



Essendo vicino alla Massoneria, al Filangieri – dopo la sua morte – fu dedicata una messa massonica da parte delle logge napoletane di rito inglese. Così, nel 1799, il 1° giugno, verso la fine della generosa Repubblica Napoletana, alla memoria del Filangieri venne dedicata una solenne messa nella Sala di Istruzione, ma questo episodio sarà pagato caro dalla sua famiglia. Infatti, le autorità borboniche la costrinsero all’esilio in Francia. Qui, nell’ottobre del 1800, i figli e la vedova furono adottati dalla Repubblica e Napoleone Bonaparte, primo console, rese omaggio al Filangieri definendolo «ce jeune homme, notre maître à tous», maestro di tutti noi. Una frase che ci fa capire quanto, già allora, il Filangieri – «ape operosa» come lo definì l’abate camaldolese Isidoro Bianchi – fosse stimato e rispettato nella Francia illuminista e rivoluzionaria.
“La Scienza della legislazione”
La Scienza della legislazione, pubblicata per la prima volta in due tomi nel 1780, era nata, illuministicamente, come un’opera che intendeva essere d’ausilio all’attività del ministro–filosofo Bernardo Tanucci, uomo aperto alle novità e alle riforme, e per il Filangieri la sua opera doveva essere, in sostanza, «la filosofia in soccorso de’ governi»: il pensatore della scienza giuridico-economica si poneva generosamente al servizio del potere politico del regno dei Borbone per il nobile fine di svecchiarlo, riformarlo nell’amministrazione e nelle istituzioni più importanti per uno Stato moderno, al fine di poterlo rendere, in tal modo, più funzionale e soprattutto più giusto per gli amministrati, cioè per i sudditi che, per il Nostro, sono dei cittadini che hanno, illuministicamente, diritto alla felicità e all’uguaglianza.
Abbiamo già detto che il Filangieri era un illuminista d’avanguardia e che il suo spirito riformatore era tipico dell’Illuminismo e, come tutti i più grandi illuministi, era un sognatore, un visionario, un utopista che, pur operando in uno Stato assolutista come quello del Regno di Napoli, riuscì a guardare oltre e a proiettare il suo sguardo verso il futuro, verso i decenni e i secoli a venire. Egli aderì alla massoneria di rito inglese ed ebbe il ruolo di Gran maestro e questo gli consentì di entrare in una notevole rete di relazioni in Europa e nel Nuovo Mondo. Importante fu la relazione epistolare con Beniamino Franklin, il quale ricevette, a più riprese, l’opera del suo amico tramite Luigi Pio, segretario dell’ambasciata del Regno di Napoli in Francia. Franklin considerava il lavoro del Filangieri una vera e propria ricchezza, un testo-base a cui ispirarsi sia per la stesura della legislazione criminale in Pennsylvania sia per quella più importante che riguardava l’elaborazione dei principi fondamentali della Costituzione federale degli Stati Uniti d’America, la quale – come si è rilevato – fu la prima della storia a fondarsi sui grandi valori e ideali dell’Illuminismo.
Il capolavoro del Filangieri, essendo troppo in anticipo con i tempi, fu avversato dagli ambienti più retrivi e conservatori del Regno di Napoli (feudatari, nobili ed ecclesiastici) e, pertanto, la sua opera fu condannata nel 1784 dalla Congregazione dell’Indice come un libro da proibire. Fu, però, apprezzata all’estero e in Italia dalla cultura illuministica più lungimirante e militante come lo era il nostro autore. Infatti, ottenne testimonianze di grande apprezzamento da parte di autorevoli contemporanei come il già citato Bianchi e Pietro Verri che scrisse di aver «sentito la voce di Ercole nelle pagine della Scienza della legislazione». In Europa l’opera guadagnò l’encomio della Società economica di Berna (che era un noto centro di cultura fisiocratica) e fu tradotta in tedesco nel 1784, in francese nel 1786, poi in spagnolo e, in versione parziale, anche in russo e svedese.
