


Il dialetto è stato per secoli la lingua parlata quotidianamente dalla gente comune. Era la lingua delle famiglie, delle piazze, del lavoro nei campi, dei racconti tramandati di generazione in generazione. Non era solo un mezzo di comunicazione, ma un’espressione autentica della cultura e dell’identità di un popolo. Ogni regione, ogni città, perfino ogni piccolo borgo aveva il proprio dialetto, con parole e suoni che racchiudevano secoli di storia. Eppure, con il tempo, questa lingua è stata relegata ai margini, considerata poco adatta alla modernità, quasi un ostacolo da superare.
La globalizzazione, l’omologazione linguistica e il pregiudizio che spesso lo associa a ignoranza e arretratezza hanno contribuito alla sua progressiva scomparsa. Le nuove generazioni, sempre più immerse in una comunicazione standardizzata, lo comprendono sempre meno e raramente lo parlano.
Ogni dialetto è il risultato di una storia millenaria, un intreccio di influenze linguistiche dovute ai popoli che hanno abitato un territorio nel corso dei secoli. Il dialetto calabrese, ad esempio, conserva tracce del greco antico, del latino, dell’arabo, del normanno, dello spagnolo. Questo miscuglio di suoni e significati racconta il cammino di una terra, le sue contaminazioni, le sue vicissitudini.
Parlare il dialetto significa mantenere vivo il legame con le proprie origini, riconoscersi in una comunità e conservare un pezzo della propria identità. È il linguaggio delle famiglie, delle nonne che raccontano storie, delle espressioni che non hanno un equivalente in italiano, perché portano con sé sfumature di significato uniche e irripetibili. Ma il dialetto non è solo un’eredità del passato: è una ricchezza che arricchisce il presente e merita di essere preservata per il futuro.
Oggi, chi parla in dialetto viene spesso guardato con diffidenza. Nell’immaginario collettivo, il dialetto è stato associato all’ignoranza, alla mancanza di istruzione, perfino alla maleducazione. In molti contesti, usare il dialetto equivale a essere etichettati come “tamarri”, come se appartenere a una cultura popolare fosse qualcosa di cui vergognarsi. La società ha trasformato quello che una volta era il linguaggio dell’appartenenza in un segno di arretratezza, un marchio di diversità che deve essere corretto e livellato dall’italiano standard.
Questo cambiamento non è avvenuto per caso. Per decenni, la scuola ha insegnato che il dialetto andava abbandonato, perché l’italiano era la lingua della cultura, del progresso, del riscatto sociale. Parlare in dialetto significava essere esclusi da un mondo che imponeva regole linguistiche rigide. Anche i media hanno avuto un ruolo fondamentale in questo processo: la televisione e la radio hanno diffuso un linguaggio omogeneo, facendo percepire il dialetto come qualcosa di superato, da lasciare indietro. Le famiglie stesse, per il timore che i figli potessero essere discriminati, hanno smesso di tramandare la lingua dei nonni, contribuendo alla sua progressiva scomparsa.
Eppure, il dialetto non è un ostacolo, ma un patrimonio. È una lingua viva, capace di esprimere concetti, emozioni e sfumature che l’italiano spesso non riesce a catturare. Ogni parola dialettale porta con sé un pezzo di storia, un legame con le radici, un’identità che non dovrebbe essere cancellata. In molte parti del mondo, le lingue locali sono considerate un valore aggiunto, una ricchezza culturale da preservare. In Italia, invece, spesso si tende a relegare il dialetto al folklore, come se fosse qualcosa di antico, buono solo per le feste tradizionali o per le battute nei film comici.
Ma se da un lato il dialetto sta scomparendo dall’uso quotidiano, dall’altro continua a sopravvivere attraverso le canzoni e la poesia. La musica ha sempre avuto un ruolo fondamentale nel mantenere vive le lingue popolari: artisti come Pino Daniele, Rino Gaetano, Domenico Modugno e tanti altri hanno portato il dialetto nelle case di milioni di persone, rendendolo ancora attuale e vibrante. Le canzoni in dialetto parlano di amore, di sofferenza, di vita quotidiana con una forza espressiva che l’italiano standard spesso non riesce a eguagliare. Allo stesso modo, la poesia dialettale racconta storie di un tempo, frammenti di vita e cultura che si imprimono nella memoria collettiva.
Uno degli esempi più significativi della poesia in vernacolo è il lavoro di Pippo Prestia, che con i suoi versi ha raccontato la vita e l’anima della sua terra. Ecco una delle sue poesie:
Nuddu sapiva chi era
Sugnu figghiu di nenti,
unn’avia nenti, mancu ‘na storia,
e mi criscivu comu ‘na fogghia persa,
senza radici, senza memoria.
Nuddu sapiva chi era,
nuddu mi chiamava per nomu,
sulu u ventu mi parrava,
sulu a notti mi facia cumpagnu.
Ma un jornu, tra i petri e lu mari,
vitti ‘na casa, sentii ‘na vuci,
e ‘nta sta terra chi mi paria strania,
trova’ lu cori, trova’ la luci.
Questi versi, semplici e profondi, evocano il senso di appartenenza, il legame con la propria terra e la ricerca delle radici che il dialetto riesce a trasmettere in modo autentico.
Non dobbiamo vergognarci del dialetto, né temere di usarlo. Non è un segno di ignoranza, ma di appartenenza. Chi parla in dialetto non è “tamarro”, ma una persona che porta avanti una tradizione linguistica che rischia di scomparire. Recuperare il dialetto non significa rifiutare l’italiano o la modernità, ma riconoscere che la nostra lingua madre è fatta di tante voci, tutte ugualmente degne di essere ascoltate. Se smettiamo di parlare in dialetto, smettiamo anche di raccontare una parte della nostra storia. E una cultura che dimentica le proprie radici è destinata a perdersi nel tempo.
Il dialetto è un tesoro che rischia di perdersi se non impariamo a valorizzarlo. Non è un linguaggio minore, ma una risorsa culturale che arricchisce il nostro modo di esprimerci e ci lega alle nostre radici.
Difendere il dialetto significa difendere la nostra storia, la nostra identità e la nostra diversità. Non lasciamo che le voci del passato si spengano nel silenzio: parliamo il dialetto, con orgoglio e consapevolezza, per mantenere viva una parte essenziale della nostra cultura.


Fondazione Pina Alessio Onlus
C.F. 91022110802 - P.Iva 02819850807
SEDE LEGALE
Via Belvedere, 24
89013 Gioia Tauro (RC)
SEDE SECONDARIA
Via Rea Silvia, 43
00042 Anzio (RM)
Iscrizione al registro Stampa del Tribunale di Palmi n. 2 del 31/10/2013
