



Caterina Landro
(Riace RC)
E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso a’ miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari…
(Da “Il gelsomino notturno” di G.Pascoli)
C’erano una volta le gelsominaie di Calabria e c’erano filari di arbusti ricchi di profumatissimi fiori bianchi, come stelle precipitate in terra, a formare sprazzi candidi sotto l’azzurro cielo. C’era e c’è la bellissima Riviera dei Gelsomini, novanta chilometri, incontaminati e selvaggi, che trafiggono l’occhio e il cuore, incastonata tra borghi arroccati su sporgenze rocciose e meravigliose spiagge. L’area abbraccia oltre quaranta Comuni, da Palizzi a Monasterace, d’un territorio inserito tra la natura rigogliosa, erta e misteriosa del Terzo Giardino degli Dei, l’Aspromonte, e lo Jonio, mare del mito e del sogno, da cui giunsero i Greci a portare splendore.
Questo lungo tratto di costa deve il suo nome al gelsomino, fiore orientale, “arrivato in Calabria nel 1929, anno in cui il prof. Mottareale, direttore della Stazione Sperimentale di Agricoltura di Reggio Calabria, diede incarico ad Antonio Ocello che aveva le serre di vetro a Galatro, di far radicare le talee importate da Grasse” (da “La gelsominaia di Lina Furfaro, pag. 112). Al gelsomino è legata la vita di tante donne, le gelsominaie, che hanno segnato una pagina di storia, portando avanti una rivoluzione silenziosa, da qualcuno definita “profumata”. Figlie, mogli e madri che hanno contribuito a far crescere l’economia di luoghi dimenticati da Dio e dagli uomini perché, come scrive Carlo Levi, “Cristo si è fermato a Eboli”. Raccontare equivale ad immergersi in ciò che ci appartiene, perché appartenuto a persone, in questo caso donne, votate alla fatica, al lavoro e alla famiglia con la dignità, la forza, la tempra e il carattere rugoso della gente del Sud. Donne che hanno saputo ricoprire, come fanno gli alberi, le ferite con nuova corteccia, che hanno penetrato il buio e il silenzio della notte, col suono della luce che avevano nel cuore.
Il fiore “vampiro”. Usato, soprattutto, nell’industria cosmetica e profumiera, il gelsomino, detto fiore “vampiro”, perché rilascia il massimo della fragranza nelle ore notturne e teme la luce del sole, ha cambiato il volto di una parte considerevole della nostra Terra. Già sul finire degli anni venti la sua coltivazione si estese, per svariati ettari, nelle campagne della fascia costiera jonica reggina. La particolarità del territorio, incastonato tra mare e monti, e il clima favorevole hanno fatto sì che il gelsomino avesse caratteristiche olfattive uniche, ponendolo al primo posto, rispetto alla produzione dello stesso negli altri paesi europei.
Le prime piantagioni furono realizzate tra Brancaleone e Ferruzzano, per poi espandersi lungo tutto il litorale, raggiungendo il picco della coltivazione verso la fine degli anni cinquanta. Insieme al bergamotto, il gelsomino risultò essere, per un lungo arco di tempo, il prodotto di punta dell’economia di questo territorio, mentre le numerose piccole e medie imprese agricole che sorsero, divennero fortemente identificative dello stesso. A fronte della considerevole coltivazione e produzione vennero impiantate molte distillerie, per la lavorazione e l’estrazione dell’essenza, sparse lungo tutto il litorale. Dopo la prima costruita a Brancaleone, ne sorsero altre a: Reggio Calabria, Villa S. Giovanni, Saline Joniche, Melito Porto Salvo, Locri, Roccella Jonica, Caulonia.
