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IL CASO DI FRANCA VIOLA, LA RAGAZZA CHE EBBE LA FORZA DI DIRE NO AL MATRIMONIO RIPARATORE SFIDANDO LE LEGGI E LE CONVENZIONI DELL’EPOCA

La parità tra uomo e donna in Italia è frutto di un lungo cammino, caratterizzato da battaglie portate avanti in particolare da donne coraggiose che hanno avuto la forza di dire “no” alle leggi convenzionali e di ribellarsi a quella condizione di subordinazione a cui erano relegate specie nella sfera privata.

Una condizione di inferiorità dalla quale le donne uscirono nel 1975, grazie alla riforma del diritto di famiglia a cui seguirono nel 1981, con la legge 442 del 5 agosto, l’abrogazione dell’articolo 544 del codice penale, che prevedeva che con il matrimonio venisse estinto il reato di sequestro di persona e violenza carnale, e dell’articolo 194 sul codice d’onore che prevedeva, invece, delle pene più attenuate per i reati di omicidio e lesioni personali commessi a causa dell’onore. Infine nel 1996 la violenza sessuale diventò un delitto contro la persona che è stata abusata e non più contro la morale e l’onore della famiglia.

Ma c’è una donna che, in particolare, in Italia ancora oggi rappresenta un simbolo di libertà e dignità per tutte le donne vittime di violenza sessuale e che con il suo ardire ha contribuito ad aprire la strada verso l’emancipazione femminile e l’abolizione di quelle leggi discriminatorie nei confronti delle donne. Lei è Franca Viola, una ragazza di neanche 17 anni che, nella Sicilia degli anni ’60, appoggiata dalla famiglia, si ribellò al matrimonio riparatore sollevando così un intenso dibattito nel nostro Paese, giungendo sino in Parlamento.

Franca viveva con la famiglia nelle campagne di Alcamo, in provincia di Trapani. Era la più bella ragazza del suo borgo. I genitori erano dei mezzadri che lavoravano sodo per mantenere i loro due figli. A 15 anni Franca si fidanzò con Filippo Melodia, più grande di lei di otto anni, nipote di un mafioso locale e appartenente ad una famiglia benestante. Dopo che il ragazzo fu accusato di furto e di appartenere anch’egli ad un sodalizio mafioso, però, Bernardo Viola chiese alla figlia di rompere il fidanzamento; una decisione in realtà già presa dalla giovane suo malgrado. Filippo emigrò in Germania, ma quando rientrò ad Alcamo continuò a frequentare la malavita locale e finì per questo in carcere. Una volta liberato tornò alla carica per riprendersi la sua ex fidanzata, attaccando il padre di quest’ultima che però si opponeva ad una sua eventuale unione con la figlia. Filippo non si diede per vinto e iniziò a mettere in pratica una serie di atti persecutori contro Bernardo bruciandogli la casetta di campagna, distruggendogli il vigneto, saccheggiando l’orto e liberando un gregge di pecore nel campo di pomodori devastandolo.

Le angherie del giovane non ebbero però l’effetto da lui sperato, Bernardo e Franca, che nel frattempo si era fidanzata con Giuseppe Ruisi, un giovane del posto, non si piegarono.

La mattina del 26 dicembre 1965, mentre Bernardo era in campagna, Filippo arrivò con un gruppo di amici davanti alla casa dei Viola. Qualcuno della combriccola, per intimare a vicini e passanti di stare alla larga, sparò un colpo di pistola verso il cielo e successivamente tutti entrarono nell’abitazione portando via la ragazza, seguita dal fratellino Mariano, che tentava di trattenerla. Anche la madre cercò di ribellarsi al rapimento, ma invano e per questo fu malmenata e poi trascinata per metri aggrappata alla maniglia dell’auto che stava portando via i suoi due figlioli.

