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I VIAGGIATORI IN CALABRIA TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

Marcella Mellea

(Vibo Valentia)

La Calabria, terra di antichi miti e leggende, di civiltà millenarie e paesaggi mozzafiato, ha da sempre esercitato un fascino particolare sui viaggiatori. Tuttavia, la sua marginalità geografica, la distanza dalle grandi capitali europee e l’asprezza del territorio hanno contribuito a renderla una delle regioni meno esplorate e comprese d’Italia. Tra Ottocento e Novecento, la Calabria ha attirato un numero crescente di viaggiatori, intellettuali, artisti e scrittori, che hanno descritto questa terra in chiave esotica, romantica o addirittura inquietante. Le loro opere non solo offrono una testimonianza delle condizioni socio-culturali ed economiche dell’epoca, ma consentono anche una riflessione critica sulla percezione della Calabria come luogo ‘altro’, diverso, misterioso.

Il contesto storico e culturale del Grand Tour. L’Ottocento è il secolo in cui il Grand Tour diventa una pratica diffusa tra l’élite europea. Inizialmente limitato alle classi aristocratiche, questo viaggio formativo prevedeva il transito in Italia, dove i giovani nobili esploravano le città d’arte, le antichità classiche ei paesaggi pittoreschi. Tuttavia, la Calabria, fino a quel momento, rimaneva una regione isolata. Il viaggio verso il Sud era pericoloso, sia per le pessime condizioni delle strade, sia per il banditismo. Nonostante ciò, l’Ottocento vede l’inizio di un cambiamento significativo: intellettuali e studiosi cominciano a superare le paure ancestrali ea vedere la Calabria non solo come una regione selvaggia e primitiva, ma come uno spazio in cui osservare la sopravvivenza di tradizioni antiche e modelli di vita, ormai scomparsi nel Nord più modernizzato.

Viaggiatori dell’Ottocento: Il romanticismo del “selvaggio”. Tra i primi viaggiatori che affrontano la Calabria vi sono gli inglesi, che erano soliti esplorare il Sud Italia per il suo fascino incontaminato. Uno dei nomi più importanti è Edward Lear , artista, scrittore e viaggiatore inglese, che visitò la Calabria nel 1847. Il suo diario, “Diario di un viaggio a piedi in Calabria e nel Regno di Napoli”, descrive un’esperienza di viaggio faticosa, ma affascinante. Lear, affascinato dai paesaggi e dalle persone che incontrava, tratteggiava un’immagine della Calabria come luogo di bellezza primordiale, in cui la natura incontaminata e selvaggia regnava incontrastata. I suoi acquerelli ei suoi disegni costituiscono una delle testimonianze visive più preziose del paesaggio calabrese del tempo.

Lear, pur apprezzando la bellezza del paesaggio, non poteva fare a meno di sottolineare l’arretratezza della regione. La descrizione dei calabresi, che Lear percepiva come “selvaggi”, riflette una visione coloniale che si estendeva anche al Meridione d’Italia, visto come l’“altro” rispetto al Nord industrializzato. Questo concetto si inserisce nel più ampio quadro della “questione meridionale”, che stava emergendo proprio in quegli anni, con l’unificazione d’Italia.

Con l’unificazione del 1861, molti intellettuali sentirono la necessità di esplorare le regioni meridionali per comprendere e risolvere i problemi legati alla loro arretratezza. Tra i più importanti viaggiatori che descrissero la Calabria nel tardo Ottocento vi è Norman Douglas, uno scrittore britannico di origine scozzese, che con la sua opera “Old Calabria” del 1915 ha creato uno dei più celebri resoconti del Sud Italia, ed in particolare della Calabria.

