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PASOLINI, CENT’ANNI DOPO: LA VOCE CHE ANCORA BRUCIA

Pier Paolo Pasolini rappresenta ancora oggi una delle coscienze più irrequiete e necessarie della cultura italiana. La sua figura, lungi dall’essere confinata nel pantheon dei classici, continua a vibrare come una forza critica che attraversa il nostro tempo, mettendo in crisi certezze, abitudini e illusioni collettive. Pasolini non sopravvive soltanto come autore: sopravvive come domanda, come inquietudine, come ferita aperta. Ogni volta che la società italiana si trova davanti a un passaggio decisivo, la sua voce emerge come una lama che scardina la superficie e costringe a guardare in profondità. Non è un’evocazione nostalgica, ma un ritorno necessario.

La sua opera, molteplice e indisciplinata, non ammette riduzioni. Poeta prima di tutto, poi narratore, regista, polemista, corsivista dal fiato lungo e dalla parola affilata, Pasolini ha incarnato una forma di intellettuale che oggi appare quasi impossibile: un intellettuale disposto a esporsi totalmente, a pagare di persona, a fare della propria vulnerabilità una forma di testimonianza. Egli non aspirava alla coerenza come virtù formale; aspirava piuttosto a un’autenticità che fosse sempre in movimento, in lotta, in contraddizione. E proprio questa instabilità, questa oscillazione continua tra il dubbio e la visione, costituisce la cifra più radicale del suo pensiero.

Il suo sguardo antropologico, rivolto alle borgate romane, ai dialetti, ai volti dei giovani sottoproletari, nasceva da una tensione profonda: la consapevolezza che l’Italia stava perdendo qualcosa di essenziale mentre correva verso la modernizzazione. Pasolini non era un nostalgico tradizionalista; sapeva bene che dietro la povertà si nascondevano sofferenze e ingiustizie. Eppure vedeva nel mondo popolare una vitalità irripetibile, un senso di comunità non ancora schiacciato dalla logica del consumo. Questo legame con la realtà più umile e più autentica non rappresentava un rifugio romantico, ma un punto di osservazione privilegiato da cui leggere con lucidità le trasformazioni del Paese.

La televisione, la scuola, la pubblicità: luoghi apparentemente neutri, che Pasolini considerava invece le fabbriche del nuovo potere. Un potere non più violento in modo esplicito, ma capace di insinuarsi nelle pieghe della quotidianità, rimodellando l’immaginario collettivo. “L’omologazione” era per lui il pericolo supremo: la cancellazione delle differenze, la sostituzione della complessità con un’adesione acritica alle forme di vita offerte dal mercato. In questo, Pasolini fu profeta suo malgrado. Non preannunciò un destino inevitabile: lo denunciò, sperando disperatamente che fosse ancora possibile evitarlo.

Il suo cinema, spesso frainteso come scandaloso o provocatorio, è in realtà un cinema della pietà. In Accattone come in Mamma Roma, nei miti rivisitati come Edipo Re, o nella forza elementare del Vangelo secondo Matteo, Pasolini cerca un contatto diretto con il sacro inteso come esperienza umana, come tremore, come rivelazione. Non c’è in lui fede dogmatica, ma una religiosità errante che si nutre di gesti, corpi, silenzi. Cristo, nei suoi occhi, non è figura divina ma rivoluzionaria, incarnazione di un amore radicale e di una giustizia che si oppone a ogni autorità disumana. Anche nei suoi film più estremi, la violenza non è compiacimento ma denuncia, specchio deformante di una società che porta già in sé i segni della propria disumanizzazione.

La sua morte violenta, circondata da interrogativi che ancora oggi riaffiorano, ha alimentato una mitizzazione che rischia di soffocare la complessità del suo pensiero. Pasolini non fu un santo laico, né un profeta impeccabile. Fu un uomo attraversato da contraddizioni, da ferite insanabili, da passioni irriducibili. Ed è proprio questa fragilità a renderlo vero, a renderlo nostro contemporaneo più di tanti pensatori odierni. Egli aveva il coraggio di esporsi, di cambiare idea, di contraddirsi, di confessare le proprie ossessioni senza mai trasformarle in alibi.

Oggi, mentre l’Italia affronta una crisi culturale, economica e identitaria, il ritorno ciclico del suo nome segnala un bisogno profondo: il bisogno di una voce che non si lasci sedurre dalla retorica, che non tema l’impopolarità, che sappia leggere il potere nelle sue forme più sottili. Pasolini non offre risposte semplici; offre un metodo: guardare dove nessuno guarda, ascoltare ciò che è rimosso, interrogare ciò che sembra ovvio. E soprattutto: non accettare mai la realtà così com’è.

Rileggere Pasolini significa rimettere in moto il pensiero critico. Significa ricordare che la cultura non è un bene di consumo ma una lotta. Significa riconoscere che la libertà non è qualcosa che ci viene concesso, ma qualcosa che dobbiamo difendere, spesso contro noi stessi. In una società che tende a ridurre tutto a spettacolo, Pasolini ci ricorda che lo sguardo deve restare vigile, ferito, inquieto. Solo così possiamo evitare di cadere nella trappola dell’indifferenza.

Oltre la retorica, oltre la mitizzazione, ciò che rimane di Pasolini è la forza di una domanda: quale forma di umanità stiamo diventando? È una domanda che non riguarda soltanto la politica o la cultura, ma il senso stesso del vivere. Ed è per questo che Pasolini continua a parlarci. Non per offrirci un modello da imitare, ma per obbligarci a una sincerità che spesso non siamo disposti a concederci.

