



C’è un odore particolare in un retrobottega di via Popilia, un profumo di legno appena intagliato misto a vernice e a quella polvere sottile che si deposita ovunque quando si lavora il tiglio. Trucioli che si arricciano sotto la sgorbia, schegge che volano via, e nel silenzio concentrato del lavoro il ritmo musicale e ipnotico del raschiare, del levigare, del dar forma a ciò che prima non aveva volto e nome. Qui, tra attrezzi che sembrano appartenere a un’altra epoca e pareti tappezzate di burattini dagli occhi vispi, un uomo china la schiena sul banco da lavoro e fa quello che il Geppetto di Collodi avrebbe fatto anche se fosse nato in Calabria: dare vita al legno apparentemente inerte, trasformarlo in qualcosa che respira e che racconta.
Giovanni Leonetti non ama i paragoni scontati, eppure il soprannome gli calza a pennello e lui ormai lo porta con orgoglio, senza imbarazzi. Come il falegname collodiano, anche lui ha scoperto tardi la sua vera vocazione; come Geppetto, ha trovato nella solitudine e nella malattia un compagno inaspettato, un pezzo di legno che diventa burattino, poi bambino, poi simbolo di qualcos’altro, forse speranza, o semplicemente testardaggine, quella di chi decide con forza che la vita può sempre sorprendere e che scopre, quasi per caso, che le mani sanno fare cose inimmaginabili.
La nuova strada. Giovanni Leonetti ha alle spalle più di sessant’anni di vita vissuta intensamente, con le gioie e i dolori che ogni esistenza porta con sé. Originario di San Giovanni in Fiore, si è trasferito a Cosenza dove è diventato ormai un “cosentino verace“, come ama definirsi lui stesso con quel misto di ironia e affetto che riserva alla città che lo ha accolto. Prima di dedicarsi completamente alla scultura, ha svolto per anni il mestiere di imbianchino, un lavoro onesto e faticoso che gli ha permesso di sostentare la famiglia, di mettere insieme giorno dopo giorno una vita normale, fatta di sacrifici ma anche di soddisfazioni. Il destino però aveva in serbo per lui un percorso diverso, del tutto inaspettato. Gravi problemi di salute lo hanno costretto ad abbandonare il suo lavoro, a lasciare la spatola e i pennelli che per anni erano stati prolungamento delle sue mani. È stato un momento difficile, uno di quei periodi bui in cui ci si trova a fare i conti con la malattia, con l’isolamento acuito dalla pandemia e con quella sensazione di inutilità che afferra chi si vede improvvisamente privato della propria dimensione lavorativa, di quello scopo che ogni mattina ti fa alzare dal letto.
Come il Geppetto della favola, anche Giovanni ha trovato, dentro alla sua solitudine, una compagnia speciale: il legno e la passione per Pinocchio, un amore antico che probabilmente aspettava solo il momento giusto per rivelarsi in tutta la sua forza.
«Prima facevo l’imbianchino, ho dovuto smettere a causa di gravi problemi di salute», racconta con quella franchezza che appartiene solo a chi ha imparato ad accettare i colpi della vita senza perdere la dignità. «Ho sempre avuto la passione per la lavorazione del legno da quando ero ragazzino. Ricordo che realizzai con una tecnica tutta mia un veliero di cui andavo molto fiero», e nel dirlo i suoi occhi si illuminano come se stesse ancora guardando quella barca immaginaria solcare mari lontani.
La scoperta di una vocazione. La passione per Pinocchio inizia dall’infanzia di Giovanni, da quelle serate davanti al televisore in bianco e nero che per i bambini degli anni Settanta erano pura magia. Come tutti i ragazzi della sua generazione, rimase conquistato dallo sceneggiato televisivo del 1972 diretto da Luigi Comencini, una produzione Rai che rimane ancora oggi un riferimento assoluto nell’immaginario collettivo italiano, uno di quei capolavori che hanno formato intere generazioni. Quel Pinocchio interpretato dal piccolo Andrea Balestri, con Nino Manfredi nel ruolo di Geppetto e Gina Lollobrigida nei panni della Fata Turchina, entrò a far parte dell’immaginazione di milioni di spettatori che, ancora oggi, a distanza di decenni, ne conservano nitida memoria.
