



Eva Schloss si è spenta a Londra il 3 gennaio 2026, all’età di novantasei anni. Sopravvissuta ad Auschwitz, scrittrice e infaticabile educatrice della memoria, è stata per decenni una presenza costante nelle scuole e nei luoghi della coscienza civile. Centinaia di studenti hanno conosciuto la verità sulla Shoah grazie alle sue parole, alla sua voce paziente e determinata, capace di attraversare le generazioni senza consumarsi. Per molti, il suo nome è legato alla vicenda di Anne Frank. Eva, nata Eva Geiringer a Vienna l’11 maggio 1929, divenne infatti in seguito figliastra di Otto Frank e dunque sorellastra acquisita di Margot e Anne. Ma sarebbe riduttivo ricordarla soltanto per questo legame, quasi fosse un’ombra riflessa dalla luce di un altro destino. Eva Schloss è stata fino all’ultimo una voce autonoma e coraggiosa: una donna che ha trasformato la sopravvivenza in responsabilità, la persecuzione subita in testimonianza e scuola.
La sua biografia appartiene a quella geografia lacerata che definisce la condizione ebraica europea nel cuore del Novecento, caratterizzata da fughe, spostamenti, clandestinità, speranze infrante. Dopo l’Anschluss del 1938, la famiglia Geiringer lasciò l’Austria e cercò salvezza prima in Belgio, poi nei Paesi Bassi. Ad Amsterdam i Geiringer vissero non lontani dall’alloggio segreto in cui Anne Frank avrebbe scritto il Diario e trasmesso al mondo il ricordo della sua vita e di quella dei suoi cari. Proprio ad Amsterdam, nel 1940, Eva conobbe Anne: erano coetanee, e la loro amicizia — così autentica e così fragile — crebbe nel quotidiano, nei giochi, nelle piccole ritualità dell’infanzia. Eva avrebbe poi ricordato Anne come una ragazza vivacissima, instancabile nel parlare, curiosa e piena di voglia di vivere, di diventare protagonista del suo tempo. Una scrittrice, una giornalista. La presenza di Anne, le sue riflessioni, i suoi racconti e la sua arguzia trascinavano le compagne, ragazzine vivaci e curiose, con il sorriso e il riso sempre sulle labbra. Eva era una di loro e nella sua memoria Anne non è mai stata il mito della pagina stampata, ma una ragazza reale, colta nelle luci dei sogni e nell’ombra domestica del tempo perduto; mentre Eva gioca a campana, Anne sfoglia riviste di cinema e sogna, con le amiche, un futuro di crescita e di successi che non arriverà mai.
È un dettaglio apparentemente semplice, ma di enorme portata simbolica. Prima che l’orrore si imponesse come necessità e destino, la vita era fatta di prossimità quotidiana, di gesti ordinari, di giochi e amicizie. La Shoah distrusse anche questo. Non soltanto corpi, non soltanto famiglie, ma il tessuto intimo e prezioso della vita comune, la possibilità stessa di restare innocenti.
Dal 1942, nei Paesi Bassi occupati, l’ora della clandestinità diventò anche l’ora della solitudine: la fiducia reciproca si assottigliò, la città si trasformò in un labirinto di paura. Nel maggio del 1944, a seguito di una delazione, Eva e la sua famiglia vennero catturati e deportati ad Auschwitz-Birkenau. Lei stessa ricordava quel giorno con una precisione che somiglia alla ferita: era l’11 maggio 1944, il giorno del suo quindicesimo compleanno, e un amico le aveva appena consegnato un piccolo dono che non avrebbe mai potuto scartare né tenere fra le mani. I nazisti arrivarono prima della colazione. I passi sulle scale, le armi puntate, il caos improvviso: in quel momento l’infanzia non finì soltanto per lei, ma per un’intera generazione.
Su suo padre e su suo fratello si chiuse la stessa sentenza che colpì milioni di vite. Non tornarono. Eva e sua madre — Fritzi (Elfriede) Geiringer, anch’essa sopravvissuta — furono liberate dall’Armata Rossa il 27 gennaio 1945. Da quel punto in poi, la vita avrebbe potuto ridursi a un semplice ritorno, alla ricostruzione privata, al silenzio come meccanismo di difesa. Invece, in lei si fece strada una scelta diversa e rarissima: non vivere soltanto per sé, ma anche per gli altri, e soprattutto per chi sarebbe venuto dopo.