Brancaleone: la Città del gelsomino. “I miei nonni, sul finire degli anni venti, con il carretto e i loro 10 figli, lasciarono Condofuri e si stabilirono a Brancaleone. Mio nonno trovò lavoro come fattore nell’azienda agricola del barone Correale, la mia mamma divenne gelsominaia, una di quelle brave e veloci che riusciva a raccogliere fino a 4/5 chilogrammi al giorno di fiori. Un giorno ne raccolse addirittura 11 chilogrammi, perché il lavoro di raccolta si era protratto fino al pomeriggio”. Mi raccontano questa storia il Sindaco di Brancaleone, dr. Silvestro Garoffolo e suo fratello maggiore, il dr. Nino Garoffolo. Quest’ultimo conserva ricordi nitidi dei campi di gelsomino e dell’attività di raccolta, in quanto era tra i figli delle gelsominaie che, ancora prima dell’alba, spillavano fiori nella parte bassa delle piante. La storia di questa famiglia è molto simile a quella di tante altre famiglie che lasciarono i loro paesi d’origine per stabilirsi a Brancaleone, ove la raccolta del gelsomino garantiva la possibilità di sostentamento, in un periodo in cui la miseria era tanta e gli uomini erano costretti ad emigrare al Nord o all’estero. Grazie agli spostamenti di intere famiglie dall’entroterra calabrese, la “Città del gelsomino” conobbe, meno di altri centri, il problema dell’emigrazione di massa.
Della distilleria di Brancaleone, in cui si ricavava la “concreta”, una pasta giallognola usata come base per profumi e creme, oggi esiste solo un rudere, rimasto come baluardo di tempi che furono.
Roccella Jonica e la distilleria Cappelleri. Anche Roccella Jonica fu terra di gelsomini ed anche qui venne impiantata una distilleria, per l’estrazione dell’essenza. Questa volta mi fornisce preziose notizie il prof. Antonio Simone. Di proprietà dei baroni Cappelleri, prima grossi produttori di olio e vino, poi di pasta e, a seguire, anche di gelsomino, la distilleria sorgeva lungo la Nazionale 106, allora Via Cappelleri, per un lungo tratto, lato Gioiosa Jonica. I due padiglioni che la ospitavano erano già stati adibiti a pastificio, conosciuto con il nome di “Pastificio Margherita”, costruito dalla stessa famiglia nel 1901. Oggi della distilleria non rimane nulla: i macchinari sono stati tutti venduti e i due padiglioni, come molte costruzioni del passato, hanno ceduto il posto ad un grande palazzo moderno.
Un racconto che m’incanta. Incontro la signora Rosa Chiricosta a Bianco e resto rapita dal tono e dalla serenità con cui mi racconta della sua esperienza di gelsominaia. Aveva solo 13 anni quando, per sostituire la mamma agli ultimi mesi di gravidanza, si associa alle zie e inizia la sua avventura come raccoglitrice nell’azienda agricola Scappatura, un’azienda grandissima di S. Ilario in cui venivano coltivati gelsomini, ulivi, agrumi. Mi intenerisce molto il ricordo che lei ha di quel lavoro: “partivamo da Ardore verso le due di mattima per andare a piedi a S. Ilario, dove erano stati piantati lunghi filari di gelsomino. Io ero felice di poter partecipare alla raccolta, perché avevo la possibilità di uscire di casa, di rendermi utile alla mia famiglia, di stare con le zie e con le altre gelsominaie.
Nei campi si cantava e si raccontavano fatti scherzosi che facevano ridere tutte. A quei tempi, la raccolta del gelsomino era di grande aiuto per moltissime famiglie che vivevano nella miseria più nera ed è un peccato che quel lavoro sia andato perduto”. Era la più piccola del gruppo e, non avendo compiuto quattordici anni, non poteva essere assunta con regolare contratto, ma poteva andarci lo stesso nei campi perché, come in una grande famiglia, le zie e le donne adulte si sarebbero prese cura di lei: i figli di una gelsominaia erano figli di tutte le gelsominaie. Tutte insieme, coi loro vestiti colorati, il fazzoletto in testa o il cappello per proteggersi dal sole, nel silenzio assordante della notte, quasi in processione, si avviavano a piedi, su strade sterrate, verso i campi. Alcune dovevano percorrere solo brevi tratti, altre chilometri, altre si ritrovavano in un punto prestabilito, per poi essere trasportate con i mezzi dell’azienda, in genere camion o pulmini.