Douglas viaggiò attraverso le regioni meridionali alla ricerca di autenticità e spontaneità, ma come molti viaggiatori dell’epoca, non riuscirono a evitare una visione che talvolta sfociava nel pittoresco e nel paternalistico. In “Old Calabria”, Douglas descrive una terra che si muove tra il mito e la realtà: egli esplora la Calabria come un archeologo, cercando le tracce del passato greco e romano, ma al contemporaneo osserva con un occhio critico le condizioni del presente, sottolineando le enormi difficoltà economiche e sociali. Douglas si rende conto che l’arretratezza della Calabria non è il risultato di un popolo incapace di progredire, ma piuttosto di una storia complessa di oppressioni esterne, dominazioni straniere e isolamento geografico.

L’interpretazione filosofica del viaggio. Il viaggio in Calabria tra Ottocento e Novecento può essere letto anche in chiave filosofica. Esso rappresenta una ricerca non solo geografica, ma anche interiore: i viaggiatori non cercano solo la scoperta di nuovi luoghi, ma anche il confronto con l’ignoto e il diverso. La Calabria, in questo senso, diventa uno spazio filosofico, un luogo dove i concetti di civiltà e barbarie, modernità e tradizione, progresso e arretratezza si scontrano e si fondono.

La visione romantica del paesaggio calabrese, per esempio, può essere messa in relazione con la dialettica di Hegel tra l’idea e la realtà. La Calabria viene idealizzata come uno spazio incontaminato, lontano dalle corruzioni della modernità, ma al tempo stesso viene percepita come un luogo di sofferenza e miseria. Questo dualismo tra l’idealizzazione e la realtà cruda è centrale nella narrazione dei viaggiatori dell’epoca.

Inoltre, il viaggio stesso, inteso come metafora della vita, si collega alla filosofia di Nietzsche, che vedeva nella sfida e nella difficoltà una condizione essenziale per l’autorealizzazione. La Calabria, con la sua natura selvaggia e inospitale, diventa così il terreno ideale per mettere alla prova lo spirito del viaggiatore moderno, che cerca nella difficoltà una forma di elevazione personale.

Il Novecento: Il viaggio antropologico e la Calabria rurale. Con l’inizio del Novecento, la Calabria diventa anche oggetto di interesse per antropologi e sociologi. Uno dei più celebri intellettuali ad esplorare la Calabria fu Corrado Alvaro, scrittore calabrese che, con la sua opera “Gente in Aspromonte” (1930), offre una visione dall’interno della vita rurale della Calabria. Alvaro, figlio di contadini, conosceva bene la realtà del Sud e la sua opera rappresenta una delle testimonianze più autentiche delle condizioni di vita dei contadini calabresi. A differenza dei viaggiatori stranieri, Alvaro non cerca l’esotismo o il pittoresco, ma una comprensione profonda delle dinamiche sociali ed economiche che condizionano la vita dei suoi conterranei.

La sua opera si concentra sulla lotta quotidiana contro la miseria, la fatica del vivere in una terra difficile, ma anche sull’orgoglio e la dignità di un popolo che, nonostante tutto, resiste. Il tema della resistenza, inteso sia in senso fisico che morale, è centrale nell’opera di Alvaro, che rifiuta la visione paternalistica dei viaggiatori stranieri e propone una lettura critica della storia della Calabria.

Il viaggio in Calabria tra Ottocento e Novecento, in definitiva, rappresenta un fenomeno complesso e ricco di significati. Se da un lato i viaggiatori stranieri, come Edward Lear e Norman Douglas, hanno offerto preziose testimonianze della bellezza paesaggistica e delle difficoltà economiche della regione, dall’altro la visione di intellettuali locali come Corrado Alvaro ha permesso di andare oltre l’esotismo e il pittoresco, offrendo una lettura più profonda e critica della realtà calabrese.

In definitiva, la Calabria diventa una crocevia di contraddizioni: è allo stesso tempo luogo di fascinazione romantica e di drammatica realtà sociale, di bellezza incontaminata e di arretratezza economica. Questo scontro tra idealizzazione e realtà ha reso i resoconti dei viaggiatori una fonte preziosa non solo per comprendere la storia e la cultura della Calabria, ma anche per riflettere sui meccanismi della percezione dell’“altro” e dell’alterità.

 

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