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CENT’ANNI FA, IL PRIMO VAGITO DI ALLEN GINSBERG… POI L’ULULATO

Nel centenario della nascita di Allen Ginsberg, si potrebbe raccontare la sua vita come un lungo poema in prosa, una biografia che respiri con il ritmo dei suoi versi ma che resti limpida, come una strada attraversata di notte da un vento di jazz. Non solo la cronaca di uno scrittore, ma la storia di una voce che ha attraversato il Novecento gridando contro l’idolo del potere e a favore di una fraternità universale.

Allen nacque nel 1926 a Newark, nel New Jersey, in una casa ebraica dove la poesia era già una presenza quotidiana. Suo padre Louis era un insegnante e poeta, un uomo che credeva nella disciplina della parola; sua madre Naomi era invece una donna fragile e ardente, perseguitata da visioni e paure, militante comunista, che portava il piccolo Allen alle riunioni politiche e gli parlava di giustizia sociale come se fosse una promessa messianica. La sua infanzia fu segnata da quel doppio flusso di idee ed emozioni: da una parte l’ordine della poesia paterna, dall’altra il vento inquieto del disturbo della psiche e della profezia materna.

Molti anni dopo, nel poema Kaddish, egli ricorderà quei viaggi in autobus con la madre verso gli ospedali psichiatrici, lunghi percorsi attraverso l’America industriale che diventavano pellegrinaggi interiori. In quelle ore imparò che la poesia poteva essere anche una preghiera per i vivi e per i morti.

Da ragazzo scoprì Walt Whitman e fu come trovare una chiave per l’intero continente. Whitman gli insegnò che la poesia poteva respirare con il ritmo del corpo e della strada, che il verso poteva allungarsi come un respiro profondo. Molto tempo dopo Ginsberg avrebbe scritto versi che sembravano proseguire e innovare quella stessa corrente.

Nel 1943 arrivò alla Columbia University e lì accadde qualcosa che avrebbe cambiato la letteratura americana. Incontrò Jack Kerouac, William Burroughs, Lucien Carr. Non erano ancora i “Beat”, ma giovani inquieti che sentivano che l’America del dopoguerra stava diventando una macchina uniforme, una civiltà di conformismo e paura. Parlavano di una “nuova visione”, una formula presa da Rimbaud, e volevano liberare la lingua dalla gabbia della rispettabilità.

In quegli anni Ginsberg ebbe una delle esperienze più misteriose della sua vita. Nel 1948, leggendo una poesia di William Blake nel suo appartamento di Harlem, sentì una voce. Non una metafora, ma una voce reale, che gli parlava come se venisse da un’altra dimensione. Per un momento credette di ascoltare Dio. Poi pensò fosse Blake stesso. Non importava, perché da quel giorno la poesia diventò per lui una forma di visione, un portale su dimensioni alternative al reale.

Quando raccontava quell’episodio, diceva che il mondo gli era apparso improvvisamente vivo, carico di energia spirituale.

Pochi anni dopo si trasferì a San Francisco, dove la poesia stava cambiando forma. Lì incontrò Gary Snyder, Philip Whalen e altri giovani autori che cercavano nella filosofia Zen una via di libertà interiore.

E arrivò la notte del 7 ottobre 1955 alla Six Gallery.

In quella sala piena di vino, fumo e eccitazione, Ginsberg lesse per la prima volta il poema che avrebbe scosso la cultura americana: Howl.

Il poema iniziava con parole che sembravano una tromba nel buio:

“Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla follia…”

Quelle parole non erano solo poesia. Erano una denuncia e una liturgia insieme. Raccontavano gli amici, i folli, i visionari, i drogati, i santi urbani che vagavano nelle città americane cercando una verità che la società non voleva riconoscere.

Il libro fu accusato di oscenità. Ma il processo che seguì si trasformò in una vittoria per la libertà artistica. Un giudice dichiarò che il poema possedeva una sua “importanza sociale”.

La poesia aveva vinto contro la censura.

Negli anni successivi Ginsberg viaggiò senza sosta: Parigi, Tangeri, Londra, India. A Parigi abitò nel leggendario Beat Hotel, dove Burroughs completava Naked Lunch e Gregory Corso scriveva versi tra una notte insonne e l’altra.

A Londra, nel 1965, parlò davanti a migliaia di persone alla Royal Albert Hall. Il pubblico lo ascoltava come si ascolta un profeta sceso dai cieli della libertà assoluta.

Quando negli anni Ottanta incontrai Fernanda Pivano, lei parlava di lui proprio in questi termini. Allen non era solo un poeta, ma una figura profetica, un santo della libertà. Diceva che il suo amico poeta aveva scoperto il linguaggio magico nascosto dentro il linguaggio quotidiano.

Anche Peter Orlovsky, che fu il suo compagno per tutta la vita, lo descriveva così: un uomo che cercava la pace nel mondo come un monaco errante.

Negli anni Sessanta Ginsberg diventò un ponte tra i Beat e la controcultura hippie. Amico di Bob Dylan, di Timothy Leary, dei poeti radicali e dei musicisti della nuova America.

Ma nello stesso tempo si avvicinò al buddhismo, cercando una disciplina spirituale che potesse unire visione e compassione.

Continuava a credere che la poesia fosse una forma di risveglio.

Nei suoi versi compariva spesso l’immagine di Moloch, il mostro della civiltà industriale:

Moloch! Solitudine! Sporcizia! Bruttezza!
Moloch la cui mente è pura macchina!

Era il grido contro un sistema che trasformava gli uomini in ingranaggi.

E tuttavia Ginsberg non era soltanto un poeta della protesta. Era anche un poeta della tenerezza. Nei suoi diari e nei suoi ultimi libri la voce si fece più calma, più meditativa, come se il respiro della poesia si fosse armonizzato con il respiro della meditazione, con il silenzio della contemplazione.

Continuò a leggere in pubblico fino agli ultimi mesi della sua vita.

Morì nel 1997 a New York, circondato dagli amici.

Aveva scritto pochi giorni prima una poesia intitolata Things I’ll Not Do, una lista serena delle cose che non avrebbe più fatto.

Ma la sua voce rimane.

Perché in fondo Ginsberg aveva intuito qualcosa che riguarda ancora il nostro tempo: che la poesia non è soltanto un genere letterario, ma un atto di coscienza.

Una forma di resistenza attiva e contemporaneamente intima.

Una chiamata.

E forse ancora oggi, tra le città illuminate e i neon del nuovo secolo, si può sentire quell’eco:

“Ho visto le menti migliori della mia generazione…”

Il poeta continua a camminare tra loro,
barba nel vento, occhi pieni di luci visionarie e di colori mai visti prima,
gridando alla notte e al futuro, da dietro il reale,
una parola antica e sempre nuova, necessaria:

pace.

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