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APULEIO, DE DEO SOCRATIS Somnus atque Amor diversam inter se vim possident, Amor vigilandi, somnus soporandi. (XVI, 155)

L’indagine misterico-filosofica, entro cui Apuleio si inoltra per argomentare la dualità insita nella natura umana, assume connotazioni di espressività immanente allorquando, nello scorrere dei suoi pensieri, da iniziato ai culti misterici sia orfici che isiaci, approda all’idea che il demone dell’uomo per lo più trascorre l’opportunità vitale senza avere grande considerazione nella vita terrena, in virtù del fatto che l’essere umano tende in modo quasi esclusivo a guardare gli orpelli con cui è bardato il cavallo piuttosto che la statura e la possenza dell’animale stesso. Utilizzando la lingua latina, unica nel panorama glottologico nel rendere la pragmaticità e la concretezza dell’idealità, Apuleio ammonisce gli uomini circa l’intento a costruire lussuose case, a ornare abitazioni con grande sfarzo, a venerare cumuli di ricchezze a cui dedicano un culto assiduo, mentre le loro anime se ne vanno in giro selvagge, ignoranti e incolte. Dunque, sarebbe il caso di non farsi abbagliare da immani eldoradi e di valutare i ricchi alla stregua di un cavallo che si desidera acquistare al mercato: nessuno si sognerebbe di considerare né la bardatura né i lucenti ornamenti del pettorale né monili d’oro, d’argento e di gemme, al contrario, fatte togliere tutte queste inutilità, il cavallo si osserva in sé, nudo, solo il suo corpo e la sua indole; pertanto, da siffatta metafora si prenda spunto quando è necessario esaminare un uomo, espressione di perfetto connubio dicotomico che si profonda tra natura corporea, indissolubilmente legata alle contingenze materiali, e demonica che si appalesa come un dolce abbraccio della divinità; assurdità dell’essere umano che in potenza è un dio, ma preferisce scorrere nel fiume della vita alla stregua di un tronco informe e refrattario. In un unicum raziocinante, la concezione teologica penetra nella demonologia apuleiana e diventa pietra angolare della virtù, intesa come motore propulsore di elevazione spirituale e distacco consapevole e interiore da tutto ciò che avvinghia l’uomo ai piaceri, rendendolo Tantalo senza età! Si sostanzia nell’opera apuleiana così la funzione dei demoni intesi come collante e mediatori tra uomini e dei; infatti, nel capitolo XIII, l’iniziato madaurense rivela la vera natura dei demoni, li definisce esseri dotati di facoltà razionale, il loro animo è soggetto alle passioni, il loro corpo è d’aria, la loro vita eterna, li esplicita nell’anima umana dimorante nel corpo. Assurge a profonda significatività concettuale la favola di Amore e Psiche in cui Eros rappresenta il demone nella sua condizione più alta poiché libero da ogni legame corporeo, mentre Psiche è il demone-anima, soggetto alle debolezze umane perché legato al corpo. L’anima è senz’altro un demone degradato dalla sua natura divina, ma capace in taluni momenti di ritornare un essere divino anche durante la vita terrena purché viva in modo puro e sia dedito in ogni istante alla ricerca della conoscenza. Eudaimones sono le persone felici che possiedono un buon demone, un’anima perfetta, virtuosa: questo demone si chiama genio poiché l’anima, sebbene immortale, è per vie ignote generata insieme al corpo, pertanto l’uomo ha la possibilità di entrare in contatto diretto con la divinità, attraverso la mediazione della propria anima nel momento in cui si astrae il più possibile dalla natura corporea, e così in una sorta di trasumanar dantesco da uomo diviene demone, il demone diviene un dio, l’uomo quindi può diventare dio. Apuleio interpreta magistralmente l’esigenza della nuova religiosità mistica e irrazionale propria del suo tempo e lo fa con tale sofferta partecipazione e acutezza intellettiva inserendo la disquisizione demonologica nell’infinitezza del divino, esplicitando altri superiori demoni all’anima umana, una specie più elevata e più nobile, sempre liberi da catene e legami corporei. Ancora una volta prende forma la dualità simbolico- semiologica che cataloga, tra i demoni dotati di pregevole dignità, il Sonno e l’Amore, che esercitano poteri oppositivi: Amore tiene svegli con la sua vis vigilandi, Sonno possiede la vis soporandi, entrambi sono custodi degli uomini nel percorso vitale, entità invisibili ma perennemente presenti come spettatori di ogni azione e pensiero umani e, alla fine della vita, saranno guida sulla via del ritorno, fedeli assertori dell’operato umano nel bene e nel male, guardiani personali che hanno sorvegliato assiduamente, inseparabili spettatori e inevitabili testimoni che redarguiscono il male e ispirano il bene. Non è casuale che in chiusura troneggi la figura simbolo dell’Intelligenza creativa di Ulisse in parallelo al demone di Socrate, entrambi incarnano il modello dell’uomo saggio al cui fianco si trova una guida sicura che li ha aiutati a superare le difficoltà della vita. Apuleio è pregnante esempio di maestro sapienziale, profondo conoscitore di arti, misteri e saperi, acuto indagatore della via ascetica che conduce alle superiori e mistiche rose isiache, desideroso divulgatore di un pensiero che si impernia sulla dimostrazione  che l’uomo, pur relegato in questo inferno terreno, non è solo e abbandonato a se stesso, inesorabilmente lontano e separato dal divino, perché al suo fianco, di pari passo c’è un amico vero, sincero, sempre pronto a proteggerlo e a guidarlo allorquando decida di praticare una vita pura e virtuosa, di perseguire i più alti valori morali che costituiscono la conditio sine qua non  perché l’uomo faccia della dignità la fonte d’ispirazione primaria del suo iter vitale terreno.

Nihil est enim deo similius et gratius quam vir animo perfecte bonus, qui hominibus ceteris antecellit, quam ipse a diis immortalibus distat!

 

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