«Da bambino mi piaceva molto la favola di Pinocchio. Non nego che quella mia passione d’infanzia abbia potuto in qualche modo spingermi nella realizzazione dei burattini», confida con un sorriso che tradisce l’emozione ancora viva nel ricordo, come se quel bambino che guardava incantato lo schermo fosse ancora lì, nascosto dentro l’uomo che è diventato. Così, quasi per gioco, in quel retrobottega che sarebbe diventato il suo regno e il suo rifugio, Giovanni cominciò a intagliare nel legno non burattini qualunque, ma proprio quei burattini che aveva visto da bambino nel film di Comencini, cercando di ricreare quell’incantesimo che lo aveva affascinato tanti anni prima.
La scoperta fu graduale, anche faticosa ed elaborata, perché dare forma a un’immagine che vive solo nella memoria e nel cuore non è mai semplice. I primi pezzi infatti non lo soddisfacevano pienamente, gli sembravano rozzi, imperfetti, lontani dall’ideale che portava dentro, ma notò con sorpresa che le persone apprezzavano comunque il suo lavoro e che le sue opere, che a lui sembravano così imperfette e inadeguate, suscitavano invece interesse e ammirazione. Fu questa scoperta a spingerlo avanti, a fargli capire che forse stava costruendo qualcosa di importante. Decise allora di affinare la tecnica, di perfezionarsi giorno dopo giorno, di trasformare un semplice passatempo in un mestiere vero e proprio, anzi, in vera e propria arte.
«Non ero soddisfatto del mio lavoro ma notai che i clienti apprezzavano e ricercavano le mie opere, decisi così di affinare il processo per la realizzazione», sottolinea con quella determinazione tipica degli autodidatti, di chi si è fatto da solo con sacrificio, umiltà e abnegazione, senza maestri né accademie ma solo con la forza della passione e la tenacia di chi crede in nelle proprie capacità.
L’arte dell’intaglio. Realizzare un Pinocchio di legno non è affatto semplice, è un processo che richiede tempo, precisione, dedizione e soprattutto una grande conoscenza del materiale che si sta lavorando, del suo carattere e delle sue possibilità. Ogni pezzo nasce da un blocco di legno grezzo che sotto le mani esperte di Giovanni si trasforma gradualmente, attraverso gesti antichi e pazienti, nel burattino più amato della letteratura italiana, in quella figura che da oltre un secolo accompagna l’infanzia di generazioni di bambini.
«Realizzare e completare la testa della scultura è la parte più difficile del mio lavoro, senza dubbio. Devo necessariamente conferire una giusta fisionomia, un passaggio molto delicato», spiega l’artigiano mentre sfrega con cura il mento di un Pinocchio per levigarlo fino a renderlo liscio come seta e dipinge gli occhi perché possa finalmente vedere il mondo che lo circonda. Anche il celebre naso richiede particolare attenzione, quel naso che nell’immaginario collettivo è diventato simbolo della bugia, anche se Giovanni scherza con leggerezza: «Il naso, assicuro, non dovrebbe crescere, è solo legno, in fondo», e ride di gusto di questa battuta che ha ripetuto mille volte ma che ogni volta lo diverte.
Nel suo laboratorio, tra trucioli che si accumulano come neve e attrezzi disposti con ordine, Giovanni lavora ogni giorno con pazienza certosina, con quella lentezza che fa parte di ogni vera maestria. Ogni Pinocchio è un pezzo unico, realizzato interamente a mano con una cura artigianale che le produzioni industriali hanno ormai dimenticato nella loro corsa verso l’efficienza e il profitto. Questa autenticità tangibile in ogni dettaglio rende le sue opere così apprezzate e ricercate da collezionisti, musei e semplici appassionati che sanno riconoscere in esse qualcosa di raro e prezioso.
