


L’importanza della parola è sicuramente uno dei temi predominanti nel Decameron boccacciano. Alla rilevanza della parola, alla risposta pronta, svelta, pungente, accattivante, simpatica, colta, è dedicata addirittura un’intera giornata, la VI. Proprio in questa giornata, dunque, «sotto il reggimento d’Elissa», Boccaccio stesso, nella Rubrica, avvisa il lettore che si parlerà «di chi con alcun leggiadro motto, tentato, si riscotesse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno». I veri protagonisti delle novelle della VI giornata sono, quindi, le risposte pronte e argute con cui ci si salva da situazioni difficili, pericolose o imbarazzanti, i famosi motti di spirito.
Si può affermare, però, che l’uso della parola come arma potente, gioca all’interno dell’intreccio narrativo un ruolo dominante in tutte le 100 novelle di cui è composta l’opera.
Grazie alla loro maestria, al loro uso intelligente del linguaggio, molti dei personaggi del Decameron riescono, infatti, a stravolgere la situazione a proprio vantaggio. È il caso di Ser Ciappelletto (I giornata, novella 1) e di Frate Cipolla (VI giornata, novella 10) che abilmente conquistano i loro ascoltatori facendo credere il falso. L’abilità retorica è l’elemento caratterizzante di entrambi i personaggi: Ser Ciappelletto, da peccatore incallito, in punto di morte fa credere di essere un uomo giusto, buono, altruista, e, addirittura, finisce per essere noto a tutti come un Santo, San Ciappelletto. In Frate Cipolla questa dialettica eloquente è evidente nel discorso che pronuncia quando si accorge che nella sua borsa al posto della piuma, fantomatica reliquia dell’Arcangelo Gabriele, c’è del carbone. Grazie a molti giochi di parole, il frate, dimostrandosi una persona scaltra, pronta di riflessi e spregiudicata, approfittando dell’ignoranza del popolo, volge l’imprevisto a suo favore: riesce, infatti, a far credere alla gente che il carbone che si è ritrovato nella sacca sia una preziosissima reliquia mandatagli da Dio, addirittura il carbone sul quale venne bruciato San Lorenzo.
Molteplici, dunque, sono le funzioni della parola nel Decameron: oltre ad essere un mezzo per tirarsi fuori da situazioni sfavorevoli, la parola ha anche funzione consolatoria, è strumento di mistificazione, ribellione, è un mezzo per conseguire un tornaconto personale e anche per ingannare i meno abili nel gestire l’ars dicendi.
Nella novella di Tancredi e Ghismunda (IV giornata, novella 1), per esempio, la parola della donna diventa mezzo di ribellione, di protesta. Ghismunda, infatti, dopo essere stata scoperta dal padre con l’amante rivendica la legittimità del suo amore, bisogno naturale e primario. La protagonista di questa novella è una donna forte, fiera, dotata di notevole coraggio e dignità.
Diametralmente opposta, invece, è la situazione presentata nella novella di Lisabetta da Messina (IV giornata, novella 5) dove il pianto della protagonista diventa surrogato di una comunicazione verbale del tutto assente. Emerge, nell’arco della novella, il carattere di debolezza e passività della ragazza che dopo aver scoperto dell’uccisione dell’amante da parte dei fratelli si chiude in sé, non parlando con nessuno. È proprio grazie all’accostamento di queste due vicende che Boccaccio fa comprendere al lettore quanto sia importante la comunicazione e quanto sia potente la parola.
Significativo è anche il caso di Andreuccio da Perugia (II giornata, novella 5) che a causa della sua inesperienza è facilmente ingannato da una donna che, abilmente, con i suoi mille discorsi, gli fa credere di essere sua sorella, impossessandosi, così, dei suoi soldi. La parola nelle mani sbagliate, quindi, può diventare anche un mezzo per mistificare la realtà e modificarla a proprio piacimento.
Anche Calandrino, uno dei personaggi più celebri del Decameron, protagonista di ben tre novelle, viene ingannato, soprattutto linguisticamente, perché non possiede le doti intellettuali e logiche degli organizzatori della beffa.
La parola che salva la vita si trova anche nella famosa novella di Melchisedech e il Saladino (I giornata, novella 3): qui Boccaccio affronta il tema della tolleranza religiosa e quando il sovrano musulmano chiede all’usuraio ebreo quale fosse la vera religione tra «la giudaica, o la saracina o la cristiana», Melchisedech, facendo ricorso alla sua intelligenza e alla sua abilità di narratore, risponde al Saladino raccontando una novella che ha il potere di capovolgere le carte in tavola.
Nel Decameron, dunque, la parola è fondamentale in quanto strumento di sopravvivenza, consolazione, manipolazione e costruzione del proprio destino. Boccaccio stesso utilizza vari registri linguisti per rispecchiare le diverse classi sociali e situazioni rappresentate, e celebra la forza dell’ingegno umano, incarnato nella capacità di usare la parola, per uscire da situazioni complicate.
La parola, quindi, è un mezzo di salvezza e rivalsa perché permette di superare difficoltà e inganni. La parola è strumento di consolazione: il racconto delle novelle, da parte dei giovani che fuggono da Firenze, ha proprio una funzione consolatoria perché, mentre fuori infuria la peste, la narrazione delle novelle (l’atto di usare la parola) offre evasione, piacere e distrazione ai dieci ragazzi, consolandoli dalle sofferenze. La parola è il mezzo per ingannare l’avversario, sovvertire la realtà e affermare la propria superiorità intellettuale. La parola è espressione dell’ingegno, valore centrale nel Decameron.
La parola, dunque, è forza attiva che può salvare dalla morte, difendere la libertà individuale, e manifestare la vivacità e l’intelligenza dell’essere umano.
Giovanni Boccaccio, quindi, già nel Trecento, aveva ben compreso che la parola è potere, perché ferisce, convince, placa e, soprattutto, crea.


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