, nelle notti di tempesta, si ode il doloroso lamento… E poi la triste storia della Ninfa Scrimbia, dolce fanciulla semidea che abitava presso una fonte dei giardini Ipponiati ( Hipponion è l’antico nome di Vibo Valentia) punita da Giove per aver amato il mortale Calamio, poiché, secondo le leggi dell’Olimpo, una semidea non avrebbe mai potuto unirsi ad un mortale. Ma il dio Mercurio portò a Scrimbia una pianta di calamo dicendo : “ Ecco il tuo amore “ La Ninfa allora scoppiò in lacrime e pianse così tanto che si trasformò in fonte perenne ed accolse il verde calamo nelle sue acque in un abbraccio di amore eterno! E infine ma non ultima, la leggenda di Donna Canfora, forse la più triste, che racconta di questa ricca e bellissima nobildonna di Palmi che, attirata con l’inganno dai Saraceni sulla loro nave, quando si rese conto che il suo era un rapimento, non esito’ un attimo a buttarsi in mare dalla nave stessa gridando: “ Impara, o tiranno, che le donne di questa terra preferiscono la morte al disonore” E, in quel tratto di costa dove Donna Canfora annegò, il mare prese, da allora, il colore delle sue pesanti vesti, l’indaco,il blu, il turchese, e lo smeraldo che diedero poi il nome all’odierna Costa Viola. E l’onda che batte perennemente sullo scoglio non è altro che il lamento con cui la nobildonna saluta la sua terra ed il suo mare! E non può mancare la storia di Ulisse, lo scaltro eroe greco che, dopo il naufragio della sua zattera, giunto nella terra dei Feaci fu accolto, curato e da questi ricondotto nella sua patria. E i Feaci, non erano altro che gli antichi abitanti dell’odierna Tiriolo, e fu grazie a loro che Ulisse salpò dal Golfo di Squillace per raggiungere finalmente la sua Itaca con una delle loro navi. ( Vedi di Armin Wolf “ Ulisse in Italia “ Local Genius Collana Radici n. 3 – 2017 )

Ed accanto ai miti ed alle leggende le ginestre raccontano e cantano l’antico splendore delle città fondate dai Greci nella nostra terra come Rhegion ( Odierna Reggio) fondata da coloni calcidesi, Lokroi Epizephiri (Locri ), Metauros ( Gioia Tauro) e soprattutto di Kroton ( odierna Crotone ). Kroton era la più bella delle città della Magna Grecia, il nome deriva da Kroton figlio di Eaco che morì ucciso per errore da Eracle, La fondazione greca risale al 708 a.C ad opera degli Achei provenienti dall’Acaia. Kroton fu celebre per il pluripremiato olimpionico Milone e per i suoi Medici tra cui Democede ed Alcmeone il quale introdusse la sperimentazione trasformando la medicina, contaminata fino ad allora dalla magia, in una scienza vera e propria. Il Sommo Pitagora, trasferito a Kroton nel 530 a.C. vi fondo’ la  Scuola Pitagorica che diffuse, tra i tanti saperi e le illuminanti riflessioni, quel concetto di armonia oggigiorno tanto calpestato e vilipeso. E da non dimenticare l’opulenza e la grandezza di Sibari, detta “ l’ Elegante “ città fondata da un gruppo di Achei tra il 730/720 a.C. dove il termine sibarita era sinonimo di ricchezza, di classe e di cultura……

Ed oltre alle Scienze, alle arti, all’arte divinatoria ( vedi la profetessa Manto di Capo Vaticano ) anche lo sport fu un campo di eccellenza per le città della Magna Grecia. Gli atleti di Crotone infatti,erano celebrati come divinità in Calabria e il motivo c’era : nei Giochi Olimpici dell’antichità Kroton conquistò più medaglie della stessa Atene !

E il canto prosegue fino a soffermarsi, con malcelato orgoglio, su ciò che di più bello possiede questa terra, il profumo ineguagliabile delle zagare, le valli straripanti di gelsomino, la sacralità del cedro, la fragranza unica del bergamotto, la dolcezza dei fichi amati tanto anche dal poeta Gabriele D’Annunzio, la regalità della liquirizia… per poi passare alla bellezza dei monti che sposano il mare racchiudendolo in un abbraccio infinito, allo splendore delle coste, prima fra tutte la Costa Viola della quale Platone già scriveva : “ ogni cosa si tinge con le diverse tonalità del colore viola dando vita, ogni sera, con i suoi spettacolari riflessi, ad una visione sempre nuova” e poi all’acre, penetrante profumo dei maestosi pini che ornano i boschi millenari della Sila, alla superba e selvaggia bellezza dell’Aspromonte, al fascino millenario delle Spadare, alla ruvida e secca bellezza delle fiumare…e cosi fino a quando il canto cambia nota e diventa triste, sommesso perché si ferma a raccontare della nostra gente, gente tenace, forte, generosa e calda come i Giganti della Sila ma mai sottratta al suo destino fatto di partenze, di lunghi viaggi, di treni arrugginiti e valigie di cartone, addii continui con pochi ritorni, gente sempre in cerca di quello che avrebbe potuto avere nella propria terra….e se oggi le valigie non sono più di cartone e i treni forse, sono più veloci, tanti sono ancora gli addii dietro un finestrino chiuso, tanti sono i giovani che lasciano le case e i cuori vuoti e pochi i ritorni a stringere mani, a rinsaldare abbracci, a baciare il sole e annegare nell’azzurro del mare……..eppure non siamo figli di un dio minore……e non siamo gente che vive solo di “ atavica attesa”.

Ma le ginestre sono anche radici e sangue della nostra terra, eterne e preziose sentinelle di un cuore grande e generoso che conosce il valore dell’accoglienza, che ha saputo fondersi, nel tempo, con dominazioni e culture diverse senza mai perdere la propria identità ma facendo tesoro di ciò che poteva ricevere dall’altro perché l’umanità è una sola, e perché noi in fondo cosa siamo se non una piccola parte di ciò che ancora non conosciamo e forse non conosceremo mai ma che dobbiamo accettare perché l’uomo è precario su questa terra, è “ l’accettazione del Nulla da cui saremo inghiottiti per la nostra essenza passeggera e precaria….” ( Elena Paparelli “ Donne di fiori “ ) parte di quel Solo riconoscendo questa nostra precarietà come valore che ci accomuna, riusciremo, forse ad essere uomini migliori

E questo umile fiore, abbarbicato alla sua amata terra con le sue forti e possenti radici affinché ne ascolti il battito, non è per noi solo cammino di luce e poesia ma è, anche e soprattutto, il fiore che ci riconduce all’eterno, al bene supremo, all’amore che sottende e sovrasta ogni cosa tanto che ognuno di noi possa dire : …… “ mia madre mi posò tra le tue braccia, bella ginestra, affinché tu mi avvicinassi a Dio ! “

 

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