



Il MUSABA svetta nel cuore della locride, sulla rupe della valle del Torbido, territorio di assenze, reso vivo e fertile da Nik Spatari, nativo del posto, e Hiske Maas, olandese di Amsterdam: due mondi opposti ma straordinariamente connessi. Poliedrici, anticonformisti, pionieri del nuovo, visionari, in una parola: rivoluzionari!
Nel ’69 lasciano i bagliori di Parigi e qui s’insediano per farne presidio arte-natura, faro dell’avanguardia, unico nel suo genere, ben integrato nell’ambiente circostante, in cui artisti internazionali partecipano all’intrapresa lasciando la loro impronta con originali installazioni site-specific visibili lungo il percorso espositivo. I locali dimenticati della vecchia stazione ferroviaria diventano casa-rifugio-laboratorio; qui Nik e Hiske vivono la loro leggenda tra fatiche e inciampi. Resistenze superate e ancora da risolvere dicono di una realtà ingrata per un progetto ambizioso che si scontra con sfide sempre più ardue.
È il 25 agosto 2020: Nik Spatari, il gigante geniale di Calabria, ci lascia! Oggi, a cinque anni esatti dal suo saluto, quasi un richiamo, sono in viaggio verso il MUSABA per intervistare Hiske Mass, sua compagna di vita e lavoro, donna pragmatica, pilastro della sua esistenza. La sua silhouette si staglia decisa, scolpita da questo prisma di luce arcobaleno che è la “Rosa dei Venti” iconica ala d’ingresso che apre all’esperienza immersiva di visita scoperta del Parco-Museo-Laboratorio.
Ha lo sguardo intenso, sorride, non ostenta distacco:
Hiske, dico, lei si è guadagnata credibilità in un periodo in cui l’emancipazione femminile era urgenza avvertita ma per legittimarsi necessitava di tenacia, spregiudicatezza, coraggio.
Sa, lei è un modello per noi donne che attraversiamo luci e ombre, storie e utopie!
Io ricordo, quando sono venuta in Calabria la prima volta, una Mammola molto abitata però tutte le giovani ragazze dovevano stare in casa, chiuse a chiave, potevano uscire solo la domenica per andare a messa e lì poi c’erano tutti i maschi del paese a ronzare intorno.
Lei incarna la libertà, come si è trovata in questo luogo all’epoca sperduto?
Ecco, io vengo da una famiglia sportiva, mio padre era campione olimpionico di vela, disputava gare per il mondo e conosceva persone di nazionalità diverse; come mestiere vendeva le prime macchine americane. Durante la guerra abitavamo in un’antica fattoria, poi ci siamo spostati nella villa dei nonni, si viaggiava; la vita dei miei nonni era molto interessante: mio nonno era nato a Giava in Indonesia, la famiglia di mia madre ha creato la prima fabbrica di nylons in Olanda. Avevamo una grande nave ormeggiata sul lago, in estate stavamo lì; a tre anni i nostri genitori ci lanciavano in acqua per prepararci ad affrontare i pericoli da soli e imparare a stare a galla, eravamo abbastanza dinamici.
Per frequentare l’Università dovevamo abitare in città, io non ne volevo sapere, disegnavo, sì, già da piccola, e sa una cosa: a casa mia nessuno ha mai disegnato! Insomma, sono finita all’Accademia di Belle Arti di Amsterdam.
Per i professori ero troppo brava, decisero che dovevo trasferirmi a Londra e organizzarono il tutto: andavo da una famiglia con cui stare alla pari e via.
Era una famiglia accogliente, io studiavo e facevo qualche lavoretto per mantenermi.
La sua è stata un’avventura incredibile!
Prima sono stata in Inghilterra, poi a Lausanne, di seguito a Parigi, poi New York, Brooklyn, per guadagnare qualcosa lavoravo in un castello in Connecticut.
Ho fatto tutto da me, i miei non mi davano un soldo, volevano che tornassi a casa.
Lei si autogestiva e questo la dice lunga sulla sua apertura mentale, la sua autodeterminazione.
Hiske, intanto è piacevole ascoltarla ed io sono qui per questo, voglio raccogliere il suo sentire, farmi testimone del suo sentire, perché questa è una pagina che voglio scrivere su Hiske Maas: artista innovativa, ribelle, e sottolineare quanto Lei dichiara da sempre: la Calabria è bella!
