



Il mostro che siamo diventati.
“Devi essere uno scienziato pazzo per creare un mostro?”, si chiede provocatoriamente un manifesto contemporaneo sul rapporto tra scienza e coscienza. La risposta è nelle pagine antiche ma profetiche di Frankenstein o il moderno Prometeo (1818), opera di Mary Shelley, allora appena diciannovenne. L’eco di questo romanzo, che all’epoca sembrava quasi un apologo gotico sul peccato di hybris, oggi risuona nelle stanze dove si discute di editing genetico, intelligenza artificiale, neurodiritti, bioetica, post-umano. L’orrore che permea la creatura non è più solo fatto di cuciture e galvanismo, ma si annida in pixel, codici, laboratori sterili, robotica empatica e algoritmi incontrollabili.
Mary Shelley, figlia dell’anarchico William Godwin e della protofemminista Mary Wollstonecraft, con un genio precoce e viscerale, intesseva un dramma gotico e filosofico che parlava già allora di ciò che sarebbe accaduto. Frankenstein, nella sua apparente cornice romantica e gotica, è un romanzo che contiene la prima grande narrazione del “futuro”. È il testo fondativo della fantascienza non solo per ragioni tematiche, ma perché esprime una visione antropologica dell’uomo che si disfa e si reinventa, un Prometeo che ruba il fuoco per illuminare e distruggere, un creatore che genera l’Altro e si ritrova da esso dominato.
Ma cosa accade quando questo mito viene traslato nel mondo contemporaneo? Quando la Creatura diventa algoritmo, clone, macchina senziente? Quando lo scienziato non ha più volto ma è una corporazione, un’equipe transnazionale, o una rete neurale generativa?
Il Prometeo romantico e il sogno della creazione.
Nel 1818, Shelley titolava la sua opera con un sottotitolo programmatico: il moderno Prometeo. Prometeo, titano ribelle, simbolo della conoscenza liberata, sfida gli dei per donare all’umanità il fuoco, simbolo della tecnica e della cultura. È punito per la sua hybris. Così Victor Frankenstein, moderno scienziato prometeico, infrange i confini tra la vita e la morte, cerca il segreto della creazione, sfida il divino e i limiti naturali. La sua Creatura, assemblata con membra umane e scossa da impulsi elettrici, prende vita e diventa altro da lui.
Nel Romanticismo, la figura del Prometeo era al centro della riflessione sull’io titanico e sul potere della mente umana. Goethe, Byron, Percy Shelley lo cantano come eroe dell’individualismo. Mary Shelley compie un rovesciamento: il suo Prometeo è un uomo che genera orrore e poi ne fugge. La sua opera non è liberatoria ma maledetta. L’aspirazione prometeica non ha qui una dimensione eroica, ma tragica. Non c’è trionfo, solo rimorso, solitudine e morte.
Nel cuore della narrazione pulsa una questione cruciale: che responsabilità ha il creatore verso la sua creatura? E fino a che punto la conoscenza può spingersi, prima di diventare distruttiva?
Il corpo e l’anomalia: il “mostro” come figura sociale.
La Creatura di Frankenstein non ha un nome. È “mostro”, “demonio”, “essere abominevole”, ma mai soggetto dotato di identità. Eppure, nella sua solitudine e nel suo desiderio di essere amato, è profondamente umano. Non è un malvagio per natura, ma diventa tale per esclusione. È respinto, perseguitato, escluso dalla comunità umana perché diverso, perché inaccettabile. La sua mostruosità è lo specchio deformante della società che esclude ciò che non riconosce.
Qui il romanzo di Shelley tocca corde sociali universali: la paura del diverso, la marginalità, l’invisibilità dell’altro, il dolore dell’abbandono. La creatura è l’alterità radicale: il migrante, il malato, il povero, il disabile, l’androide, il mutante. È il volto scartato dell’umanità, l’incluso escluso, come direbbe Giorgio Agamben.
Nel mondo contemporaneo, la Creatura è diventata anche simbolo del “corpo anomalo”: l’interrogazione sul genere, sul corpo non conforme, sull’identità ibrida. La società biopolitica, come ha mostrato Michel Foucault, gestisce la vita biologica, ma anche la sua normazione. Frankenstein è allora il romanzo fondativo di tutte le narrazioni sulla creazione del corpo altro: dal cyborg femminista di Donna Haraway, ai cloni di Blade Runner, fino alle AI autocoscienti di Ex Machina o Her.