Per decenni, Eva Schloss è stata una delle testimoni più instancabili della Shoah: ha parlato nelle scuole, nei teatri, nei luoghi della formazione e della cultur e lo ha fatto senza cedere mai a quella retorica che oggi rischia di consumare anche le cause più giuste. Ha fatto ciò che richiede una forza rara, mai incline all’automatismo: ripetere l’orrore senza trasformarlo in rito; raccontare senza abituare; ricordare senza spettacolarizzare. Nelle sue parole Auschwitz non era un’astrazione, ma una realtà concreta, un sistema di annientamento costruito con intelligenza burocratica, alimentato da un’ideologia che trasformava l’odio in ordine pubblico. Il suo racconto aveva la sobrietà dei fatti e la densità della verità. E i giovani vedevano in Eva una proiezione di possibili vite che non erano le loro, ma in un tempo diverso, su una pagina diversa della storia sarebbero potute esserlo.
Chi ascoltava Eva Schloss capiva subito che la memoria è diversa da un museo, perché ha gli scatti di vita cha appartengono all’azione. Il modo in cui trasmetteva la sua storia ai giovani era una lezione metodologica prima ancora che morale. Non proponeva la Shoah come un episodio chiuso nel passato, ma come un meccanismo umano che può riapparire ogni volta che una società accetta la degradazione della dignità come linguaggio ordinario. Parlava di ciò che accadde e degli eventi che precedettero le persecuzioni e lo sterminio, dell’umiliazione che diventa sistema, della propaganda che diventa legge. Mentre il sospetto spalancava ke sue fauci mortifere mettendo in mostra le zanne dell’orrore e la gola senza fondo dell’indifferenza. In questa capacità di esprimere concetti complessi e a volte troppo duri grado dopo grado, in quel prima che la storia spesso dimentica risiedeva la sua qualità educativa.
In tale orizzonte, anche il riferimento ad Anne Frank assumeva un valore particolare. Anne non era un’icona, ma un volto vicino, un nome che aveva riso ed era risuonato nelle ore di gioco. Eva non la evocava come un simbolo astratto, ma come una giovane persona di cui era stata amica, una coetanea a cui la vita aveva promesso normalità e poi l’aveva strappata. E il confronto fra ciò che Anne scrisse, la sua fiducia incrollabile nella bontà fondamentale dell’essere umano, e ciò che Eva vide e subì, produceva una frattura che la testimone non cercò mai di addomesticare. In alcuni ricordi, Eva lasciò emergere con coraggio la domanda più inquietante: che cosa avrebbe pensato, cosa avrebbe fatto Anne se fosse sopravvissuta ai campi? Quella domanda, che non aveva risposta, rivelava però una verità ovvero che la memoria è una prova, oltre il conforto, oltre le rassicurazioni che tutti noi ci diamo. Costringeva a osservare anche l’ambivalenza dell’animo umano, la sua capacità di indifferenza e crudeltà. E il fatto che il male non nasce come eccezione, ma come gradualità.
Il suo lavoro costante come educatrice rese evidente qualcosa che oggi diventa sempre più urgente: si deve imparare come ricordare, non limitarsi a praticare la memoria. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla sovrabbondanza di immagini, la memoria rischia di essere consumata come un contenuto qualsiasi, ridotta a materiale emotivo, trasformata in un “evento” annuale. Eva Schloss, invece, restituiva alla testimonianza la sua funzione originaria di evitare l’emozione superficiale per generare coscienza, per costringere a pensare, per tenere aperte porte e ferite, affinché la civiltà continuasse a imparare.
Anche il suo corpo, come quello di ogni sopravvissuto, portava come segno incancellabile il tatuaggio di Auschwitz, il numero inciso sulla pelle come un marchio di proprietà. Eva raccontava che per molti anni aveva evitato di parlarne, perfino con i suoi nipoti e, interrogata su quel segno, rispondeva con una frase che era nel contempo dolore e difesa: “è solo il mio numero di telefono”. Quella risposta, apparentemente lieve, rivelava l’abisso. La memoria va ciò che si racconta, è anche ciò che si trattiene, ciò che pesa, ciò che per decenni non si riesce a consegnare alle parole. Il tatuaggio, nella sua nudità, mostra la trasformazione dell’essere umano in cifra, il punto in cui la dignità viene ridotta a registrazione amministrativa e la vita a dato numerico.
Nel 1990 Eva Schloss co-fondò l’Anne Frank Trust UK, dedicandosi con lucidità e tenacia alla formazione delle nuove generazioni e alla lotta contro i pregiudizi.[1] Il suo lavoro è stato riconosciuto a livello internazionale e, negli anni più recenti, la sua figura è stata omaggiata anche in ambito istituzionale. Ma la sua grandezza risiede in un’opera più profonda e rara, che solo alcune vite riescono a compiere. Eva Schloss ha custodito la memoria come dovere e come gesto quotidiano. È stata una scrittrice necessaria perché la sua scrittura — come la sua voce — era permeata di responsabilità.