Per renderci conto della modernità e dell’assoluta novità del progetto filangieriano per l’oggi e per il domani, e per ogni Stato, vediamo cosa scriveva nell’Introduzione al Libro I della sua opera: «Quali sono i soli oggetti che hanno fino a questi ultimi tempi occupato i sovrani di Europa? Un arsenale formidabile, un’artiglieria numerosa, una truppa ben agguerrita, […] calcoli […] diretti […] alla soluzione di un solo problema: trovar la maniera di uccidere più uomini nel minor tempo possibile […]. È più di mezzo secolo che la filosofia declama contro questa mania militare […]. La scena si è mutata […], le buone leggi sono l’unico sostegno della felicità nazionale […]. Il popolo non è più schiavo, ed i nobili non ne sono più i tiranni […]. Per questo fine la filosofia è venuta in soccorso dei governi […]. Tutto è mutato. […] L’Europa […] per undici secoli il teatro della guerra e della discordia […] oggi è divenuta la sede della tranquillità e della ragione […] ma niuno ci ha dato ancora un sistema compiuto e ragionato di legislazione, niuno ha ancora ridotta questa materia ad una scienza, unendo i mezzi alle regole, e la teoria alla pratica. Questo è quello che io intraprendo di fare in quest’opera, che ha per titolo La Scienza della Legislazione».
Basta con gli arsenali di guerra, sembra dire il Filangieri, basta con il pensare soltanto alla reciproca distruzione da parte degli Stati attraverso il perfezionamento degli strumenti di morte: nell’epoca dei Lumi e della Ragione la Filosofia cessa di essere qualcosa di astratto e, in opposizione all’ideologia della morte e della forza militare che tutto annienta, si mette al servizio delle nazioni, dei governi e dei popoli per la loro felicità, perché essi non siano più schiavi ma liberi. Oggi, però, l’Europa vuol essere un luogo di serenità e di razionalità e non più di irragionevole guerra e discordia tra i popoli. Per questa nuova Europa che vuole la felicità e il benessere dei suoi popoli occorre, pertanto, un nuovo razionale e ben definito sistema di legislazione, una vera e propria scienza giuridica ben fondata in cui forte sia il nesso tra mezzi, regole e teoria e pratica. Ed è questo grandioso sistema che finora è mancato che io intendo realizzare con la mia opera…
Sembra incredibile ma nelle parole appassionate del Filangieri a noi pare che sia racchiusa la visione di un’Europa dei popoli che sarà quella che i padri dell’Europa del Novecento hanno sognato nel Secondo Dopoguerra. Quindi, con due secoli di anticipo, il Filangieri sognava un’Europa in cui i popoli fossero governati da leggi razionali fondate sui principi liberaldemocratici diretti al benessere, alla felicità e all’uguaglianza sociale. Il suo progetto si articolava in sette libri: Regole generali, Leggi politiche ed economiche, Leggi criminali, Educazione, costumi e istruzione pubblica, Religione, Proprietà, Patria potestà e buon ordine delle famiglie. Il tutto svolto su base scientifica e su principi che rappresentano «la base dell’edificio che si vuole innalzare», ovvero il principio di conservazione e di tranquillità: «questo è il primo dato e questo e non altro è l’oggetto unico ed universale della scienza della legislazione» (Libro I, 1780, Piano ragionato dell’opera). Questo perché, secondo il Filangieri, uno Stato che si regge su buone leggi dirette ad accrescere la felicità dei governati finisce per ottenere il duplice obiettivo del consenso del popolo e della continuità del potere statuale nella tranquilla e nella sana conservazione, evitando, in tal modo, possibili scosse, ovvero possibili sommosse popolari e sconvolgimenti sociali e politici. Dunque, Filangieri ricercava, per fissarli, i principi universali, validi per tutti e ovunque, e, nello stesso tempo, capiva che ogni situazione, ogni contesto statuale è a sé, per cui ci può essere la bontà relativa di una legge: «distinguere la bontà assoluta […] dalla bontà relativa» imponeva una regola fondamentale ovvero quella di distinguere «l’armonia che deve avere la legge co’ principi della natura, dal rapporto che essa deve avere con lo stato della nazione alla quale si emana […] sviluppando i principii più generali che deve avere ogni legge» (Libro I, 1780, Piano ragionato dell’opera).
Secondo il Filangieri il progresso del sistema delle leggi e, quindi, di un’efficace legislazione, avrebbe portato all’incremento della felicità della nazione e dei singoli individui, obiettivo che doveva essere il fine principale dei governi fondati sulla giustizia sociale; e comprendeva bene che, per realizzare tutto questo, occorreva che i governi si liberassero definitivamente da ogni residuo di feudalesimo e che si aprissero alle novità e alle riforme. La generosità e l’egualitarismo filangieriani erano certamente originali e disdegnavano il modello inglese del diritto alla proprietà (che per lui era sinonimo di egoismo) e, pertanto, la sua proposta – altamente etica – del diritto alla felicità spiccherà nella Dichiarazione di Indipendenza americana del 1776 insieme agli altri grandi principi-ideali di libertà, uguaglianza e fratellanza.