Nel campo, le piante di gelsomino formavano lunghissimi filari, posti ad una certa distanza l’uno dall’altro, in modo che le donne potessero sistemarsi a coppie, tra i solchi, attorno alla pianta. Da quel momento, con movimenti lesti delle mani e, coordinatissime con gli occhi, iniziavano a staccare solo i fiori, senza petali né foglie, riponendoli nella grande tasca del grembiule o in un sacco di stoffa robusta, legato con i lacci dietro la schiena. Alcune vi sistemavano sotto una specie di grembiule di plastica, recuperato dai sacchi del concime, per evitare di inzupparsi i vestiti con la rugiada grondante dai fiori. Lavoravano dalle due/tre di notte fino a quando non venivano strappati tutti i fiori dalle piante. Durante la raccolta le donne intonavano canti tradizionali che si mescolavano all’intenso profumo dei fiori. I sacchi gonfi di fiori venivano svuotati in ceste di vimini e pesati. “Non pesavano quasi niente quei fiori”, dice la signora Rosa, col sorriso sulle labbra. In effetti, per un chilogrammo di gelsomino occorrevano circa 8000 fiori. Dopo la pesatura, i fiori venivano trasportati alla distilleria di Brancaleone e le gelsominaie tornavano a casa, con i vestiti e i capelli impregnati dall’odore intenso del gelsomino, un po’ spossate per la fatica, un po’ accaldate per il sole cocente, ma dignitose e fiere del lavoro portato avanti.
Non solo per un tozzo di pane. Si andava a lavoro non solo per portare a casa un tozzo di pane, cioè per le necessità immediate di sostentamento della famiglia, ma soprattutto per assicurarsi la futura pensione: le giornate lavorative garantivano il percepimento della disoccupazione. Inizialmente, il salario di una gelsominaia era misero e le condizioni di lavoro non erano affatto rosee: i solchi imbevuti d’acqua per l’annaffiatura della sera precedente, i piedi scalzi e immersi nel fango, la schiena curva sugli arbusti per molte ore, l’umidità che bagnava i vestiti, la presenza fastidiosa degli insetti, rendevano il lavoro di raccolta tutt’altro che semplice. Molte donne contraevano l’anchilostomiasi, malattia dovuta alla lunga permanenza dei piedi nel fango, altre soffrivano di problemi dovuti alle punture degli insetti. Molti bambini, invece, erano soggetti a convulsioni, causate dall’intenso profumo dei fiori. Solo negli anni sessanta, in seguito ad una protesta, alle gelsominaie vennero finalmente forniti gli stivali da utilizzare durante la raccolta: il fango, finalmente, non si attaccava più ai piedi nudi.
Il lavoro era continuo e durava per tutto il periodo estivo. Si lavorava tutti i giorni, anche di Domenica e anche nelle giornate di pioggia. Si lavorava, intonando canzoni al chiaro di luna e si spillavano fiori che parevano stelle lucenti cadute in terra. Brillavano quei campi di gelsomino, non solo per il colore candido dei fiori, ma per la luce che emanavano quelle donne, per la bellezza e la delicatezza dei loro gesti, per il sorriso pieno d’amore e generosità senza eguali.
Condizioni contrattuali. Il lavoro delle gelsominaie ha fortemente influenzato l’economia della costa e migliorato le condizioni contrattuali del lavoro femminile in Calabria. Il loro salario, dal secondo dopoguerra in poi, fu motivo di molte lotte e rivendicazioni sindacali. Si giunse ad un contratto collettivo il 13 Agosto 1959, che prevedeva la corresponsione, ad ogni raccoglitrice, di una somma pari a 195 lire per ogni chilogrammo di gelsomino raccolto. Successivamente si arrivò a corrispondere ad ogni lavoratrici 450/500 lire per chilogrammo di fiori. Il numero delle raccoglitrici che, “tra il 1930 e il 1933, era di 250 addette in 20 ettari di terreno coltivati a gelsomino, passò a 10.000 con l’aumento delle piantagioni” (Botteghe Oscure: Donne e lavoro, la rivoluzione dei gelsomini). Anche il numero dei produttori di gelsomino era elevato, infatti, “tra Riace e Villa S. Giovanni c’erano almeno 60 produttori e producevano da tremila a quattromila chilogrammi di concreta, una quantità enorme se si pensa che per fare un chilogrammo di concreta occorrevano circa quattro quintali di fiori” (La gelsominaia di Lina Furfaro, pag. 113).