La sua scomparsa coincide con una soglia storica che attraversiamo da anni e che non possiamo più ignorare. È insopportabile per chi è giusto o insegue quella proprietà il lento spegnersi dei testimoni diretti. Ogni sopravvissuto che se ne va porta via con sé una qualità irripetibile della verità, la presenza fisica di chi può dire, con voce semplice, “io c’ero”. Non è una differenza esclusivamente emotiva, ma epistemologica. La testimonianza diretta non sostituisce lo studio storico, ma lo completa in modo singolare e dà al sapere un corpo, una voce, un volto. Ricorda che la storia è fatta di persone e non di concetti.
Un passaggio particolarmente delicato, perché il mondo contemporaneo vive una doppia tensione. Da un lato l’accelerazione della memoria pubblica, dall’altro l’accelerazione della negazione e della distorsione. È proprio quando i testimoni scompaiono che proliferano le semplificazioni e, insieme, i revisionismi. La manipolazione del passato diventa più facile quando i testimoni non possono più contraddire con la propria presenza. Per questo la morte di Eva Schloss non è una notizia fra le altre. È un segnale di fragilità civile. È un richiamo a comprendere che la memoria, se non viene coltivata, si inaridisce e che l’odio, invece, trova sempre un terreno più rapido per crescere.
Qui appare con chiarezza la funzione della testimonianza come educazione alla democrazia. Eva Schloss non si limitava a raccontare l’orrore: insegnava come si produce la deumanizzazione. In ogni persecuzione, il passaggio decisivo è la trasformazione dell’essere umano in categoria: il vicino diventa “nemico”, “inferiore”, “pericolo”, “elemento estraneo”. La Shoah fu la realizzazione estrema di questo processo. Ma la logica che la rese possibile — la normalizzazione dell’esclusione, la banalizzazione dell’insulto, l’uso politico della paura — non appartiene davvero al passato. È un rischio che ritorna ogni volta che una comunità accetta che alcune persone valgano meno di altre.
In questo senso, la testimonianza di Eva Schloss rimane attuale, perché i meccanismi della disumanizzazione tendono a ripresentarsi sotto forme nuove. Il suo messaggio, rivolto ai giovani, era in realtà un messaggio rivolto a tutti. Eva sottolineava come la civiltà non sia un dato, ma una scelta. La democrazia non si conservi da sola. L’eguaglianza non sia naturale, ma vada praticata. I diritti non siano garantiti, ma debbano essere vanno difesi.
Ai ragazzi di oggi, Eva Schloss lascia un’eredità semplice e decisiva: la memoria non è un esercizio commemorativo, ma una forma di responsabilità. Significa riconoscere il superamento di un confine da cui non vi è ritorno né redenzione. Significa non banalizzare l’odio e non accettare l’umiliazione dell’altro come un dettaglio o una battuta. Significa alzare la mano quando qualcuno viene escluso, difendere chi è bersaglio, imparare a dire “no” anche quando è più facile tacere.
Se la storia del Novecento ha un insegnamento essenziale, è che la barbarie non arriva sempre come un lampo, perché a volte arriva come un dettaglio, un concetto, un’abitudine, una legge. La violenza comincia dal linguaggio, dal disprezzo, dalla delegittimazione. E il primo gesto della resistenza è la vigilanza morale, il rifiuto dell’indifferenza. Eva Schloss ha ripetuto questa verità in centinaia di incontri, con la pazienza di chi sa che ogni ascolto può diventare un seme.
Ora che non c’è più, resta il compito di rendere la sua voce una forma di continuità. Non perché la memoria possa sostituire la vita, ma perché la memoria può salvare la vita degli altri. Chi oggi cresce in un mondo attraversato da nuove crisi, nuovi conflitti, nuove polarizzazioni, ha bisogno di una bussola per distogliersi dal timore del passato o dall’indifferenza riconoscendo la dignità dell’umano come valore non negoziabile.
Eva Schloss, con la sua vita, ci ha ricordato che la civiltà non è garantita per sempre. Va ricreata ogni giorno con le azioni e gli ideali. E la protezione più potente — quella che nessun regime può spegnere del tutto — è la memoria che diventa presenza e impegno.
La sua morte non chiude una storia, ma la consegna al futuro. E la domanda che lascia in eredità ai ragazzi di oggi è la più semplice e la più difficile: cosa farete voi della memoria che vi abbiamo affidato?
Nelle foto, Eva Schloss–Geiringer con la madre; fotoritratto della testimone nel 2010
Note
[1] Anne Frank Trust UK, attività e fondazione (1990) e materiali educativi disponibili presso la fondazione. [2] Eva Schloss, Eva’s Story: A Survivor’s Tale, London, (varie edizioni). [3] Per il quadro storico sulla deportazione degli ebrei dai Paesi Bassi e la fase 1942–44, si veda: Bob Moore, Victims and Survivors: The Nazi Persecution of the Jews in the Netherlands 1940–1945, London, Arnold, 1997. [4] Sulla funzione civile della testimonianza nella storiografia della Shoah: Annette Wieviorka, L’era del testimone, (trad. it.), Milano, Raffaello Cortina, 1999.


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