



Nel 1926, il 24 marzo, nasceva un uomo destinato a cambiare per sempre il linguaggio della scena teatrale europea: Dario Fo, attore, autore, regista, pittore, narratore, giullare, premio Nobel per la letteratura 1997. Nel 2016, a pochi giorni dalla sua scomparsa, lo ricordavamo alla Stanza della Poesia di Genova, con l’intervento in diretta del figlio Jacopo e una serata dedicata al riso libero, al teatro che spezza i dogmi e solleva la coscienza.
Con me, in quella e in molte altre avventure, Mario Morales Molfino: amico d’infanzia di Dario e compagno di visioni medievali e rinascimentali. In quegli stessi giorni nacque, con la mia sceneggiatura, una commedia – La forchetta di Mastro Scappi – che, più che omaggio, fu una continuazione dello spirito dell’indimenticabile autore: mescolare sacro e profano, banchetto e ribellione, storia e invenzione.
Con Dario Fo ebbi anche il piacere e l’orgoglio di collaborare in un’iniziativa di notevole valore artistico e civile: l’opera poetico-visiva Nonni e bambini, realizzata per l’Unicef e diffusa in edizione d’arte con annullo speciale delle Poste Italiane. L’ultimo lavoro di Dario: un disegno semplice, intenso, accompagnato da una mia poesia sul passaggio di testimone tra generazioni. Un’opera pensata “non per adornare”, come diceva lui, ma per svegliare.
La forchetta di Mastro Scappi, scritta e portata in scena in Italia e all’estero, racconta l’arte culinaria del grande cuoco rinascimentale Bartolomeo Scappi – autore del celebre Opera dell’arte del cucinare (1570) – ma anche le tensioni della sua epoca, quando il libero pensiero e il nascente laicismo confliggevano con un’autorità ecclesiastica che imponeva dogmi e censura. Ciò che appariva profano o sconveniente agli occhi di papi e cardinali — ironia, scetticismo, studi scientifici indipendenti — diveniva terreno di conflitto tra inquisizione e spirito critico, tra la teologia del potere e la libertà dell’intelletto. La forchetta di Mastro Scappi è teatro civile mascherato da commedia, proprio come Fo amava fare: far ridere per indignare, raccontare il passato per illuminare il presente. Mario e io dedicammo la pièce in atto unico allo straordinario innovatore del teatro comico italiano.
Scappi è il protagonista di un’Italia che inventa, affama e sogna. Come Zanni, come Arlecchino. Come Dario Fo, che prendeva un tema e lo rivoltava, come un guanto o una frittata, per mostrarne la faccia oscura. Con Morales e altri compagni di scena, in particolare gli attori Alberto Carpanini e Bettina Bianchini, abbiamo esplorato quella materia viva, impastata di dialetti, rime, lazzi e messaggi sussurrati tra una rapa e una preziosa leccornia, un conservatorio delle orfane e una Roma in festa.
Fo amava gli anziani e i bambini. Li riteneva custodi della verità e, insieme, vulnerabili alle traversie della Storia. L’opera Nonni e bambini nasceva così, in ascolto della memoria e del futuro. Si trattava di una piccola cartolina d’arte per Unicef, ma anche di una parte del suo testamento simbolico. Gli anziani, i bambini, i racconti che passano dagli uni agli altri, in un flusso continuo tra i secoli.
Nel 2015, nello spazio espositivo Artelier di Palazzo Ducale, la mostra celebrativa Nonni e Bambini riunì tanti artisti – tra cui Ivan Cattaneo, Meltzeid, Giuliana Traverso – ispirati dai disegni delle scuole primarie. Ma fu proprio lì che l’ultima immagine di Fo, illustratore-poeta, si propose abbinata alla mia poesia aforistica, grazie alla visione di Mario Morales e alla forza di chi, come Fo, ha sempre lottato per far ridere e per aprire riflessioni pubbliche sempre attuali.
Oggi, a cento anni dalla nascita e a dieci dalla sua scomparsa, Dario Fo è ancora qui. Nei nostri spettacoli, nei nostri libri, nei piccoli oggetti d’arte e nelle parole tramandate. Un giullare non muore mai: cammina e gesticola, nella sua mimica narrante, tra le pieghe del costume, nei palcoscenici improvvisati, nei gesti di chi sa trasformare una farsa nella rivelazione di una verità a volte scomoda.


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