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SUDAN – LA GUERRA TACIUTA

Si parla tanto di pace, se ne parla nel campo della cultura, dello sport, dell’educazione, della poesia, se ne parla anche in politica, la maggior parte delle volte in modo strumentale e non sostanziale. È un’aspirazione, un bisogno, un anelito di molte persone, a partire dai bambini che per primi subiscono, senza alcuna colpa, le conseguenze di un mondo caratterizzato da continui conflitti. Tuttavia ben sappiamo che i grandi poteri si nutrono delle guerre e dei contrasti e, laddove non ce ne siano ma fossero presenti mire economiche o di egemonia, si adoperano per crearne, fomentando e sostenendo con denaro e armi situazioni belliche e fratricide.

Ci sono guerre in tutto il mondo. Il numero delle guerre attualmente è il più alto dalla seconda Guerra Mondiale (circa 100 conflitti armati). Ci sono poi le guerre e i conflitti mediaticamente veicolati o che, a un certo punto, servono alla ribalta, e le guerre dimenticate, di cui nessuno parla.

Non si può affrontare il tema della pace senza partire dai Paesi che soffrono e che non conoscono da anni questa parola, tanto ambita quanto sconosciuta. Soprattutto è necessario dare voce a chi vive tragicamente emergenze umanitarie che il resto del mondo tende a ignorare e sottovalutare. È questo il caso del Sudan, di cui si intende parlare e attirare l’attenzione con il presente articolo, poiché vi è in atto una guerra dimenticata che ha creato una delle crisi umanitarie più terribili della storia.

In questa direzione, ASI (Associazioni Sportive e Sociali Italiane, primo Ente di Promozione sportiva, sociale e culturale in Italia), si sta adoperando fattivamente per portare all’attenzione mediatica la situazione del Sudan e per creare corridoi di dialogo e di interventi fattivi tra l’Ambasciata sudanese e gli organi di Governo.

Il 5 dicembre scorso si è svolto, alla Camera dei Deputati, un incontro tecnico ristretto veicolato dal dott. Michele Cioffi, responsabile nazionale dell’Area Cultura in ASI e dalla scrivente, in qualità di responsabile nazionale Multilateralismo Umanitario e Sociale in ASI, tra l’Ambasciatore del Sudan S.E. Emadeldin Mirghani Abdelhamid Altohamy e l’onorevole Federico Mollicone, presidente della VII Commissione Cultura Scienza Istruzione, durante il quale l’Ambasciatore ha illustrato la situazione del suo Paese e messo in luce le principali esigenze ed emergenze e l’onorevole Mollicone si è impegnato a incrementare le azioni dirette già messe in atto dal Governo e a sostenere le future iniziative di ordine conoscitivo, culturale-artistico e a sfondo umanitario che ASi vorrà portare avanti in favore del Sudan. In tal senso è già in programma un prossimo evento che si svolgerà a marzo in una delle sale della Camera.

Per comprendere meglio l’urgenza di qualsiasi iniziativa a sostegno della popolazione sudanese, di seguito vengono riportati cenni storici, politici, relzionali, attuali della situazione in Sudan.

 

CONTESTO STORICO-POLITICO

Espressione del polarismo geopolitico presente a livello strategico globale, il Paese si colloca esattamente nel contesto storico fatto di contraddizioni e conflittualità in cui versa il continente africano e di cui porta ormai da molti anni il peso e sul quale l’informazione dominante oggi purtroppo tace per stendere vergognosamente un impietoso velo sui sanguinari contrasti di cui è afflitto.

Il Paese subisce così le conseguenze di una fondamentale contrapposizione di interessi tra Stati Uniti e Russia e la guerra che lo insanguina non sarebbe altro che il prodotto di una competizione condotta dalle due superpotenze in vista di aggiudicarsi le migliori prospettive strategiche per un dominio sul Continente. La presenza militare dei due massimi contendenti si estende, infatti, dall’Africa Occidentale al Corno d’Africa, ma senza tuttavia limiti predefiniti. Trattasi di un colonialismo che ha mutato aspetto, si potrebbe affermare, ma che in realtà continua a mostrare il proprio volto senza demordere dal suo primario obiettivo di sottomettere ancora una volta l’Antico Continente in vista della più ampia partita strategica in cui i principali “player” si trovano impegnati.

SITUAZIONE ATTUALE

A oggi il Sudan rappresenta una dolente ferita nell’attuale scenario mondiale e nella coscienza collettiva dell’intera Comunità internazionale.

Un Paese dimenticato, una tragedia negata, coperta da un’indifferenza mediatica che infierisce su una crisi devastante. Il Sudan è in piena emergenza umanitaria!