Per Filangieri le leggi della politica erano strettamente legate a quelle dell’economia e i loro oggetti principali erano la popolazione e le ricchezze che, se ben ridistribuite da chi governa, finiscono per realizzare la felicità nazionale. Egli sottolineava che «tutto è inutile per incoraggiare la popolazione quando non si tolgono gli ostacoli» per una sua adeguata crescita che deve essere accompagnata da una «equabile», cioè equa, distribuzione delle risorse (Libro II, 1780, cap. XXXV).
Insomma, il Filangieri, dall’interno della sua classe, quella aristocratica, fece una coraggiosa e corrosiva analisi del sistema socio-economico del Regno di Napoli che solo liberandosi dal feudalesimo, dai privilegi dei nobili e degli ecclesiastici e dall’arretratezza che ne conseguivano avrebbe potuto diventare un vero Stato moderno aperto alle novità che si stavano facendo strada con la Rivoluzione Industriale inglese che stava smantellando ogni residuo, ogni scoria di feudalesimo. Al Regno di Napoli, però, mancava una classe borghese come quella inglese e di questo certamente si avvide il Filangieri, il quale, tuttavia, cercò, disperatamente, di smuovere le menti più aperte alle novità con la sua straordinaria opera nella quale al centro della riflessione c’era il sistema statuale, politico-economico da riformare radicalmente se si voleva davvero uscire dal feudalesimo, dal mercantilismo che aveva dominato per più di due secoli e aprirsi alle nuove dottrine liberiste basate sulla libera concorrenza e il libero scambio delle merci, nonché alla fisiocrazia che imponeva una coraggiosa riforma agraria che avrebbe dovuto far aumentare i proprietari e farla finita con l’infruttuosa grande proprietà fondiaria e latifondista.
«Individuati gli ostacoli, è compito della legislazione trovare i mezzi per superarli e far fiorire, insieme all’agricoltura, l’industria, il commercio, il lusso, le arti […] divenuti i più fermi appoggi della prosperità dei popoli. […] Da che le ricchezze non corrompono più i popoli, poiché esse non sono più il frutto della conquista, ma il premio di un lavoro assiduo, […] le ricchezze, e i canali che le trasportano, sono con ragione divenuti il primo oggetto della legislazione: […] bisogna ben ripartirle, equabilmente diffonderle», (Libro I, 1780, Piano ragionato dell’opera): così scriveva il visionario e utopista Filangieri che aspirava generosamente a una «libera filantropia in libero mercato» sempre, ossessionato, dal tema della felicità dei singoli individui e di quella della nazione che rende uno Stato degno di questo nome.
Si potrebbe continuare ancora e per molte pagine ma l’economia di questo lavoro non lo consente. Preferiamo concludere con un pensiero del nostro autore che sembra racchiudere perfettamente tutto il suo spirito illuministico, riformatore, utopistico e visionario che fa di lui uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi: «Finché i mali che opprimono l’umanità non saranno guariti; finché gli errori ed i pregiudizi che li perpetuano troveranno de’ partigiani; finché la verità conosciuta da pochi uomini privilegiati sarà nascosta alla più gran parte del genere umano; finchè apparirà lontana dai troni; il dovere del filosofo è di predicarla, di sostenerla, di promuoverla, d’illustrarla. Se i lumi che egli sparge, non sono utili per il suo secolo e per la sua patria, lo saranno sicuramente per un altro secolo e per un altro paese. Cittadino di tutti i luoghi, contemporaneo di tutte le età, l’universo è la sua patria, la terra è la sua scuola, i suoi contemporanei ed i suoi posteri sono i suoi discepoli», (La scienza della legislazione, libro II, 1780, cap. XXXVIII). (Fine)


Fondazione Pina Alessio Onlus
C.F. 91022110802 - P.Iva 02819850807
SEDE LEGALE
Via Belvedere, 24
89013 Gioia Tauro (RC)
SEDE SECONDARIA
Via Rea Silvia, 43
00042 Anzio (RM)
Iscrizione al registro Stampa del Tribunale di Palmi n. 2 del 31/10/2013
