



Tra le protagoniste della storia, un posto di prima grandezza occupa Caterina da Siena, donna capace di incarnarsi nell’attualità e nella sapienza politica. La sua opera conciliatrice e di pace ebbe come dimensione non solo Siena e l’Italia, ma si può dire l’Europa. Si adoperò energicamente per svolgere un’azione sociopolitica, di riconciliazione. Il suo pensiero muove verso il riconoscimento del valore e della dignità della persona umana, nonché della strumentalità della società rispetto al destino eterno della persona. Mette ben in evidenza come tre sono i peccati fondamentali dell’uomo politico: evitare la contesa, rimandare la decisione e tollerare il male (L. 123). Peccati che ella riassume nel: “Sonno della negligenza”, cui si ricollega: «Chi non sa governare se stesso, non può governare gli altri» (L. 121).
E, poiché è in gioco il destino dell’uomo, impegnarsi nella politica è per l’essere umano un dovere; anzi, la dimensione sociale è all’uomo naturale altrettanto quanto la dimensione individuale. Gli esseri umani, essendo per natura «animali sociali e politici», si associano per attuare il bene comune, cioè il fine della loro società. Nella concezione di Tommaso d’Aquino, la politica appare come scientia civilis. Per Tommaso, il vero bene individuale può essere attuato solamente nella società. Non esiste il bene individuale se non è inserito nel bene comune. In tal modo il bene comune per essere attuato da tutta la comunità deve diventare il bene nostro, il bene di ciascuno di noi. Nel Dottore Angelico, la politica è esercizio della “prudenza”, ossia della virtù che indaga e predispone i mezzi in una giusta economia di rapporti col fine. È la cosiddetta prudenza “politica” che devono praticare i governanti, ma che deve essere anche in tutti i cittadini giacché contribuiscono e collaborano, come attori consapevoli e responsabili, alla condotta della cosa pubblica.
Per noi uomini del XXI secolo, soggetti alla mentalità dei nazionalismi esasperati, dei confini politici divenuti barriere, non è semplice pensare a un’Europa nella quale tutti si consideravano, in qualche modo, concittadini di quello che era o era stato un medesimo Impero e si muovevano liberamente da un paese all’altro; Siena stessa era una delle tante città-stato di quel tempo ed era in relazione per i suoi commerci con i maggiori centri d’Europa; il latino era ancora la lingua ufficiale comune a tutto l’Occidente, nonostante l’affermarsi delle lingue volgari. La cultura europea era unitaria, malgrado le divisioni politiche e comunali.
Pur serbando ognuno la propria nazionalità, che anzi comincia allora ad accentuarsi, gli uomini del secolo XIV non si consideravano ancora come forestieri l’uno con l’altro; si sentivano coinvolti in un destino piuttosto comune e non avevano difficoltà a vivere insieme. Di fronte a Caterina vi era un’Europa divisa politicamente, ma unita dalla cultura umana e cristiana, che i secoli precedenti avevano elaborato, ed Ella seppe, in un secolo molto difficile e denso di vicende che lacerarono dall’interno anche la compagine ecclesiastica, indicare le vie per la conciliazione e l’ordine. La sua fu una filosofia politica e oggi, più che mai, si avverte il bisogno di riscoprire la purezza dell’etica, della politica, della filosofia. È l’affermazione dei valori etici a determinare il vero progresso dell’umanità.
È importante ricordare che la politica non è ‘cosa’ riservata, tutti possono e debbono collaborare al bene comune, evitando però le fazioni, le “sette” come dice Caterina, che sono la rovina della città, quando mirano non al bene comune, ma al loro bene particolare e sono per questo intente alla conquista del potere (L. 268). Non è una questione di genere, è piuttosto una questione di buon senso. L’attenzione deve potersi riaccendere sul dato che siamo custodi perfettibili di un tesoro chiamato umanità, e che occorre porsi la questione non solo di ‘cosa sia buono’, ancor più di ‘cosa buono sia’ per la conoscenza della verità e per riportare la persona al centro del rispetto umano. C’è qualcosa di più che nasce dal profondo dell’essere umano che fa fatica a volte ad affiorare. Ciò richiama all’assunto dottrinale “L’intelligenza scopre…”(S. Th., I-II, q. 94, a. 2): se l’uomo è segno altissimo dell’immagine divina, se questo segno è dato dalla sua libertà, soprattutto, ecco allora che la società non può avere altro tessuto connettivo che quello della carità, una carità che urge di azioni di responsabilità, di coraggio, di giustizia.


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