I riconoscimenti. Il successo non si è fatto attendere, è arrivato meritatamente anche se un po’ inaspettato, perché Giovanni non cercava la fama ma semplicemente un modo esprimere la passione che porta dentro di sé. Da Cosenza la sua fama ha iniziato a diffondersi in tutta Italia come un’onda inarrestabile: musei, compagnie teatrali, collezionisti e semplici appassionati hanno cominciato a fare la fila per avere uno dei suoi burattini, individuando in essi non solo oggetti d’artigianato ma vere e proprie opere d’arte. La città di Pizzo gli ha dedicato addirittura una mostra, un riconoscimento importante che ha sancito il valore artistico e culturale del suo lavoro e lo ha fatto uscire dalla dimensione locale per proiettarlo in un circuito più ampio. Persino Edoardo Bennato, il celebre cantautore che a Pinocchio ha dedicato alcuni dei suoi brani più famosi, ha ricevuto in dono una delle sculture di Giovanni per il suo compleanno, un regalo che ha suggellato il legame tra l’arte dell’artigiano calabrese e quella del musicista napoletano.
Ma l’incontro più emozionante, quello che ha toccato le corde più profonde del cuore di Giovanni, è stato senza dubbio quello con Andrea Balestri, l’attore che da bambino interpretò Pinocchio nello sceneggiato di Comencini. Grazie alla mediazione di un amico, Giovanni Mangone, l’artigiano calabrese è riuscito a mettersi in contatto con Balestri, che si è complimentato con sincera ammirazione per le sue sculture. «Ero molto emozionato, Andrea si è complimentato per le mie sculture di legno», ricorda Giovanni con un orgoglio che fatica a nascondere, con quella gioia che si prova quando un sogno d’infanzia si avvera in modo del tutto inatteso. L’incontro si è poi rinnovato nel settembre 2025 al Museo del Presente di Rende, dove Balestri è stato ospite speciale di una mostra dedicata al burattino di Collodi.
Il laboratorio diventa spazio didattico. Consapevole del valore educativo del suo lavoro e della responsabilità che questo comporta, Giovanni ha aperto le porte del suo laboratorio alle nuove generazioni con generosità e passione. Collabora infatti con scuole e musei per offrire laboratori interattivi dove i bambini possono imparare a scolpire il legno e realizzare il proprio Pinocchio personale, portandosi a casa un’esperienza preziosa, vissuta da protagonisti, e un oggetto creato con le loro giovani mani.
Al Museo del Fumetto di Cosenza e al Museo del Presente di Rende, Giovanni ha guidato numerosi bambini in questa avventura creativa, spiegando loro con pazienza e semplicità tecniche e segreti del mestiere, piccoli accorgimenti che fanno la differenza tra un lavoro approssimativo e uno ben fatto. È stato un modo concreto per tramandare un’arte antica che rischia di perdersi, per far toccare con mano ai più giovani cosa significhi davvero creare qualcosa di bello e duraturo.
Un sogno per Cosenza. Nel suo laboratorio di via Popilia, mentre lavora con cura un piede di legno per un nuovo burattino destinato chissà a quale casa o museo, Giovanni coltiva un sogno ambizioso che va oltre il suo lavoro quotidiano. «Il mio sogno è realizzare una statua di Pinocchio per Cosenza, da esporre sul corso principale. La farei ad altezza naturale e ho un’idea precisa già di come verrebbe», confida con gli occhi che brillano all’idea di vedere realizzato questo progetto. Sarebbe un’attrazione straordinaria, un simbolo forte che unirebbe arte, cultura popolare e tradizione artigianale nel cuore della città, regalandole un’immagine nuova e inaspettata.