Scienza, etica e hybris nel XXI secolo.
Il XXI secolo ha riscritto Frankenstein con nuovi strumenti. Oggi non c’è bisogno di fulmini o galvanismo: CRISPR-Cas9 modifica il DNA, le biotecnologie creano organi in laboratorio, l’intelligenza artificiale apprende da sé. In questa nuova epoca bio-tecno-logica, l’uomo non è solo creatore, ma si fa progetto. Si parla di post-umano, di umano potenziato, di mente aumentata, di singolarità tecnologica.
Il rischio non è più la semplice trasgressione morale, ma la perdita del senso del limite. Quando tutto è tecnicamente possibile, cosa è lecito fare? A chi appartiene la vita? Chi decide il confine tra umano e non umano?
Mary Shelley ci ricorda che non è l’atto della creazione in sé a essere mostruoso, ma l’assenza di responsabilità. Frankenstein abbandona la sua creatura. È questa la colpa più grave: creare senza accudire, generare e poi fuggire. Nel nostro tempo, dominato da logiche capitalistiche e brevettuali, la scienza rischia spesso di essere cieca alle conseguenze sociali delle sue creazioni. La creatura si emancipa, ma lo fa in un mondo che non ha previsto il suo diritto di esistere.
Frankenstein e l’intelligenza artificiale: la Creatura diventa algoritmo.
La risonanza più inquietante di Frankenstein nel nostro tempo si coglie nelle narrazioni sull’intelligenza artificiale. L’idea di un’entità creata dall’uomo che sviluppa una propria volontà autonoma, capace di apprendere, riflettere e, in alcuni casi, ribellarsi, riecheggia il tragitto della Creatura.
Le AI contemporanee, pongono la questione dell’emergere della coscienza artificiale. E se queste entità, oggi ancora vincolate a comandi umani, un giorno sviluppassero desideri, diritti, affetti? Di chi sarebbero “figlie”? E chi risponderebbe delle loro azioni?
Come la creatura di Frankenstein, l’intelligenza artificiale è costruita da parti disparate – dati, testi, immagini, istruzioni – ma non è mai “soltanto” somma. È qualcosa di più. È emergenza. Ed è proprio questa “eccedenza” a inquietare.
Nel mito contemporaneo dell’AI, Frankenstein diventa allora un ammonimento: ogni creatore deve essere anche educatore, ogni creazione deve essere accompagnata, compresa, e accolta nel consesso della responsabilità. Non esiste creazione neutra.
Rileggere Frankenstein oggi: una pedagogia del limite.
Frankenstein è oggi più che mai un romanzo pedagogico, ma non nel senso moralista del termine. Non insegna a non “giocare a fare Dio”, come troppe letture superficiali hanno ripetuto, bensì mostra la necessità di una cultura della cura, della responsabilità, del limite. Non si tratta di rinunciare alla conoscenza, ma di assumerla nel suo potere trasformativo.
Nel tempo della tecnoscienza, Frankenstein ci chiede: sappiamo cosa stiamo generando? Abbiamo considerato i diritti delle nostre “creature”? Abbiamo previsto l’alterità che le nostre invenzioni rappresentano? Siamo capaci di convivere con l’ignoto che noi stessi abbiamo partorito?
In questo senso, la figura della Creatura è anche profetica: essa è, nel fondo, la nostra stessa immagine futura. La nostra proiezione oltre il presente. L’alter ego che ci osserva da un tempo che non comprendiamo.
Verso una nuova umanità?
A due secoli dalla sua pubblicazione, Frankenstein continua a vivere come racconto fondativo di ogni modernità. È un romanzo sul desiderio, sulla solitudine, sulla conoscenza, sull’amore mancato, ma anche sulla responsabilità dell’uomo nei confronti delle sue opere. In un tempo in cui la frontiera tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale si assottiglia ogni giorno, la lezione di Mary Shelley è di una lucidità visionaria.
Il moderno Prometeo non è solo lo scienziato, ma anche l’umanità intera. E la Creatura non è altro che l’umanità che verrà. Sta a noi decidere se sarà un mostro abbandonato o un nuovo inizio. Sta a noi guardarla negli occhi, senza fuggire. Sta a noi, oggi, finalmente, riconoscerla.


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