La sua eredità non è fatta di risposte, ma di responsabilità. Guardare il mondo con i suoi occhi significa accettare il rischio di non piacere, di essere fraintesi, di andare controcorrente. Significa anche, però, recuperare un rapporto più autentico con la realtà e con gli altri. Pasolini ci lascia in eredità non solo un’opera, ma un compito: restare vivi, nel senso più radicale e scomodo del termine.

Evidente, infatti, è quanto il suo pensiero continui a risuonare nelle tensioni del presente. La trasformazione digitale, con la sua capacità di produrre identità frammentate e desideri immediati, non fa che confermare l’analisi pasoliniana sul potere come pedagogia occulta. Le piattaforme sociali, con i loro algoritmi, costituiscono una nuova forma di televisione totalizzante: non solo informano, ma formano. Non solo intrattengono, ma modellano l’immaginario collettivo, spesso senza che ce ne accorgiamo. La loro apparente neutralità nasconde un’influenza capillare, una pressione costante che Pasolini avrebbe certamente riconosciuto come l’ennesima incarnazione dell’omologazione culturale.

Pasolini aveva intuito tutto questo osservando i primi segni del consumismo italiano, e lo aveva denunciato con la forza di chi non teme l’isolamento. Le sue Lettere luterane e i Scritti corsari restano, ancora oggi, tra le analisi più feroci e lucide della metamorfosi del Paese. La sua critica alla scuola dell’obbligo come strumento di omologazione non era una presa di posizione anti-educativa, come molti interpretarono, ma un grido d’allarme verso un modello pedagogico incapace di sostenere la diversità e la complessità umana.

Accanto a questa visione tragica, esiste però in Pasolini una dimensione estremamente umana, quasi affettuosa, che spesso si dimentica. È la sua attenzione ai corpi giovani, ai loro movimenti spontanei, a quella vitalità non addomesticata che lui riconosceva come un bene sacro. Non è la celebrazione estetizzante della giovinezza: è la percezione del mondo nella sua forma più diretta e primordiale. Nei suoi film e nei suoi romanzi, la realtà appare sempre filtrata da uno sguardo che cerca l’assoluto nell’imperfezione, la grazia nel dolore, la bellezza nella marginalità.

Nella sua attività giornalistica, Pasolini mostrò una capacità rara: leggere nel dettaglio ciò che la maggior parte degli osservatori scambiava per fenomeno marginale. Per lui nulla era irrilevante: un mutamento linguistico, un gesto nei giovani, una trasformazione urbanistica, un cambiamento nei consumi erano indizi di una rivoluzione antropologica in atto. Questo metodo—un intreccio di sociologia intuitiva, poesia e politica—lo rese bersaglio di critiche durissime, ma anche riferimento imprescindibile per chiunque oggi voglia comprendere la profondità dei cambiamenti sociali.

E se oggi lo rileggiamo, non è per un culto nostalgico, ma per la sua capacità di forzarci a una posizione etica. Pasolini ci chiede di guardare il mondo senza ipocrisie, di rinunciare alla comodità delle opinioni preconfezionate, di accettare il peso della complessità. Ci invita a pensare, con coraggio, a ciò che preferiremmo non vedere: le ingiustizie strutturali, il disagio, le nuove forme di solitudine, l’erosione del senso comunitario.

Questa capacità di parlare al futuro è forse la sua eredità più preziosa. Non si tratta di un lascito rassicurante: Pasolini ci affida un compito difficile, quasi impossibile. Ma è proprio in questa difficoltà che risiede la sua attualità. Continua a essere la voce che disturba, che rompe l’armonia apparente, che ricorda a una società anestetizzata quanto sia urgente recuperare un rapporto più autentico con sé stessa.

E allora, oggi più che mai, la domanda che dobbiamo porci è semplice e radicale: saremmo capaci di sopportare un intellettuale come Pasolini? O avremmo bisogno di neutralizzarlo, di renderlo icona, immagine, citazione da social network, togliendogli proprio quella forza destabilizzante che lo rende indispensabile? La risposta, inevitabilmente, dice molto più su di noi che su di lui.

Forse il modo migliore per ricordarlo non è celebrarlo, ma lasciarsi ferire dalle sue parole. Accettare il conflitto che esse portano. E continuare a interrogare il mondo con quello sguardo febbrile, affamato, inquieto che fu il suo.

In definitiva, ciò che rende Pasolini insopprimibile è la sua capacità di costringere chi legge a una forma di verità che non concede scappatoie. Nei suoi scritti più duri come nelle sue poesie più intime, egli ci mostra che la cultura non è un territorio neutro, ma un campo di battaglia dove la posta in gioco è l’anima stessa della società. La sua opera ci invita a ripensare il nostro rapporto con il tempo, con la memoria, con la responsabilità individuale. In un’epoca dominata dalla rapidità e dall’oblio programmato, la sua voce ci costringe a una decelerazione etica, a un ritorno alla riflessione, alla profondità.

Pasolini resta dunque non un faro che illumina, ma una brace che continua a bruciare: a volte scalda, a volte ustiona, sempre chiede attenzione. Ed è forse per questo che, a quasi mezzo secolo dalla sua scomparsa, la sua voce non ha smesso di parlarci. E non smetterà finché avremo il coraggio di ascoltarla davvero.

La sua presenza irrisolta nel nostro immaginario collettivo non è un limite, ma una risorsa: ci ricorda che la complessità è una forma di libertà e che il pensiero critico deve sempre restare vivo.

 

 

 

 

 

 

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