La situazione attuale del terzo paese più grande dell’Africa può essere tristemente descritta dalle cifre fornite dall’OMS. Dall’aprile 2023 a oggi oltre 20000 persone sono state uccise nel conflitto in corso; 12 milioni circa di sfollati, tra cui 10 milioni internamente e 2 milioni rifugiati nei Paesi vicini; 15 milioni di persone non hanno assistenza sanitaria; il 70-80 % delle strutture sanitarie non funzionano, i malati di TBC e Hiv così come i malati oncologici non ricevono più cure, 18 milioni di sudanesi soffrono di insicurezza alimentare, oltre 25 milioni di persone si trovano in gravi difficoltà e necessitano di interventi urgenti.

A questi numeri si aggiungono le vittime del colera, delle infezioni dilaganti, delle inondazioni.

Il Sudan ha un’antica storia strettamente correlata a quella dell’Egitto, è uno Stato arabo-africano che confina a nord con l’Egitto, a nord-est con il Mar Rosso, a est con l’Eritrea e l’Etiopia, con il Sudan del Sud a sud, con la Repubblica Centrafricana a sud-ovest, con il Ciad a ovest e con la Libia a nord-ovest. Diviso longitudinalmente dal Nilo, ha come capitale Khartum. Paese che trasuda storia, cultura e risorse naturali, oggi vittima di una crisi umanitaria senza precedenti.

C’è da chiedersi come si è arrivati alla tragedia attuale che sembra non trovare né fine, né alcuna soluzione. Una serie di interrogativi si apre in merito alle cause di questa dolorosa situazione.

ATTUALI OSTILITÀ E RESPONSABILITÀ DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

Le attuali ostilità in Sudan sono provocate fondamentalmente dallo scontro tra le Forze Armate Nazionali (RAF), guidate dal generale Abdel Fattah al Burthan, attualmente al governo, e le milizie del gruppo paramilitare Rapid Support Force (RFS), capeggiate dal Generale Mohamed Hamdan Dagalo. Ma forse, per capire meglio, dovremmo tornare al 2003, al genocidio perpetrato dal governo nel Darfur contro le popolazioni di origine africana come risposta alle azioni dei movimenti armati ribelli.  Oppure si deve risalire al ‘56 quando, ottenuta l’indipendenza dall’Inghilterra, il Sudan è stato afflitto da 17 anni di guerra civile (1955-1972) tra il governo centrale e i separatisti del sud, seguita da una seconda guerra civile (1983-1998), combattuta sempre tra il governo centrale del Sudan e il Sudan del Sud. E poi, ancora, all’incruento colpo di Stato da parte del Colonnello Omar al-Bashir che nel 1989, nel corso della seconda guerra civile, si è proclamato Presidente del Sudan. O forse le ragioni andrebbero ricercate nella concessione dell’autonomia alla regione meridionale del Paese che con il referendum del 2011 ha decretato la separazione del Sudan del Sud dal Paese privandolo di importanti risorse naturali. Nel 2019 l’esercito sudanese ha destituito il Presidente con un colpo di stato, a causa delle forti proteste popolari. È stato fondato un Consiglio Sovrano composto di militari e civili che ha assunto temporaneamente il controllo del Paese con l’intenzione di attuare, entro il 2022, una transizione democratica. Tuttavia, all’avvicinarsi della data prevista per la transizione, l’esercito ha  ordito un altro colpo di Stato che ha interrotto il processo. Le motivazioni sulle quali ci si interroga vanno ricercate nel fallimento dei vari tentativi di transizione? A partire da marzo-aprile 2023 il Paese ha subito un nuovo tentativo di colpo di Stato e sono iniziati ulteriori conflitti armati tra le diverse fazioni componenti il regime militare. Come mai la Comunità internazionale lascia esposto il Sudan a una crescita esponenziale del conflitto interno dalle devastanti conseguenze umanitarie?

Tutti questi interrogativi non possono essere slegati da approfondite riflessioni riguardo alle risorse minerarie di oro e di altre materie preziose, di cui è ricco il Sudan, che ha come maggior importatore la Federazione degli Emirati Arabi Uniti, Paese, questo, aspirante all’intero sfruttamento delle riserve auree sudanesi. Le armi che arrivano in Sudan, passando per il Ciad, provengono del resto, e per la maggior parte, proprio dalla Federazione.