A chi non crede nel futuro, lei dice: qui c’è tanto da fare, molto da fare!
Questo suo manifesto mi spiazza e commuove!
Perché?
Per il grande amore che lei, venendo da una cultura altra, nutre per la Calabria, per questa bellezza generosa, pur nelle emergenze, che noi abitiamo, che abbiamo dentro e che i nostri occhi sembrano non cogliere in pieno perché abituati, perché distratti.
Si parla tanto, il nostro lessico si edifica e rigenera anche se termini quali spopolamento, eutanasia, abbandono, restanza, declino irreversibile, suonano come monito, cosa ne pensa?
Voi calabresi siete fissati a fare soldi, ad andare via, nelle città; qui sono spariti tutti, poi anche le Università hanno le loro responsabilità.
Io ricordo quando sono venuta in Calabria, per poterla girare tutta, un amico di Nik di Serra San Bruno mi ha prestato una 500; i borghi erano pieni di artigiani che facevano cose bellissime, ora nessuno usa più le mani!
Agli studenti che vengono qui in visite guidate, dico non andate all’Università, si fa poco, al massimo all’UNICAL; riprendete i mestieri, inventate, lavorate con le mani, non state davanti al cellulare e al computer!
L’agricoltura?
Ogni metro di terra prima era tutto coltivato, adesso niente!
Il turismo?
Turismo intelligente, ma i borghi?
Vuoti!
I turisti che vengono da me non vogliono stare in albergo, preferiscono posti diversi.
Infatti, turismo esperienziale/outdoor e il MUSABA rappresenta una proposta alternativa e lungimirante aperta a nuovi sviluppi con i laboratori musivi, le sperimentazioni artistiche, le escursioni nell’entroterra.
Vede, oggi si discute di turismo delle radici, di questo tornare, ritornare (m’interrompe: Sì, bella cosa!), quindi bisogna attrezzarsi per creare nei borghi ospitalità diffusa.
Sì, ma nessuno vuole lavorare, questo è il problema!
Se questo è il problema, come possiamo noi animatori sociali, divulgatori culturali, essere pungolo perché si cambi rotta, si determini la svolta?
Ascolti, già i primi anni qui al MUSABA venivano famiglie con i bambini che non dovevano muoversi se no cadevano e si facevano male, in agosto mettevano la maglia di lana se no prendevano freddo… atteggiamenti vincolanti, rigidi!
Per lei è stato l’esatto contrario!
Sicuramente, ma non penso che qui si era ignoranti, no!
C’era troppo controllo sui figli, così non si dà fiducia, non si facilita l’autostima, l’autonomia; devono poter pensare, immaginare, desiderare.
Studiando i suoi cammini con Nik, ci si rende conto che se c’è volontà le criticità si possono superare.
Lei è consapevole che insieme avete sviluppato una pedagogia del fare e del saper fare che è metodo, che suggerisce come superare le difficoltà, come prendersi cura?
Il problema è il sistema, i giovani non sanno lottare, fanno le stesse cose, sono omologati quasi, invece devono osare, imparare dagli errori, guadagnarsi gli spazi, realizzarsi.
Ecco, Nik era un genio, con le sue mani sapeva fare tutto; era sordo, non è andato a scuola, da autodidatta ha fatto da solo.
Abbiamo lottato contro tutti; abbiamo conosciuto i grandi dell’Arte ma alla larga dai circuiti affaristici di mercanti e galleristi.
La nostra casa in via Solferino, a Milano, era grande, nove stanze, prima era un bordello; abbiamo pensato di aprire a Brera una galleria tutta nostra, Galleria Studio Hiske, abusiva, ma ci siamo riusciti, funzionava bene.
Sempre fuori dagli schemi, vero?
Sì, naturalmente!
Nik, poi, conosceva tanta gente che ci ha dato una mano.
Lei invita a recuperare i mestieri, a valorizzare il lavoro degli artigiani e qui l’atto creativo è sintesi di plasticità e maestria in ogni minimo dettaglio.
Il MUSABA è patrimonio collettivo da tutelare; avete avuto risorse ad hoc?
Mai visto un soldo, solo guerre!
Il Comune ci ha sempre ostacolati; l’entrata lato Mammola non è curata, piena d’erba che dobbiamo togliere in parte noi!
Alcuni meccanismi spezzano gli slanci, eppure gli strumenti ci sono, andrebbero ben orientati; si pecca di sufficienza, approssimazione, ne sono indignata!
