



Il volume Cenere e Mandorli di Michele Petullà, pubblicato da LIBRITALIA Edizioni di Vibo Valentia, casa editrice diretta con raffinata competenza da Simona Toma – Direttore editoriale – ed arricchita dalla visione culturale di Enrico Buonanno, si colloca in quel raro spazio in cui la poesia torna a farsi coscienza e memoria, veglia e custodia, gesto di bellezza pronunciato contro la notte.
Il titolo stesso racchiude un simbolismo potente e semplice al tempo stesso: la cenere ed i mandorli. Due immagini che non solo si oppongono, ma si abbracciano in una tensione dialettica. La cenere evoca la devastazione, il lutto, la rovina di ciò che un tempo era vita, ma evoca anche ciò che resta, il residuo che trattiene memoria, la polvere che custodisce l’orma del passato. I mandorli, invece, sono i primi alberi a fiorire, fragili e tenaci, presagio di primavera, quando l’inverno ancora incombe. In molte culture mediterranee e bibliche, il mandorlo è albero della vigilanza, della speranza che si annuncia nel cuore della notte. La scelta di queste due immagini racchiude l’intero orizzonte del libro: la lacerazione della storia e l’ostinata fioritura del senso.
La poesia di Petullà si nutre di questa tensione. Non è evasione né rifugio estetizzante, ma parola che si espone, che attraversa l’orrore senza eluderlo. Gaza, evocata con insistenza nei versi, diviene figura universale: non più soltanto luogo geografico, ma simbolo di ogni infanzia negata, di ogni madre privata della maternità, di ogni popolo ridotto a statistica. In ciò, la sua parola assume una funzione etica che ricorda la grande poesia del Novecento, da Paul Celan a Nelly Sachs, da Ungaretti a Pasolini, tutti poeti che hanno saputo trarre dal dolore un canto non consolatorio, ma vigile, profetico, necessario. Non si tratta, tuttavia, di un libro politico in senso stretto. L’urgenza che lo anima non è ideologica, ma umana: dare voce a chi è stato ridotto al silenzio, conservare la dignità, laddove regna l’annientamento, trasformare la devastazione in canto.
I versi di Petullà, con la loro forza visionaria, assumono il tono di una liturgia della memoria, in cui ogni immagine diventa icona: i bambini che costruiscono aquiloni senza cielo, le madri che impastano pane con la paura, i padri che sognano un’ora di sonno senza sirene. Queste figure, pur radicate nella cronaca della guerra, si innalzano a segni archetipici, a simboli di ogni tempo. La funzione della poesia, in questo libro, è triplice. È innanzitutto testimonianza: nomina ciò che altri tacciono, riporta alla luce le vite cancellate. È trasfigurazione: attraverso la forza dell’immagine, converte l’orrore in memoria condivisa, in esperienza che non può essere ridotta a dato statistico. Infine, è custodia: veglia sull’umano minacciato, preserva lo spazio della speranza, afferma che anche nel cuore della devastazione la vita può ancora fiorire. Questa triplice funzione conferisce al volume un valore che travalica i confini del singolo libro di poesia. Cenere e Mandorli si presenta come una voce che appartiene al nostro tempo storico, ma che dialoga con la tradizione millenaria dei testi profetici e sapienziali. L’eco dei Salmi, la durezza dei profeti biblici, la dolcezza spezzata della poesia mistica attraversano la sua tessitura verbale. Gaza diviene così metafora biblica, luogo in cui l’uomo moderno viene posto dinanzi al proprio fallimento e al tempo stesso alla possibilità di una rinascita spirituale.
Cenere e Mandorli non è solo un libro da leggere: è un libro da meditare. È un’opera che ci interpella, che chiede di non restare spettatori, che ricorda come la bellezza, quando è autentica, non è evasione, ma fedeltà. Fedeltà alla memoria, alla vita, al fragile cuore dell’umano. Nella cenere, Petullà invita a riconoscere la memoria del dolore; nei mandorli, la promessa di un risveglio che non è mai garantito, ma che può ancora avvenire. E proprio in questa tensione si situa il compito più alto della poesia: vegliare sulle rovine e, al tempo stesso, annunciare la possibilità di una primavera. Così, tra le macerie della storia, la parola poetica diviene fragile luce che non si spegne, custodia di ciò che resta umano, promessa che ancora ci lega al futuro.


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