



C’è un silenzio che percorre i paesi della Calabria. Non è il silenzio solenne della montagna al tramonto, né quello buono delle sere d’estate quando la luna sembra carezzare le case addormentate. È un silenzio diverso, più cupo, come se ogni volta che una valigia si chiude, si strappasse un pezzo di voce al coro collettivo. Lo si avverte nelle piazze vuote, nelle scuole che chiudono, nei bar che non hanno più clienti giovani, nei ballatoi delle case dove i vecchi guardano il vuoto e ricordano i figli partiti, i nipoti che vedono solo a Natale.
La Calabria è da decenni una terra di partenze. La retorica delle origini, dei ritorni estivi, dei legami che resistono anche a distanza, non basta più a mascherare la ferita che ogni anno si apre: migliaia di ragazzi scelgono di studiare altrove, di lavorare altrove, di vivere altrove. E non tornano. Non tornano perché qui li aspetta il deserto delle opportunità, il disinteresse di una politica che non sa immaginare futuro, il peso di una società che si rassegna a contare le assenze.
I numeri parlano chiaro, ma non servono statistiche per capire la gravità del fenomeno. Basta guardarsi intorno: un paese di tremila abitanti che in dieci anni si ritrova a millecinquecento, un liceo che da quattro sezioni passa a due, un’università che forma più emigranti che professionisti locali. Il volto di questa emigrazione non è più quello degli anni ’50 o ’60, quando i padri partivano per la Svizzera o la Germania. È quello di giovani preparati, spesso laureati, che fuggono non solo dalla disoccupazione, ma dall’assenza di prospettive culturali, dalla mancanza di un tessuto sociale che valorizzi il merito.
Si parte per studiare, e non si torna perché i corsi universitari calabresi sono spesso percepiti come un ripiego; si parte per lavorare, e non si torna perché il mercato locale è bloccato, dominato da logiche clientelari o dalla precarietà endemica. Si parte per respirare un’aria diversa, e non si torna perché qui l’aria è sempre più rarefatta.
Il dramma non è solo l’esodo, ma la sordità della politica. Ogni legislatura promette interventi, incentivi, investimenti, ma raramente si traduce in scelte strutturali. L’assenza di una visione di lungo periodo rende la Calabria un territorio sempre più fragile, dipendente dai flussi di denaro pubblico, incapace di valorizzare le proprie risorse.
Si continua a parlare di turismo, come se il mare e le montagne bastassero a trattenere i giovani. Ma il turismo non si improvvisa: richiede infrastrutture, formazione, servizi. Eppure, i treni viaggiano ancora a passo lento, gli aeroporti chiudono o riducono tratte, le strade restano pericolose. Come trattenere un ragazzo se raggiungere l’università o un centro culturale è un viaggio a ostacoli?
Il disinteresse politico è doppio: da un lato manca la volontà di progettare; dall’altro si accetta con fatalismo la partenza dei giovani come un fatto inevitabile, quasi naturale. Non si percepisce che l’emigrazione non è solo perdita di braccia e di cervelli, ma impoverimento di futuro, amputazione del tessuto sociale, svuotamento delle comunità.
Quando i giovani se ne vanno, se ne va anche la possibilità di rigenerazione culturale. Una terra vive se sa mescolare tradizione e innovazione, memoria e futuro. Ma se chi ha energie e idee si trasferisce altrove, ciò che resta è un patrimonio che rischia di pietrificarsi. Le feste popolari, i dialetti, i riti religiosi diventano folclore da cartolina, custoditi da anziani sempre più soli.
Le scuole si impoveriscono: meno studenti significa meno docenti, meno risorse, meno stimoli. Le biblioteche restano vuote, i teatri arrancano, i cineforum chiudono. Il vuoto culturale non è immediato, ma progressivo: anno dopo anno si nota che manca il dibattito, la critica, l’entusiasmo. E una società senza giovani diventa una società che non sogna.
Dal punto di vista sociale, la fuga dei giovani produce un rovesciamento delle piramidi demografiche. I paesi calabresi invecchiano, e con l’invecchiamento cresce la solitudine, il bisogno di assistenza, la dipendenza dai servizi sociali. Le famiglie si spezzano: genitori e figli lontani, nonni che conoscono i nipoti solo attraverso uno schermo.
Si crea un senso di rassegnazione collettiva, un abituarsi al vuoto. Chi resta spesso non lo fa per scelta, ma per mancanza di alternative. E così la comunità si divide tra chi parte e chi resta, tra chi vive la Calabria come nostalgia e chi la vive come condanna.
Dal punto di vista economico, la perdita di capitale umano è devastante. Una regione senza giovani è una regione senza innovazione. Le imprese faticano a trovare competenze, i settori produttivi restano arretrati, il tessuto imprenditoriale si atrofizza. Anche il turismo, tanto evocato, non decolla perché mancano figure preparate a guidarlo in chiave internazionale.
L’emigrazione giovanile produce anche un paradosso: le famiglie investono denaro e sacrifici per far studiare i figli, ma i frutti di quell’investimento vanno a beneficio di altre regioni o di altri Paesi. La Calabria diventa una terra che semina per altri campi, un ventre generoso che nutre ma non raccoglie.
C’è però, dietro questo dramma, una dimensione quasi poetica. La Calabria vive sospesa tra presenza e assenza, tra chi resta e chi parte. I paesi si svuotano ma custodiscono la memoria dei giovani che non ci sono più; le piazze vuote diventano metafore di un’attesa infinita; le case chiuse raccontano storie interrotte.
Ogni partenza è anche una dichiarazione d’amore mancato, un atto di sfiducia verso una terra che pure resta impressa nel cuore. Chi parte porta con sé i colori del mare e delle colline, i sapori dell’infanzia, la lingua dei nonni. Ma porta anche la ferita di un distacco che non guarisce mai.
La poesia dell’assenza, tuttavia, non può bastare. Non si vive di nostalgia. Le cartoline, le foto d’epoca, i ricordi non sostituiscono la vita reale delle comunità. Una terra che non sa trattenere i suoi giovani è una terra che lentamente muore.
Il futuro della Calabria non può essere costruito solo sulle rimesse degli emigrati o sulle estati affollate di ritorni temporanei. Servono politiche coraggiose, infrastrutture moderne, una scuola e un’università capaci di essere centri di eccellenza, un sistema economico che premi il merito e non la fedeltà a reti clientelari.
Serve, soprattutto, un cambio di sguardo: smettere di considerare la partenza come un destino inevitabile e iniziare a immaginare la Calabria come luogo di possibilità. Perché le risorse ci sono: la bellezza del territorio, la ricchezza culturale, la creatività dei suoi abitanti. Ciò che manca è la volontà politica di trasformarle in progetto.
La vera sfida è riportare i giovani al centro, non come problema ma come soluzione. Non bastano slogan o incentivi a pioggia. Bisogna ricostruire fiducia, creare reti, dare stabilità. È un lavoro lungo, che richiede visione e responsabilità.
E intanto i treni continuano a partire, le valigie continuano a chiudersi, i genitori continuano a salutare con le lacrime agli occhi. Ogni volta che un giovane lascia la Calabria, non è solo una persona che parte: è un pezzo di futuro che si allontana.
Ma se davvero vogliamo invertire il corso delle cose, bisogna ascoltare quel silenzio che percorre i paesi. Non come un destino scritto, ma come un grido trattenuto. Perché dentro quel silenzio, se si tende bene l’orecchio, si può ancora sentire l’eco dei passi che tornano.


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