



Sono il nipote acquisito di Gigi Ioculano, il medico chirurgo ucciso a Gioia Tauro, il 25 settembre 1998, nel suo ambulatorio: una data che mai dimenticherò. Mai. Né tantomeno i suoi familiari e gli amici che veramente gli hanno voluto bene e non hanno potuto essere compagni di viaggio sul sentiero che poteva condurre al suo grande sogno: quello di vedere la Calabria ma, soprattutto, Gioia Tauro, libera dal dominio delle cosche di ‘ndrangheta che condizionava e condiziona tutt’ora la vita civile dei nostri territori. Quella mattina erano passate da poco le 7 e Gigi si apprestava ad iniziare una giornata di lavoro dedicata ai suoi tanti pazienti; pioveva anche e quella mattinata uggiosa sembrava il presagio di quello che sarebbe successo subito dopo: un individuo sbucò da qualche anfratto infernale e sparò quattro colpi di pistola contro di lui, due lo colpirono nella testa e due nel petto. Due colpi per colpire l’intelligenza di un uomo che voleva costruire una città a misura d’uomo, e 2 colpi per colpire il coraggio e la bontà di un uomo che voleva aiutare i suoi cittadini a stare bene in salute. Una condizione della salute che nell’intenzione di Gigi aveva un duplice significato: per un verso, aiutare l’organismo a trovare il suo punto di equilibrio; per l’altro, significava aiutare anche il corpo sociale, la comunità in cui viveva, affinché potesse svilupparsi e seguire un criterio di benessere. E Gigi su questo valore aveva costruito la ragione della sua esistenza.
Gigi nativo di Seminara, si stabilisce a Gioia Tauro negli anni ‘60 dopo gli studi universitari, sposa Rosaria dalla quale avrà due splendide figlie, Simone ed Ilaria. Realizzato il suo nido d’amore, Gigi adesso accanto al suo dovere di medico, vuole aiutare la sua città a vivere secondo i canoni della bellezza, della cultura e del bene comune. Egli aveva individuato “nella cultura una delle terapie più utili per contribuire a guarire la società gioiese dai malanni e dai veleni che l’appestano, convinti come eravamo che più l’uomo è istruito e colto, più sa servirsi con discernimento di tutto ciò che conosce, usandolo per il bene e per l’uomo, certamente non per il male e contro l’uomo”. I malanni di cui egli parla che bloccano ogni possibilità di crescita, che condizionano pesantemente ogni aspetto della vita pubblica, non possono che avere un solo nome: ‘ndrangheta. Gigi, come il sottoscritto, credeva che il vero uomo di cultura non debba stare rinchiuso nella tradizionale torre d’avorio, ma “coltivare” gli interessi più genuini e profondi di una comunità (rispettando la radice semantica del termine “cultura” che rinvia al lavoro umile e laborioso della terra). Interessi, quindi, che dovevano essere di esclusiva pertinenza del popolo, e non solo di alcuni gruppi, né tantomeno delle cosche locali di ‘ndrangheta che succhiano ogni tipo di energia e lasciano in uno stato di totale miseria il territorio. “Tutto deve essere fatto e posto nel nome e nell’interesse superiore della città”, amava dire. Al Premio Sant’Ippolito Martire del 1998, l’ultimo che Gigi ebbe modo di vedere, disse: “La nostra Città, già borgo rurale, poi centro commerciale, ora scalo marittimo di grande riferimento nella portualità italiana, europea e mondiale, deve fare venire allo scoperto volontà ed intelletti che facciano di essa grande fucina di iniziative e le facciano intraprendere un cammino nuovo, il cammino della speranza, della elevazione morale, spirituale e socio-culturale”.
Da lì a poco quelle parole, però, rimasero soltanto come una sorta di testamento lasciato alla città, perché quel sogno fu “spezzato” (come sottolineato nell’ultimo numero “Agorà” in edizione straordinaria, la rivista e l’associazione culturale omonima fondata nel 1989 da lui ed altri cittadini gioiesi). Quel sogno finì perché prevalse la ferocia ‘ndranghetistica che voleva far permanere la città in uno stato di paura e di soggezione alle proprie regole, rispetto ad un uomo che cercava soltanto di liberare da uno stato di minorità i propri cittadini. Dico, a questo punto, a chiare lettere una cosa. Molti ricordano Gigi Ioculano come un “eroe”, io preferisco piuttosto ricordarlo come un “martire”. Se tendiamo a ricordarlo come un “eroe”, infatti, circoscriviamo il senso del suo agire in una cornice solitaria, e noi possiamo immaginare quanto Gigi (soprattutto negli ultimi tempi della sua esistenza) potesse sentirsi solo o lasciato da solo nelle sue battaglie civili; se lo ricordiamo, invece, come “martire”, mettiamo in luce la sua “testimonianza” che può essere ripresa dalla sua gente e servire come esempio da seguire nella prospettiva di un riscatto della città.
Sul solco di questo racconto, voglio concludere questo contributo su Gigi Ioculano, con le parole di Stefano Musolino, attualmente magistrato della DDA di Reggio Calabria, che nel 2010 in qualità di PM cercò di fare luce sul caso “Ioculano” senza, però, riuscirci: “Provo sempre un senso di rabbia ed inadeguatezza quando mi si chiede di dire qualcosa a proposito del dott. Ioculano e del suo barbaro assassinio. È un sentimento che non nasce solo per via dell’esito assolutorio del processo che lo ha riguardato, ma soprattutto e assai di più, per l’assordante silenzio che continua a circondare la sua figura, il suo stile e tratto umano, la sua storia politica e sociale. Poteva diventare un modello il medico Ioculano; un vero modello, rappresentativo della migliore intelligenza e classe dirigente reggina; un modello di vita vissuta senza grandi eroismi, senza clamori, ma con l’ostinata, quotidiana, irrinunciabile rivendicazione della propria dignità e libertà personale. E come se stessimo sprecando il suo sacrificio, la sua voglia di non cedere all’arroganza della ‘ndrangheta, di non abbassare mai la testa, di guardare dritto in faccia i suoi interlocutori e le cangianti e gattopardesche situazioni politiche che si dipanavano davanti al suo sguardo, troppo lucido ed intelligente per fare finta di non capire. Aveva la passione per la verità il dott. Ioculano e questo gli impediva di accettare i facili compromessi e le blandizie della vanità, con cui pure cercavano – da ogni parte – di indurlo a più miti consigli”.
Fin qui Musolino da uomo di legge ammette con onestà l’esito fallimentare di un iter processuale che non dà il senso di una giustizia umana, ma poi egli, proseguendo, si apre ad una speranza: “Forse un giorno riusciremo a cambiare questa stanca, provinciale dimensione culturale; ci prenderemo cura della memoria dei nostri martiri e ne faremo il punto di partenza per un futuro diverso, più aperto e libero. Scopriremo allora il sorriso e la passione di Luigi Ioculano, in arte medico, ma per vocazione e, quindi, per passione, politico e prima ancora uomo vero di questo nostro pezzo di terra”. Gioia Tauro non ha altra scelta: la parte migliore di questa città dovrà impegnarsi strenuamente nella quotidianità civile affinché emerga una via possibile e permanente di sviluppo, oppure sarà condannata a ripetere ossessivamente gli schemi che finora le hanno tarpato le ali per volare alto.


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