



In questo preciso momento storico, mentre scriviamo queste righe, mentre mangiamo, lavoriamo, dormiamo, in una striscia di terra schiacciata tra mare e deserto, lunga appena 41 km e larga al massimo 12, centinaia di migliaia di esseri umani sopravvivono – o muoiono – sotto un bombardamento incessante, senza acqua, senza cibo, senza cure, senza vie di fuga. Gaza è divenuta l’emblema vivente della sofferenza e dell’impotenza, il luogo dove il dolore ha superato la soglia dell’immaginabile. Ma ciò che accade lì non è solo una guerra: è un genocidio, sistematico, deliberato, scientificamente pianificato.
Secondo i dati più aggiornati (che già faticano a uscire, tra blackout informativi e giornalisti uccisi), decine di migliaia di palestinesi sono stati assassinati dai bombardamenti israeliani. Di questi, una percentuale tragicamente alta sono bambini. Corpi mutilati, madri disperate, ospedali ridotti in rovine: le immagini che arrivano – quando arrivano – sono frammenti di un inferno che si sta consumando davanti ai nostri occhi. Gaza è oggi il luogo con il più alto tasso di morti infantili al mondo per cause belliche. Non è una cifra. Non è un dato statistico. È un grido. E noi non possiamo continuare a tapparci le orecchie.
Israele sostiene di difendersi. Ma da chi, se ogni forma di resistenza è da anni privata di armi, di dignità, di voce? L’intera popolazione palestinese è sottoposta a un regime di apartheid riconosciuto da numerose organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch e Amnesty International. In questo contesto, la reazione del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu appare sempre più come un’azione di annientamento etnico, e non come una risposta a una minaccia militare concreta.
Netanyahu e il suo governo non nascondono più i loro intenti. Dichiarazioni pubbliche di membri del governo israeliano parlano di “animali umani”, di “eliminazione totale”, di “livellare Gaza”. Questo non è linguaggio da democrazia. È linguaggio da regime genocida. È un lessico che abbiamo già sentito nei momenti più bui del Novecento. Le parole non sono neutre. Le parole preparano le azioni. E in questo caso, le parole si sono già trasformate in atti concreti: bombardamenti su scuole, ospedali, convogli di aiuti umanitari, campi profughi, panifici. La morte si è fatta quotidiana, meccanica, industriale. Gaza è divenuta un laboratorio della crudeltà. Ed è qui che la coscienza mondiale dovrebbe insorgere, alzarsi in piedi e dire: basta! Invece, accade il contrario.
Ciò che rende questo massacro ancora più intollerabile è il silenzio, o peggio, la giustificazione, di gran parte dei governi occidentali. A cominciare dall’Italia. Il governo italiano – come molti altri in Europa – si è trincerato dietro a una retorica ipocrita di equilibrio che equilibro non è. Per ogni condanna dell’eccesso di violenza, segue una puntualizzazione sulla legittimità dell’autodifesa israeliana. Ma come può esserci legittimità in un’offensiva che uccide migliaia di bambini? Come può esserci diritto alla difesa quando chi si difende possiede l’arsenale più potente del Medio Oriente e chi viene attaccato non ha più neanche le coperte sotto cui rifugiarsi?
L’Europa, e in particolare l’Italia, che dovrebbe essere baluardo di civiltà, di diritto e di umanità, sta voltando le spalle alla tragedia. Non bastano le note diplomatiche. Non bastano gli appelli di circostanza. Servirebbero atti concreti: il ritiro degli ambasciatori, il congelamento dei rapporti commerciali e militari con Israele, l’immediato riconoscimento dello Stato di Palestina, sanzioni internazionali contro chi viola ogni norma del diritto umanitario. E invece? Invece si tace. Si guarda altrove. Si legittima l’orrore.
In ogni conflitto sono i bambini a pagare il prezzo più alto. Ma a Gaza, l’infanzia stessa è stata criminalizzata. Non è più solo una vittima collaterale: è diventata bersaglio. Si muore nei letti, si muore tra le braccia delle madri e dei padri, si muore nei corridoi degli ospedali. I bambini di Gaza non sognano più il futuro: sperano solo di arrivare a sera. E chi sopravvive? Sopravvive con traumi irreparabili. Orfani, mutilati, privati dell’istruzione, del gioco, della casa, del diritto a essere bambini. Cresceranno nel silenzio, nell’angoscia, nella rabbia. E l’Occidente, che oggi tace, si domanderà domani come mai è cresciuto tanto odio verso di lui.
Mai come oggi il mondo ha avuto accesso immediato e capillare alle informazioni. Eppure mai come oggi la verità viene distorta, censurata, ignorata. I social media sono diventati campo di battaglia informativo, mentre le piattaforme internazionali bloccano contenuti palestinesi o neutralizzano denunce in nome di una supposta imparzialità. Intanto i giornalisti vengono uccisi, uno dopo l’altro, nel silenzio. La stampa ufficiale, con poche eccezioni, si è piegata a una narrazione unilaterale, dove chi resiste è un terrorista e chi bombarda è un difensore della democrazia. Ma la verità non si può seppellire sotto le macerie. Prima o poi riemergerà. E giudicherà.
Il genocidio di Gaza non è una questione “locale”. È un crimine contro l’umanità intera. Riguarda tutti noi. Ogni civiltà che voglia definirsi tale ha il dovere di proteggere i più deboli. Ogni società che voglia essere giusta ha l’obbligo di fermare il massacro. E ogni essere umano che si proclami tale ha la responsabilità di non voltare lo sguardo. Non esiste neutralità davanti al genocidio. Non esiste “equidistanza” tra l’oppressore e l’oppresso. O si sta con i bambini massacrati o si sta con chi li massacra. O si sta con la giustizia o si diventa complici dell’ingiustizia.
È ora di sollevare la voce. È ora di gridare che l’infanzia non si tocca. Che la vita umana non si calpesta. Che nessun progetto politico, nessuna rivalsa storica, nessun fanatismo religioso o ideologico può giustificare il sacrificio di un solo bambino. La storia ci guarda. E un giorno ci chiederà: tu dov’eri, mentre tutto questo accadeva?
Che ognuno possa avere il coraggio di rispondere: io ero dalla parte della vita, della dignità, della pace. È tempo di svegliarsi. È tempo di agire. È tempo di fermare il genocidio.


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