Lei è sempre in lotta per proteggere l’integrità di questo sito rifuggendo condizionamenti, compromessi, aspettative illusorie.
Con Nik avete concepito un’eccellenza, eredità universale, di cui dovremmo essere fieri e saggi custodi.
Questo è bello, però urgono competenza e concretezza; persone vengono ma al primo ostacolo via, che scherziamo!
Si fa manutenzione, sì, ma le opere restano qui, non si spostano e non si vendono!
Mi si avvicina Saba, il cane femmina che la segue ininterrottamente, l’accarezzo, mi fa un certo effetto: avverto lo spirito di Nik! Indomita ed eroica, Hiske seguita ad argomentare sulle sue opere dirottando volutamente l’attenzione quasi a non farmi cogliere quel moto di dolore che l’attraversa, ma che ho colto! Nonostante le mie sollecitazioni non vuole essere lei il centro, continua a narrare di Nik favorita dall’avvicendarsi dei visitatori:
Lui era un talento puro, già a tre anni disegnava con la sabbia le navi che passavano, era il primo di nove figli, poi la bomba, la sordità, un trauma che non l’ha spento! Quando mi ha chiesto di venire a stare qui, gli ho risposto: ma sì, dai, invece di stare in queste città puzzolenti, che ci frega, mi piace stare in mezzo alla natura.
Quando siamo arrivati qui c’erano solo rovine, macerie, pietre, tutto era crollato.
Nik ha costruito questo con le sue mani, pietra su pietra.
La pietra, se vogliamo usarla come metafora, è l’essenza della vostra storia, è inciampo ma anche testata d’angolo, perché avete avuto caparbietà, avete superato blocchi, insidie, avete creduto nel vostro sogno.
Io e Nik siamo dei pazzi!
Parla al presente!
Mi mostra un’opera che raffigura dei pesci:
Vede, è molto bella, è antichissima, quando si costruiva Milano2 molte opere d’arte sono state trafugate, Nik è riuscito a salvarla, l’ha strappata dalle mani dei furbi di turno e poi l’ha ricomposta e ora chi viene qua può ammirarla, Lui era un miracolo vivente!
Nik ha sempre detto che è ritornato in Calabria grazie a lei e che il MUSABA l’avete costruito insieme, quando c’era da risolvere lei era in prima fila.
Sì, ero io a rompere le scatole, bisognava andare avanti, e poi lui non capiva la cattiveria, io sì, sono stata sempre guerriera.
Una donna profonda, penso, come le donne descritte dalla Fallaci; una donna che non si accontenta, uragano che non si ferma, ignora le critiche, non ha paura delle sfide, con Nik supera molte prove, è sempre al suo fianco, bussola della sua frenetica creatività. Hiske Maas non solo musa, ma àncora, consigliera fidata, stimolo, cura.
Nik, immerso nel suo silenzio, grazie a lei mantiene l’uso della parola relazionandosi col mondo intero, ha tutte le voci dentro, esplose poi in forme e cromie disseminate ovunque, una grammatica inedita del narrare in dialogo costante con il paesaggio, la sua storia, le sue geografie; un diario visivo che è fascinazione, incanto; scenario d’eternità!
Il MUSABA è un potente attrattore territoriale le cui potenzialità vanno indagate e conosciute impiegando nuove energie, sensibilità, saperi.
Hiske anticipa che ci sono in cantiere progetti destinati a soggetti creativi e laboriosi e che ad aprile 2026 il Museo Archeologico di Reggio Calabria ospiterà una personale di Nik che lì espose la prima volta nel 1956.
L’arte è follia, le dico, è guardare la realtà con occhi nuovi, suo nemico è l’indifferenza, e questa mia intervista è un inchino alla sua forza e al sublime di questa meraviglia!
Lei è una donna in gamba, non è la solita intervista noiosa, le solite domande.
Grazie, rispondo emozionata!
Apro l’agenda, le indico la mia nota: 25.08.2025 ore 10:00 intervista ad Hiske Maas con disegnato un piccolo cuore; ci abbracciamo. Tra donne ci capiamo! Mi scrive nella chiusa della sua dedica.
L’ombra della sera scivola muta e leggera sul MUSABA, senza spegnerne i riflettori.
Photo Credits:
Laura Piricò e MUSABA Fondazione Spatari/Maas


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