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Home » IL PIANTO DI GAZA: UMANITÀ SOFFOCATA TRA MURI, BOMBE E SILENZI Di fronte all’orrore, il silenzio è complice. E Gaza piange. Piange tra le macerie delle case, nelle culle svuotate, nelle scuole sventrate e negli ospedali ridotti a tombe. Ma il pianto di Gaza non è solo quello di un popolo assediato: è il grido di un’intera umanità che ha dimenticato come ascoltare.

IL PIANTO DI GAZA: UMANITÀ SOFFOCATA TRA MURI, BOMBE E SILENZI Di fronte all’orrore, il silenzio è complice. E Gaza piange. Piange tra le macerie delle case, nelle culle svuotate, nelle scuole sventrate e negli ospedali ridotti a tombe. Ma il pianto di Gaza non è solo quello di un popolo assediato: è il grido di un’intera umanità che ha dimenticato come ascoltare.

Gaza, una striscia di terra lunga circa 41 chilometri e larga dai 6 ai 12, con una popolazione superiore ai due milioni di persone, è spesso definita “la più grande prigione a cielo aperto del mondo”. È un’affermazione dura, ma non retorica. Israele controlla rigidamente lo spazio aereo, il confine terrestre e marittimo, mentre l’Egitto mantiene chiuso il valico di Rafah nella maggior parte dei giorni dell’anno. L’ingresso e l’uscita di persone, beni, medicinali, carburante e persino cibo sono sottoposti a un embargo sistemico che si protrae da oltre 17 anni.

Questa condizione ha strangolato la vita economica e civile dell’enclave palestinese, rendendo cronica la disoccupazione (oltre il 45% secondo le stime ONU), e degradando la qualità dei servizi di base come sanità, istruzione, fornitura elettrica e accesso all’acqua potabile. Eppure, oltre alla sofferenza quotidiana, Gaza è ciclicamente teatro di operazioni militari devastanti, che trasformano l’assedio in carneficina.

Il 7 ottobre 2023, un attacco senza precedenti di Hamas contro civili israeliani ha segnato l’inizio di una nuova spirale di violenza. L’incursione ha provocato la morte di circa 1.200 persone in Israele, in gran parte civili, compresi donne, bambini e anziani. L’azione, considerata un crimine di guerra da numerose organizzazioni internazionali, ha scatenato una reazione militare di portata storica.

La risposta israeliana ha assunto la forma di una campagna di bombardamenti su Gaza di una scala e intensità che, per ammissione di numerosi analisti militari, ha superato tutte le precedenti. Quartieri interi sono stati rasi al suolo. Ospedali e scuole, anche quelli gestiti dall’UNRWA (l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi), sono stati colpiti ripetutamente. Il numero di vittime palestinesi ha superato le 35.000, tra cui oltre 14.000 bambini secondo fonti locali e internazionali come Save the Children. Ma non sono solo numeri: sono esistenze spezzate, famiglie distrutte, sogni infranti.

La Convenzione di Ginevra, i protocolli aggiuntivi e lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale impongono precisi limiti alle condotte belliche: distinguere i civili dai combattenti, proteggere le infrastrutture civili, evitare la punizione collettiva. Tutto ciò sembra essere stato sistematicamente ignorato. L’ONU ha più volte denunciato l’imposizione di un blocco totale su Gaza come “una forma di punizione collettiva, proibita dal diritto internazionale”.

Amnesty International e Human Rights Watch hanno parlato di “crimini di guerra”. Tuttavia, la Corte Penale Internazionale è rimasta impantanata tra pressioni politiche e lentezze procedurali, mentre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato paralizzato dai veti, in particolare da quello degli Stati Uniti, storicamente alleati di Israele.

Uno degli aspetti più inquietanti del conflitto israelo-palestinese è la guerra parallela delle narrazioni. I media mainstream occidentali sono spesso accusati di adottare un linguaggio che disumanizza i palestinesi e legittima ogni azione dell’esercito israeliano sotto il mantello della “lotta al terrorismo”.

Il lessico stesso è rivelatore: le vittime israeliane sono “persone”, quelle palestinesi sono spesso “effetti collaterali”. I bambini israeliani “sono stati uccisi brutalmente”, i bambini palestinesi “sono morti in bombardamenti”. Le differenze semantiche costruiscono empatia selettiva, alimentano stereotipi e impediscono una vera comprensione della complessità del conflitto.

Anche il pianto di Gaza è così filtrato, condizionato, ridotto a rumore di fondo, a un eco distante che non scuote più le coscienze.

Dopo mesi di bombardamenti, Gaza è una rovina fumante. Gli ospedali non hanno più medicine, energia o personale sufficiente. L’80% delle case è stato danneggiato o distrutto. Il sistema idrico è collassato. La fame è diffusa, e l’ONU ha avvertito del rischio concreto di carestia.

Secondo il World Food Programme, “nessuno a Gaza mangia abbastanza”. Le immagini di bambini scheletrici, donne incinte senza accesso a cure, vecchi disperati in fila per un pezzo di pane, evocano scenari da catastrofe umanitaria estrema. Eppure, tutto ciò avviene sotto gli occhi del mondo.

L’Unione Europea, divisa e timorosa di incrinare rapporti strategici, ha adottato una posizione ambigua. Mentre condanna l’attacco di Hamas, fatica a criticare con la stessa forza la sproporzionata risposta israeliana. Gli Stati Uniti, principali fornitori di armi e supporto politico a Israele, hanno approvato miliardi di dollari in aiuti militari anche dopo le evidenze delle violazioni umanitarie.

Nel frattempo, decine di università americane ed europee sono teatro di proteste studentesche che invocano il cessate il fuoco, la fine dell’occupazione e la fine del supporto militare a Israele. Come accaduto durante l’apartheid in Sudafrica, il dissenso civile si sta organizzando al di fuori dei canali istituzionali, tentando di rompere il muro dell’indifferenza con boicottaggi culturali, accademici ed economici.

Ogni bomba che cade su Gaza è una bomba che esplode anche nella nostra coscienza collettiva. Ogni bambino che muore è una domanda lasciata senza risposta, una possibilità di pace distrutta. Non si tratta di scegliere una parte, ma di scegliere l’umanità. Di rifiutare la logica della vendetta, del “noi contro loro”, e riconoscere che nessuna sicurezza si costruisce sulla distruzione totale dell’altro.

La sofferenza non ha cittadinanza. Il dolore non ha bandiera. Il pianto di Gaza è il pianto dell’umanità intera, che ancora una volta ha scelto l’indifferenza come rifugio e l’inerzia come giustificazione.

Gaza non è un luogo lontano. È lo specchio della nostra incapacità di costruire un mondo giusto. È la cartina tornasole della crisi della democrazia globale, del collasso del diritto internazionale, del fallimento morale della comunità internazionale.

Il pianto di Gaza ci riguarda, perché è la voce di chi è stato privato non solo della libertà, ma anche del diritto di essere ascoltato.

E finché quel pianto non troverà ascolto, nessuno di noi potrà davvero dire di vivere in un mondo civile.

 

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