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DESTINO IMPERFETTO – STORIA DI UN FIGLIO DELLA DIASPORA ARMENA

Sembra la sceneggiatura di un film, questo libro scritto a quattro mani dalla giornalista e scrittrice Letizia Leonardi che ha raccolto le vicende  dell’imprenditore e scrittore KevorK Orfalian. È lui il figlio della diaspora armena che racconta senza veli e censure le sue esperienze di vita.

Dunque una storia vera quella narrata nel libro Destino imperfetto. Storia di un figlio della diaspora armena, CSA Editrice, 2021, con prefazione di Anna Mazzone, giornalista della redazione Esteri del Tg2 RAI che si occupa da anni di Turchia e della questione armena.

“La vita di ognuno di noi sarebbe da raccontare, alcune vite, però, insegnano qualcosa, sono cariche di tante altre vite che, attraverso un’unica voce, prendono corpo e possono parlare”; – scrive la prefatrice – “è questo il senso del romanzo di Letizia Leonardi e Kevork Orfalian, il racconto di un’esistenza, quella di Orfalian, che va veloce come le sue macchine di lusso. Veloce ma con lo sguardo perennemente rivolto al passato, alle vite di tutti gli altri”.

L’immagine iniziale del racconto è proprio quella di un grave incidente di Orfalian con la sua Ferrari, incidente che ha avuto come conseguenza mesi di convalescenza. Ma cosa c’entra una Ferrari con il dramma della storia armena? Costretto in un letto di ospedale Orfalian ripercorre a ritroso la sua vita, emergono alla sua coscienza e alla sua mente antichi ricordi, immagini di un passato raccontato dagli anziani della sua famiglia che, a ritroso, mantengono memoria del Genocidio armeno ad opera dei Giovani Turchi nel 1915. Le memorie storiche si intersecano e condizionano le esperienze personali, a periodi tragiche, dell’autore.

Gli armeni, costretti alla diaspora, hanno dimostrato in qualsiasi Paese si siano insediati, di essere capaci di lavoro sodo, integrità, intelligenza. Sono stati capaci di rifarsi una vita e di inserirsi costruttivamente nel nuovo tessuto sociale, mantendo forte un senso di identità e appartenenza, nonostante il rischio di perdere lingua e tradizioni nel mescolarsi con altri popoli. Così è stato per Orfalian che, nonostante le sofferenze e le difficoltà affrontate, è stato capace di ricominciare più volte, ripartendo da zero, mettendo in campo le sue capacità imprenditoriali fino a raggiungere abbondanti guadagni che gli consentono, oggi, di condurre una vita agiata.

Letizia Leonardi, all’interno del romanzo definisce gli armeni “come scaglie di un vaso di cristallo scaraventato a terra con violenza e rovinosamente frantumato”. Un dolore, quello del genocidio e della diaspora, risalente al passato, appartenente però anche al presente poiché i problemi che si presentano agli armeni sono sempre simili e i nemici sempre in agguato.

Orfalian si è trovato a viaggiare, a stabilirsi a Roma vivendo inizialmente di espedienti ma dove ha avuto incontri importanti, anche nel mondo cinematografico. Poi, seguendo il richiamo delle radici, durante un viaggio verso l’Armenia, è stato fermato in Turchia dove, ingiustamente accusato, ha sperimentato la durezza e la crudeltà delle carceri turche. La descrizione dei soprusi e delle violenze subite, sono riportati nel testo senza filtri e sembrano scene del film Fuga di mezzanotte, di Alan Parker. Nel periodo di detenzione riaffiora in Orfalian la storia mai passata del suo popolo e l’intatta  volontà persecutoria del Governo turco rispetto agli armeni. Un periodo di combattimento nel Nagorno Karabak, negli anni novanta, sancisce l’appartenenza e la lotta per la liberazione da parte di Orfalian, nella sua “Armenità” sempre presente e mai sopita.

L’idea dell’autore di compiere oculati investimenti prima nel campo della bigiotteria e poi delle calzature verso il Medio Oriente, si è rivelata, contro ogni previsione, un’intuizione estremamente valida e redditizia che lo ha riscattato dalle sofferenze della lontananza forzata dal suo Paese e dalle ingiustizie subite. Violenze che, tuttavia, hanno avuto un impatto severo sulle sue condizioni fisiche attuali.

Entrare nella vita di Orfalian significa immergersi nelle sfide di un armeno che, nella sua moderna affermazione, conserva dentro di sé la ricchezza di un popolo meraviglioso ma anche il peso di una indicibile sofferenza.

Nel romanzo si alternano eventi tragici a momenti di leggerezza e ironia; vi sono passaggi della sua vita amorosa e delle sue “monellerie”, come le definisce la co-autrice; vi sono descritti momenti di grande umanità nati con detenuti palestinesi, pur in un contesto di totale disumanità.

La scrittrice e giornalista Letizia Leonardi, grande esperta della storia armena, ha saputo egregiamente raccogliere e trasferire in racconto le vicende di Orfalian, in un linguaggio fluido e completamente aderente ai fatti narrati. Nella lettura si respira il disarmante dispiegarsi del “vero”, senza edulcorazioni ma con i naturali respiri di ripresa che normalmente la vita riserva agli esseri umani. Le citazioni di cui il libro è ricco e le foto inserite di straordinaria rarità (alcune donate all’autore dal fotografo del genocidio armeno Harnin Wegner), costituiscono un formidabile intercalare delle vicende riportate a memoria e guidano nel percorso significante.

Un libro-testimonianza che ha avuto l’apprezzamento di S.E. Vladimir Karapetyan, Ambasciatore d’Armenia in Italia, per l’apporto conoscitivo a favore della diffusione della cultura armena e della sua storia.

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