Mariano fu poi rilasciato dopo quarantotto ore, il suo rapimento non era infatti nei calcoli, mentre Franca fu segregata per otto giorni prima in un casolare di campagna e poi a casa della sorella del suo ex fidanzato, dove fu picchiata, maltrattata e infine violentata.

Grazie alle indicazioni del ragazzino, fu individuato il casolare abbandonato utilizzato durante i primi giorni del sequestro, ma quando i poliziotti vi entrarono lo trovarono vuoto. Nei giorni successivi non si ebbe alcuna notizia di Franca, ma il 1° gennaio, così come era da consuetudine in questi casi, i parenti di Filippo si recarono dal padre della giovane per la «paciata», ovvero per siglare la pace tra le famiglie che, portate a fatto compiuto, avrebbero dovuto concordare le nozze. Un atto dovuto che avrebbe impedito alla famiglia della ragazza di avere in casa una “svergognata”, come si sarebbe detto in paese, una donna ormai disonorata che aveva perso la verginità prima del matrimonio e che per questo  era costretta a rimanere zitella e ad essere relegata ai margini della vita sociale.

Il  padre e la madre di Franca, al contrario, d’accordo con le forze dell’ordine, prepararono una trappola fingendo di accettare le condizioni dei Melodia, cioè le nozze, ma quando i poliziotti irruppero nell’alloggio dove ella era rinchiusa, la liberarono e arrestarono i rapitori. Filippo e i complici, tuttavia,  erano certi che presto ci sarebbe stato il matrimonio e quindi l’impunità, e questo perché in quegli anni la violenza sessuale era considerata un affronto alla morale, non reato alla persona, quindi il “matrimonio riparatore” avrebbe salvato l’onore della giovane e quello della famiglia. Sarebbe bastato, infatti, solo un “sì” della ragazza e  sarebbe di nuovo stata considerata dall’opinione pubblica come una donna onorata, e l’uomo che l’aveva rapita e costretta a fare sesso avrebbe estinto il reato.

Contrariamente alle aspettative, però, Franca scelse sé stessa e decise di combattere contro i pregiudizi, le maldicenze, l’opinione comune denunciando chi l’aveva stuprata e affermando: «Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto…[…]l’onore lo perde chi le fa certe cose non chi le subisce».

E ancora: «Non fu difficile decidere. Mio padre Bernardo venne a prendermi con la barba lunga di una settimana: non potevo radermi se non c’eri tu, mi disse…[…]Tu metti una mano io ne metto cento…[…]. Basta che tu sia felice, non mi interessa altro. Mi riportò a casa e la fatica grande l’ha fatta lui, non io. È stato lui a sopportare che nessuno lo salutasse più, che gli amici suoi sparissero. La vergogna, il disonore. Lui a testa alta».

Una cosa mai successa prima pubblicamente! Una ribellione quella della giovane, sostenuta dalla famiglia, che fece clamore e funse da spartiacque nella storia italiana rispetto a nozze riparatrici e comportamenti sessuali.

A metà dicembre ‘66, presso la corte d’assise di Trapani si celebrò il processo a carico di Filippo Melodia e dei complici, e tra i diciassette capi d’accusa ci fu pure quello di rapimento a scopo di libidine. Il caso fu affidato al giudice Giovanni Albeggiani.

Ci fu una grande attenzione mediatica sulla storia di questa ragazza siciliana che ebbe la forza e il coraggio di opporsi al matrimonio come “unica sistemazione possibile”.

