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I FIGULI DI TREBISACCE UNA TRADIZIONE CHE ATTRAVERSA IL TEMPO

Domenico Massafara

Angela Maria Malatacca

(Castrolibero CS)

 Ci sono luoghi che ci appartengono più di altri, spazi in cui il tempo sembra sospeso, dove ogni angolo è intriso di ricordi. Sono quei luoghi del cuore, che custodiamo gelosamente perché parlano di noi, del nostro passato, delle persone che abbiamo incontrato. È sorprendente come certi frammenti di vita rimangano vivi e concreti, nonostante il passare degli anni, grazie alle mani esperte degli artigiani. I loro gesti, tramandati di generazione in generazione, non solo mantengono in vita tradizioni antiche, ma ci permettono di ritrovare una parte di noi stessi. È nei dettagli dei loro manufatti che si nascondono le memorie più care, quelle che ci fanno sentire a casa ovunque ci troviamo.

Trebisacce, incantevole cittadina situata nell’Alto Jonio cosentino (nell’area della Sibaritide), è un luogo che custodisce preziose tradizioni culturali e storiche. Qui, ogni angolo racconta storie di antichi mestieri e di mani sapienti, legate a una terra ricca di passato e di cultura.

Non a caso, in questo contesto si inseriscono gli importanti scavi archeologici della località di Broglio, che hanno portato alla luce importanti testimonianze risalenti al periodo degli Enotri dell’Età del Bronzo (dal 1800-1700 a.C.), quindi ancor prima che i Greci arrivassero a colonizzare la Calabria e fondarvi Reggio, Crotone, Sibari, verso la fine dell’VIII secolo a.C.

Gli Enotri hanno avuto intensi contatti commerciali, e dunque anche culturali, con i Micenei, come testimoniano i ritrovamenti archeologici rinvenuti durante gli scavi. Le ricerche sono iniziate nel 1978 e da allora continuano senza interruzione da parte dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Tra i ritrovamenti spiccano anfore e altri manufatti che richiamano la lunga tradizione di lavorazione della ceramica, una tradizione che Trebisacce ha saputo conservare attraverso i secoli, grazie a famiglie come i Laschera, detti cuzzurunnare (figulo, vasaio) nel dialetto del luogo.

La famiglia Laschera, protagonista della storia che segue, ha dato vita a una lunga linea di maestri figuli che, per oltre due secoli, hanno modellato l’argilla con abilità e passione, tramandando l’arte figula da una generazione all’altra e radicandola profondamente nella cultura locale. L’importante testimonianza di quel che è narrato mi è stata resa da Vincenzo Romano, pronipote del precursore di questa antichissima arte.

Si tratta di una storia che affonda le sue radici nel XIX secolo, quando Giuseppe Laschera, primo figulo della famiglia, avviò l’attività di produzione di ceramiche nella comunità trebisaccese.

Questo arcaico mestiere, che ha resistito alle prove del tempo, è stato tramandato di generazione in generazione, modellando non solo l’argilla, ma anche la vita di coloro che hanno portato avanti questa arte che, a quei tempi, era solo un mestiere utile alla comunità (molto richiesti erano “i gummighe” – gli orci – e “i  pignate” – le pignatte per cuocere i legumi-) e ovviamente necessario per sfamare le famiglie.

L’avventura (perché tale è stata) dei figuli di Trebisacce comincia con Giuseppe Laschera nei primi anni dell’Ottocento; fu lui a fondare la tradizione familiare che avrebbe attraversato oltre due secoli. Il testimone venne poi passato ai suoi figli, Vincenzo, Cataldo e Nicola, che mantennero viva la passione e la maestria del padre.

Nei primi del Novecento, Vincenzo emigrò in Argentina, in cerca di fortuna. Dopo alcuni anni di lavoro oltreoceano, fece ritorno con una discreta stabilità economica e riprese la sua attività di figulo, che divenne il cuore pulsante della sua vita e di quella dei suoi discendenti.

Cataldo, non essendo paziente come il fratello Vincenzo, aveva un ruolo diverso ma cruciale nella gestione del laboratorio di famiglia: era incaricato della ricerca del combustibile per il forno e dell’approvvigionamento di acqua di mare, fondamentale per l’impasto dell’argilla. Essendo titolare delle autorizzazioni necessarie, aveva il compito di accendere, riempire e svuotare i forni, un lavoro essenziale per la continuità dell’attività figula.

L’approvvigionamento dell’argilla a Trebisacce era un processo faticoso e meticoloso. La cava locale, situata in contrada Giardini, forniva la materia prima, che veniva raccolta con l’uso di picconi e trasportata nei laboratori per essere lavorata a piedi nudi, in un processo che richiedeva forza e resistenza. Solo successivamente, con l’avvento della tecnologia, alcune fasi del processo furono rese più agevoli.

Ma la storia della famiglia fu segnata anche da tragedie. Giuseppe, figlio di Vincenzo, chiamato alle armi durante la Seconda Guerra Mondiale, non fece ritorno, lasciando un vuoto incolmabile.

Nonostante questo terribile dolore, Vincenzo si dedicò con ancora più impegno ai suoi nipoti, trasmettendo loro l’arte figula, un’eredità che sarebbe divenuta il loro orgoglio. Tra i suoi allievi più talentuosi, si distinsero Giuseppe, figlio di Cataldo, e Nicola, nipote del fratello Nicola. Entrambi furono abili maestri del tornio, con Giuseppe che si cimentava con il tradizionale tornio a pedali, mentre Nicola trasmise le sue conoscenze a intere generazioni di ragazzi, insegnando l’arte figula nelle scuole e nei campi regionali degli scout.