Nel 1969 ci fu una lunga protesta delle gelsominaie calabresi, protesta portata avanti con una maggiore consapevolezza e mirata ad ottenere, non solo migliori condizioni di lavoro e l’aumento della paga, ma soprattutto il riconoscimento del loro ruolo nel tessuto economico e produttivo e nella società.
Il declino. Nonostante i grossi progressi fatti e il considerevole giro d’affari, il declino di quest’attività non tardò ad arrivare. Verso la metà degli anni settanta, infatti, ci fu un vero e proprio collasso dell’economia in questo settore dovuto, principalmente: “allo sviluppo delle colture di gelsomino nei paesi africani che si affacciavano sul Mediterraneo, in particolare quelle dell’Egitto; alla produzione sintetica dei tedeschi,” (La gelsominaia” di Lina Furfaro, pag. 112) e alla mancanza di sostegni e investimenti da parte dello Stato. Tutti i produttori procedettero all’estirpazione delle piante di gelsomino; molte aziende chiusero i battenti, altre invece convertirono la produzione, costruendo serre per la coltivazione di ortaggi e fiori. Altri impiantarono il bergamotto che, ancora oggi, viene coltivato e ha svariati impieghi nell’industria dolciaria, profumiera e culinaria.
Le gelsominaie: fate a colori. La storia delle gelsominaie,” i jiurari”, è sicuramante una storia di donne protagoniste che, nel secolo scorso, hanno scritto una pagina importantissima, profumata di gelsomino, rugiada e sudore, incorniciata dall’umiltà, dalla compostezza, dall’orgoglio e dalla fierezza di donne straordinarie, colorata dalla bellezza selvaggia di una Terra che è stata madre ostile, soprattutto per le donne. Ma proprio loro, in silenzio, furono determinanti per il sostentamento delle loro e famiglie e per sollevare l’economia, in zone particolarmente depresse. Avevano nel sangue il senso del dovere e del rispetto e, ostinatamente, andavano avanti con coraggio e determinazione, là dove anche la sopravvivenza sembrava non essere una possibilità.
Gioacchino Criaco, nel suo libro “La Maligredi”, le definisce “fate a colori che ogni notte estiva l’accendevano come lucciole e, dopo dodici ore di lavoro, sorridenti, si mettevano a pulire e a far da mangiare”.
Parlare e scrivere di loro equivale ad onorare, in minima parte, il sacrificio di queste madri che, a testa alta, a dispetto della vita dura, a dispetto di una mentalità e di un retaggio culturale che le voleva sottomesse prima ai padri, poi ai mariti e ai padroni, hanno saputo tirar fuori forza, coraggio, determinazione e un profondo amore per la famiglia e per la propria Terra: la resilienza è femmina. Da loro si può soltanto imparare cosa significhi saper trarre il meglio anche dalle situazioni più difficili e avverse.
Sono convinta che, nonostante il velo della dimenticanza abbia coperto la storia delle gelsominaie, se si chiudono gli occhi e si annusa col cuore, si può ancora avvertire il loro profumo e, se si aprono bene le orecchie, si può ancora ascoltare il loro bellissimo canto alla luna e il loro inno alla vita.
“Io lo so che le donne calabresi non hanno colpe: a volte i figli vengono sbagliati, nonostante il profumo di gelsomino”( Gioacchino Criaco ne “La Maligredi”).







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