Fin da subito i difensori di Filippo Melodia e degli altri imputati cercarono di screditare la vittima, la quale si presentò a ogni udienza, sostenendo che fosse consenziente al rapporto sessuale e che i due si erano già fatti travolgere dalla passione in altri episodi precedenti ai fatti contestati. Gli avvocati dei rapitori, inoltre, affermarono la validità dell’articolo 544 che, in regioni come la Sicilia, dove i giovani negli anni sessanta non erano ancora liberi di frequentarsi liberamente, e quindi l’unico modo per sottrarsi al dispotismo dei genitori era il rapimento, rappresentava l’unico modo per estinguere il reato. Essi, inoltre, cercarono di far apparire il genitore della ragazza come un padre padrone. Venne richiesta anche una perizia medica per accertare il periodo in cui la ragazza aveva perso la verginità. Franca non solo rifiutò, ma decise di costituirsi parte civile nel processo insieme al padre. Seguirono delle minacce nei loro confronti e alla fine, malgrado i ventidue anni di reclusione richiesti dalla pubblica accusa, Melodia, dopo sette ore di camera di consiglio, ebbe una pena di undici anni, perché le «usanze» furono considerate un’attenuante.  Tale condanna fu poi ridotta a dieci anni in appello, più due di soggiorno obbligato nei pressi di Modena, confermati dalla Cassazione. Gli furono riconosciuti la violenza carnale, le lesioni, le minacce e il ratto a scopo di matrimonio.

Franca rimase in Sicilia, nella sua terra, ed il 4 dicembre 1968 sposò Giuseppe Ruisi, con cui era fidanzata prima di essere rapita, nonostante le minacce ricevute da Melodia se fossero convolati a nozze. La giovane pretese e ottenne la cerimonia in chiesa e l’abito bianco.

Per l’occasione sia il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat che anche il Presidente del Consiglio Giovanni Leone inviarono i loro auguri, mentre l’allora Ministro dei Trasporti Oscar Luigi Scalfaro regalò agli sposi un biglietto ferroviario, che essi utilizzarono per recarsi in Vaticano per l’udienza di Papa Paolo VI.

Nonostante la condanna di Melodia non sia stata esemplare, tuttavia questo caso aprii il dibattito sul matrimonio riparatore, lasciando una traccia importante nella mente di tutti. Dopo la giovane di Alcamo, infatti, molte altre ragazze iniziarono a rifiutare questa “soluzione” all’oltraggio subito, che permetteva ai violentatori di evitare il carcere e prendersi il merito, con le nozze, di ridonare alla giovane abusata quella rispettabilità che solo il matrimonio concedeva a una donna. Anche se, come già accennato, si dovette aspettare il 1981 perché il matrimonio riparatore fosse cancellato definitivamente, insieme al delitto d’onore, dalla legislazione italiana.

Franca, infatti, forse senza neanche rendersene conto, con il suo esempio diventò l’emblema del coraggio lottando con forza e determinazione non solo contro la prepotenza di un uomo legato alla mafia locale, ma anche contro un sistema legislativo anacronistico che ledeva la libertà femminile. Un caso che portò a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla condizione della donna specie in alcune regioni d’Italia.

L’otto marzo del 2014 l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano riconobbe alla donna, assieme ad altre signore, un riconoscimento per il ruolo avuto nel miglioramento della condizione femminile nel nostro Paese, ovvero l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana per  “il coraggioso gesto di rifiuto del matrimonio riparatore che ha segnato una tappa fondamentale nella storia dell’emancipazione delle donne nel nostro Paese”. Ed in tale occasione lo stesso Presidente affermò: « La rivolta delle donne alla guida dell’auto in Arabia Saudita, la fuga di spose bambine, la denuncia delle mutilate, la nostra insignita Franca Viola ci insegnano che le leggi obsolete, le tradizioni ostili hanno bisogno per essere mutate della reattività e del coraggio di ragazzine, di donne decise e ribelli».

Oggi, a distanza di tanti anni, in una società in cui purtroppo i femminicidi sono in continuo aumento, le parole già citate di Franca Viola “Io non sono proprietà di nessuno” risuonano più che mai attuali e importanti. Esse rappresentano un monito per tutte noi donne a prendere in mano la nostra vita e non avere paura di denunciare e ribellarci alla violenza e all’arroganza di chi vorrebbe ridurci a delle loro “proprietà”.

 

 

 

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