


Complesso e speculare nell’alveo di una concezione magmatica e dinamica dell’esistenza umana è l’incontro di due anime che si sfiorano e si inerpicano l’una nell’altra in magica simbiosi dentro crogioli di percezioni ignote e intimistica bellezza. Sotto il mantello di epiteli umani, le eteree particelle, ingenerate da atomi iperuranici, avvertono l’eternità vibrando in frammenti di tempo di breve spazio umano, che si nutre d’infinito e di immensa profondità in cui ci si può smarrire: anime che, nel loro iter fluido di andata e ritorno, discendono nel poliedrico umano dai tre originari generi: maschile-sole, femminile-terra e androgino-luna. Uomini creati da sacri miti, circolari nell’aspetto e nell’andatura, eccelsi per forza e vigoria al punto da sfidare gli dèi, ma di Zeus subirono l’ira funesta, foriera di verdetti inesorabili. Ebbe il sommo padre dell’Olimpo l’idea di spaccarli in due e così ciascuna metà, desiderando l’altra, cercò e ricercò nutrimento nell’amore reciproco che riconducesse all’antico stato, tendendo a fare di due esseri uno solo e a ricostruire sana l’umana natura; un contrassegno d’uomo alla ricerca inesausta del corrispondente in eterno. Il rischio delle anime gemelle è di perdere il biglietto di ritorno verso l’aberrante normalità, soffocante e asfittica, che impedisce di realizzare appieno ciò che è riposto tra ragione e cuore in un umano, troppo unicamente umano che rincorre la corporeità annullando la realizzazione del bello. Rischio concreto di smarrirsi in una vita limata da una superfice impeciata che respinge chiunque voglia librarsi alla ricerca del punto infinitesimale di congiunzione di universi che palpitano in parallelo.
Ma a che serve la luce?
Per l’anima errante al di là di effimere chimere, il cammino diventa sempre più ripido, perché solo in profondità ha luogo l’iniziazione ai misteri d’Amore che procedono dal finito alla consapevolezza della bellezza verace, armoniosa corolla dell’anima pensante, divina energia di Sapienza, via d’accesso al mondo reale e non immaginifico e brutale della superficie, divina follia che trae fonte e auspicio dalle idee cosmiche, stabile dimora della verità e dell’essenza dell’anima, cocchio trainato da cavalli alati e da una forza insita nell’archetipo mirabile di un’idrica cuna in cui navigare, accarezzati da una delicata e amabile nutrice che nel Bene opera. Il che presuppone una navigazione seconda, perché, ammainate le vele come al calar dei venti, bisogna porre mano ai remi, occorre abbandonare la realtà empirica e assumere nuovi strumenti: intelletto, pensiero e infinitezza, gradi della potenza e virtù d’amore. Il rischio di tal profondarsi è di perdere il biglietto di ritorno verso l’aberrante normalità, soffocante e asfittica e, come ebbe a dire la voce palpitante di Pasolini, il rischio è un calcolo senza miracolo che accora o sospetto incrina.
… serve la luce!


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