Questo progetto rappresenterebbe il coronamento naturale di un percorso lungo e faticoso, il riconoscimento pubblico e permanente di un talento che ha saputo trasformare una passione infantile in un’eccellenza riconosciuta a livello nazionale e internazionale, ma sarebbe anche molto di più: un dono generoso alla comunità, un’opera che potrebbe diventare un punto di riferimento affettivo per cittadini e turisti, una maniera concreta per Cosenza di celebrare la creatività e l’artigianalità del proprio territorio.
Il messaggio. La storia di Giovanni Leonetti va oltre la dimensione personale e artistica, si fa carico di un significato più ampio e collettivo. È un messaggio di speranza per la Calabria, una regione troppo spesso raccontata solo per le sue difficoltà, lo scarso sviluppo, la mancanza di opportunità, come se non ci fosse altro da dire. Giovanni dimostra invece con la forza dei fatti che anche in un contesto difficile è possibile reinventarsi, trovare una strada tutta personale, eccellere in un campo particolare e ottenere riconoscimenti che vanno ben oltre i confini regionali.
«La mia storia spero possa essere uno stimolo per molti giovani», afferma con la convinzione che nasce dall’esperienza vissuta sulla propria pelle, non da facili ottimismi o slogan vuoti; è un invito sincero a non arrendersi davanti alle difficoltà, a valorizzare le tradizioni artigianali in un’epoca dominata dalla produzione di massa e dalla logica del consumo. In un mondo dove tutto sembra standardizzato, il lavoro di Giovanni Leonetti rappresenta il baluardo dell’autenticità, della cura e dedizione.
Il futuro. Oggi Giovanni Leonetti si gode il meritato successo personale e professionale che i suoi anni di lavoro e dedizione gli hanno portato, ma la sua storia ci ricorda che le difficoltà, anche le più dure e dolorose, possono trasformarsi in opportunità inattese se si ha il coraggio di accoglierle senza arrendersi: l’arte ha da sempre un potere terapeutico e rigenerante che va oltre ogni ragionamento razionale.
Le sue sculture di Pinocchio, richieste ormai in tutta Europa, sono molto più di semplici oggetti d’artigianato destinati a decorare case e musei, sono frammenti di memoria comune che ricollegano le generazioni attraverso il filo invisibile della nostalgia, ponti tra il mondo dell’infanzia e quello dell’età adulta, testimonianze concrete di un’Italia che sa ancora lavorare con le mani e con il cuore, che non ha dimenticato del tutto il valore della pazienza e della cura.
Ogni burattino che esce dal laboratorio di Giovanni Leonetti porta con sé un pezzo della sua anima e del suo amore profondo per quel burattino di legno che voleva diventare vero, che sognava di trasformarsi in bambino e di vivere pienamente la vita.
Nel retrobottega pieno di trucioli, tra l’odore acuto e familiare della vernice e lo sfregare ritmico della carta vetrata sul legno, ci si chiede cosa resterà davvero quando Giovanni deciderà di cessare la sua attività e di appendere gli attrezzi al chiodo. I suoi Pinocchi certamente, distribuiti ovunque in case e musei d’Europa come semi sparsi al vento, ma forse anche qualcosa di più sottile e duraturo: l’idea caparbia e ostinata che si possa sempre ricominciare da zero, che non è mai troppo tardi per cambiare strada e trovare il proprio posto nel mondo.
Ricorderemo che un pezzo di legno, in fondo, non è mai solo un pezzo di legno destinato a bruciare o marcire, perché è sempre, potenzialmente, qualcos’altro di meraviglioso che aspetta solo di essere scoperto; basta avere la pazienza di cercarlo sotto la corteccia e i nodi, così come ha fatto Geppetto nella favola di Collodi, come fa Giovanni ogni santo giorno quando apre la porta del suo laboratorio e ricomincia a intagliare con la stessa passione del primo giorno.


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