L’opera dei Laschera, però, non si limitò solo a Trebisacce. Peppino, figlio di Vincenzo, si trasferì a Milano, dove continuò l’antica arte del figulo e collaborò con diversi laboratori, influenzando giovani talenti. Qui visse un’esperienza decisiva che lo portò a essere riconosciuto come un maestro indiscusso nel suo campo.

Appena arrivato a Milano, mentre girava per i vari quartieri cittadini, fu attratto dalla vetrina di un laboratorio di ceramica, dove un anziano maestro lavorava al tornio. Osservava con tale interesse che l’artigiano, incuriosito, lo invitò a entrare. Pur senza rivelare la sua esperienza, Peppino chiese di poter provare a lavorare al tornio, ma il maestro esitava, dicendogli che non era un’attività per tutti e che si sarebbe sicuramente sporcato. La determinazione di Peppino prevalse: si tolse scarpe e calzini, afferrò un blocco di argilla, lo lanciò sulla ruota del tornio con un gesto secco e cominciò a lavorarlo con destrezza a mani e piedi nudi, come faceva nella sua terra d’origine.

Sotto lo sguardo incredulo del maestro milanese, le sue abili mani diedero forma a un’enorme anfora, mancando solo l’aggiunta dei manici. Alla fine, i due si scoprirono entrambi maestri del mestiere e, con grande sorpresa di Peppino, il vecchio artigiano lo accolse nella sua bottega.

Da lì, Peppino Laschera diventò presto una figura ricercata, tanto da collaborare con scuole e architetti illustri, trasformando i progetti su carta in magnifici plastici di creta.  Quel giovane figulo calabrese era ormai un maestro apprezzato e rispettato in tutta Milano. Tra le sue creazioni, spiccano anfore di grande eleganza, ispirate ai reperti archeologici locali, e opere come la riproduzione della Pietà di Michelangelo in creta.

Peppino rappresenta l’apice della tradizione familiare, superando per molti versi i suoi predecessori e lasciando un segno indelebile nell’arte della ceramica.

Ma la tradizione dei Laschera non si fermò a Peppino. Dopo il ritiro di Vincenzo, la bottega passò a Giuseppe, figlio di Cataldo, che portò avanti l’attività fino alla sua morte, quando fu poi proseguita dal suo apprendista Domenico Massafra.

Domenico, che da giovane era entrato nella bottega dei Laschera, aveva appreso l’arte figula diventando anch’egli un maestro raffinato. La famiglia, nel frattempo, si era espansa con due botteghe: una guidata da Nicola, figlio di Vincenzo, e l’altra da Giuseppe figlio di Cataldo.

Nonostante la famiglia Laschera non continui più l’attività in Italia, la tradizione dei figuli trebisaccesi non è scomparsa. Oltre oceano, in Argentina, Diego Rossi, discendente della famiglia (figlio di Rosa Laschera, nipote di Vincenzo), ha raccolto il testimone, portando avanti con orgoglio l’arte della lavorazione dell’argilla a Córdoba.

Diego, con passione e maestria, rappresenta oggi l’erede di una lunga linea di figuli che, a partire da Giuseppe Laschera, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia artigianale di Trebisacce.

Un altro importante nome legato alla tradizione ceramica di Trebisacce è quello di Ferdinando Genise, l’unico artista locale che oggi si dedica alla creazione artistica in creta.

Ferdinando si concentra su scorci e borghi di Trebisacce, piccole statue di santi e altre opere, dimostrando una grande abilità nel riprodurre sculture famose. Tuttavia, a differenza della tradizione della famiglia Laschera, Ferdinando preferisce modellare l’argilla senza l’ausilio del tornio, dedicandosi interamente alla lavorazione a mano. La sua opera mantiene viva il legame tra Trebisacce e l’antica arte figula, pur seguendo una strada diversa rispetto alla tradizione che ha fatto grande la famiglia Laschera.

Oggi il rumore del tornio si è molto affievolito, ma l’eco continua a risuonare tra le vie di Trebisacce. Le storie degli artigiani, dei loro apprendisti e delle loro creazioni sopravvivono, tramandate da una generazione all’altra. L’insegnamento dell’arte figula, trasmesso con pazienza e passione dai maestri Laschera (ancora oggi ricordati come “i cuzzurunnare”) ha lasciato un segno forte e indelebile; l’eredità dei figuli non si può limitare alla semplice definizione di mestiere, ma si estende all’anima culturale di Trebisacce: è il volto identitario di un luogo. È una tradizione che parla di bellezza, resilienza e fatica, è soprattutto la testimonianza di come una piccola comunità possa lasciare un’impronta duratura nel tessuto culturale di una intera Regione. Nonostante i cambiamenti tecnologici e sociali, lo spirito creativo e il sapere degli antichi maestri vive ancora nella memoria collettiva del paese, nei racconti, negli insegnamenti e nelle opere che abbelliscono il paese e oltre.

Gli artisti che portano avanti questa tradizione, reinterpretandola oggi in chiave contemporanea conservano il legame con il passato e anche se il tornio è meno presente, la creta, il sudore e la storia sono rimasti un simbolo della comunità .

L’arte figula di Trebisacce è, e rimarrà, un capitolo vitale del patrimonio culturale di questo spicchio di Calabria, un richiamo costante alla bellezza che nasce dalle mani di chi ha il coraggio e la dedizione di trasformare una materia semplice in qualcosa di eterno.

Mi è d’obbligo, per la stesura di questo articolo, ringraziare Vincenzo Romano e Cataldo Laschera per avermi raccontato con entusiasmo la storia della loro famiglia e fornito il preziosissimo materiale fotografico.

Diego Rossi

 

 

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