



Nel cuore di un’aula universitaria, dove si formano gli insegnanti di domani, è risuonata una frase
che ha il peso di secoli di discriminazione, “La solita terrona”. Un insulto pronunciato davanti a
oltre 270 partecipanti, in un corso di abilitazione all’insegnamento in Veneto. Un episodio che,
secondo i vertici dell’ateneo, sarebbe da archiviare come “caso isolato”. Ma davvero un singolo atto
di razzismo può essere ignorato?
Questa domanda non riguarda solo chi ha subito l’offesa. Riguarda tutti noi. Chi insegna non trasmette soltanto nozioni. Trasmette visioni del mondo, modelli di comportamento, gerarchie divalore. Un futuro insegnante che deride una collega per la sua origine geografica non è
semplicemente maleducato, è culturalmente impreparato a costruire una società civile. Perché il
rispetto della dignità altrui non è un optional, è il fondamento di ogni democrazia.
Liquidare un insulto come “isolato” equivale a legittimarlo. È come dire che un singolo incidente stradale non merita attenzione. Ma ogni atto di discriminazione, anche se unico, è una crepa nel tessuto sociale. E se lasciato crescere, può trasformarsi in qualcosa di ben più pericoloso. La storia recente ce lo ricorda con inquietante chiarezza.
L’Italia non può permettersi di essere l’unico Paese dove gli italiani non si riconoscono tra loro.
Dove il nord guarda il sud con sospetto, e il sud risponde con rancore. Siamo cittadini dello stesso Stato, legati da una storia comune che dovrebbe unirci, non dividerci. E l’università, luogo per eccellenza di formazione e pensiero critico, dovrebbe essere il primo baluardo contro ogni forma di odio. Che messaggio trasmettiamo agli studenti se tolleriamo anche un solo insulto?
Che cultura stiamo costruendo se chi educa non è chiamato a rispondere delle proprie parole? La
risposta non può essere il silenzio. Deve essere una presa di posizione netta, coerente, coraggiosa.
Un insulto non è mai solo un insulto. È un segnale. E ignorarlo significa accettarlo. Per questo, ogni
parola conta. Soprattutto quando viene pronunciata da chi ha il compito di insegnare.
“ Non è un caso isolato “
Nel luogo dove il sapere si fa verbo,
dove si insegna a pensare e a parlare,
una parola ha ferito come una lama,
“Terrona”, detta per disprezzare.
Non è soltanto un insulto che si perde,
non è un’eco che svanisce nel rumore.
E’ un segnale che lacera e che morde,
è il silenzio che nega il suo valore.
Chi forma menti ha il dovere di vegliare,
non di tacere dietro un muro istituzionale.
Ogni parola può costruire o frantumare,
ogni gesto può educare o fare male.
“Caso isolato”, dicono con leggerezza,
come se l’odio fosse un errore passeggero.
Ma l’indifferenza è la vera bellezza,
che rende il razzismo sempre più sincero.
Rispetto non è un concetto da lavagna,
è carne viva, è scelta quotidiana.
E’ ciò che resta quando tutto si spegne,
è ciò che salva una scuola, una nazione,
una stanza.


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