Grandi interessi ovviamente hanno influito sul fallimento delle varie trattative di pace; in particolare ci si riferisce alle consultazioni di Jeddah, in Arabia Saudita, rispetto alle quali il Governo sudanese ha dichiarato, nell’agosto del 2024, di aver concluso le trattative promosse dagli Stati Uniti senza tuttavia raggiungere un vero accordo. Per contro, i rapporti con la Cina e la Russia continuano ad essere sostanzialmente buoni poiché basati sulla collaborazione anziché sull’ingerenza. Ma è soprattutto sulla politica degli Stati Uniti, e, in particolare, sull’atteggiamento che il neo-eletto Presidente Donald Trump adotterà che si appunteranno ora le attenzioni per valutare la possibilità di una positiva svolta della crisi. Decisivo sarà infatti al riguardo verificare  quanto di vero ci sia nell’intenzione dichiarata più volte dal “tycoon” di rimuovere il Paese nordafricano dalla lista degli sponsor del terrorismo in cambio di un risarcimento alle vittime americane degli attacchi terroristici.

Relativamente poi ai rapporti con l’Italia, nonostante un’amicizia che dura da tanti anni, attualmente il Sudan si trova escluso dal Piano Mattei a causa delle sanzioni restrittive dettate dall’Unione Africana contro i regimi nati da cambi di governo incostituzionali e afflitti da scontri armati. Un elemento, questo, indicativo di quanto il Paese venga ulteriormente danneggiato da una situazione di criticità che, dovuta anche all’assenza di cooperazione sullo stesso terreno africano, impedisce di fatto  qualsiasi forma di incentivazione per uno sviluppo economico sostenibile e duraturo.

Tuttavia poco consola il ragionare sulle cause reali, conosciute o sotterranee, di questo perdurante conflitto. Il dato di fatto agghiacciante è stato e rimane, da un lato, il silenzio da parte del mondo occidentale rispetto a una delle crisi umanitarie più gravi dello scenario mondiale attuale e, dall’altro, il doppio standard applicato dai media nel valutare comparativamente l’entità della crisi sudanese rispetto ad altre come quella palestinese. Di qui l’impellente necessità che si levino da più parti voci nella Comunità internazionale che rompano decisamente il vergognoso silenzio su una delle più imponenti crisi umanitarie del Pianeta.

Il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus ha invitato “il mondo a svegliarsi e ad aiutare il Sudan dall’incubo che sta vivendo”.

IDENTITÀ CULTURALE

Eppure in mezzo a tutte queste distruzioni, malattie, perdite umane, appare di vitale importanza un’ultima riflessione: la necessità del mantenimento dell’identità storica e culturale di un popolo che ha le radici nella storia dell’uomo, che risiede in un territorio di meravigliose ricchezze e bellezze (basti pensare ai siti archeologici patrimonio dell’umanità), e che possiede una tradizione artistico-letteraria di straordinario valore culturale.

La diversità linguistica del Paese ha favorito la formazione di letterature scritte e orali di grande ricchezza e varietà le quali rimangono di grande importanza per le frange tradizionali. Le opere letterarie più conosciute sono in arabo, associate all’Islam, e includono principalmente opere legate alla vita e alle virtù dei santi.

Il Sudan, inoltre, si nutre di Poesia e la ritiene fonte di energia, ispirazione, protesta, denuncia, salvezza. La moderna poesia sudanese è espressione del patrimonio arabo e africano del Paese, e molte giovani voci poetiche si stanno ora affermando nel panorama letterario per esprimere il dolore, la fierezza, le tradizioni, la condizione femminile, le contraddizioni di un Paese che non trova pace, dilaniato da conflitti e da contrasti di ogni genere. Molti giovani sudanesi stanno pubblicando in arabo e in italiano e questo fenomeno, riconducibile alla letteratura migrante (sia in prosa sia in poesia), contribuisce all’importante ruolo definito da Armando Guisci di “decolonizzazione e di mondializzazione della mente europea”. Ciò favorisce indubbiamente una presa di coscienza e un compito di decostruzione della volontà di dominio e di conquista del mondo occidentale, in campo letterario come anche in ogni altro. E, si può aggiungere, con l’effetto di sollecitare un processo di coinvolgimento e di interessamento di tutte le componenti sociali nazionali ed estere non legato meramente a interessi strategici, politici ed economici, ma anche sociali e culturali con indubbia spinta verso un necessario consolidamento del senso di identità nazionale del Paese.

In conclusione, la voracità economico-politica, l’esclusione da ogni ragione di coinvolgimento dei Paesi benestanti rispetto a un territorio dove non si esigono interessi diretti, non può giustificare e avallare l’annientamento non solo fisico ma anche identitario di un popolo che costituisce un tassello imprescindibile della famiglia umana. Un appello estremo, urgente, lacerante, dovrebbe dunque levarsi a favore del Sudan, un Paese oggi dimenticato dove migliaia di vite umane vengono mietute dalla guerra e dalla fame nel silenzio colpevole di un mondo globalmente attratto dalla ricchezza e dal più sfrenato insensibile consumismo.

 

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