AGIRE SOCIALE NEWS

RIVISTA DI CULTURA & SOCIETÀ

Proprietà Fondazione Pina Alessio Onlus

Direttore Editoriale Giuseppe Alessio

Direttore Responsabile Domenico Latino

Home » IL TRASCENDENTE COMUNICA E SI FA VOCE NEL ROVETO ARDENTE

IL TRASCENDENTE COMUNICA E SI FA VOCE NEL ROVETO ARDENTE

A volte accade: quando gli occhi non si limitano a guardare, ma riescono, in purezza e verità, a vedere, a penetrare la profondità della conoscenza, ci introducono là dove ascoltando, si può carezzare, con la dolce fermezza della poesia, l’ebbrezza del raffinato conosciuto trascendente. E non c’è mistero in un cuore svelato, solo amore.

Viviamo, per alcuni versi, il tempo del crepuscolo, è ‘Venuta la sera’ (Mc 4,35). Abbiamo bisogno di Dio Padre, troppe volte dimenticato, scartato, abbiamo più che mai bisogno del senso del sacro dissacrato e deriso. La vita di solitudine, l’antico mondo degli anacoreti lo sapeva bene, è straordinario mezzo per entrare in intimità con Dio, con se stessi: il cognoscimento di sé, insegna Caterina da Siena, produce consapevolezza e discernimento alla propria vita e, con singolarità, è miglior mezzo per imparare a comunicare. Ecco che solo conoscendomi, conoscendo la mia interiorità, posso parlare all’interiorità dell’altro, solo conoscendo si può educare alla conoscenza, solo amando si può dire di amare, solo nella fortezza della fede si trasmette il credo.

E, in una sorta di comunicazione analogica dei segni, soggiunge in nostro aiuto una frase affascinante nel Deuteronomio: “Il Signore vi parlò dal fuoco, una voce di parole voi ascoltaste; non un’immagine voi vedeste, solo una voce” (4,12). E, nel libro dell’Esodo, l’immagine si fa più forte: “L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: Il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava”. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?” (3, 2-3).

Vigorosa è l’immagine, che tramuta in mirabile esperienza spirituale e, nel contempo, esperienza sensibile, che non è mero sentire, mero dire parole. All’interno della fragilità delle parole umane la Parola divina rivela la sua potenza. L’astuzia umana, sappiamo bene, è caratteristica servile, non certo di eleganza nella società, ma dove grondano lacrime di sangue, fioriscono grazie. Ed è per questo che il tempo chiama a fermarsi e riflettere. Asseriva Pascal: “Il nostro più grande peccato è quello di omissione: bene non fatto, responsabilità non vissute, gesti buoni e doverosi non compiuti, impegni disattesi”. Nel momento in cui coglie se stesso come esistente, l’uomo è chiamato a prendere posizione, a rispondere all’esistenza con elementi di ragionevolezza, poiché male assoluto è l’abbandono alla povertà intellettuale, all’ingiusto, all’assenza del senso di gratitudine.

La vita etica, per essere tale, richiede pensiero di costrutto, azione, impegno, senso del sacro, memoria, condotta non procrastinata da preconcetti, da accordi ricattabili. L’inerzia del giusto, prima di corrompere la società, in tutte le sue rappresentanze, corrompe la sua stessa persona, la impoverisce nel suo essere, inducendola a una deriva umana, alla sua involuzione.

Osserviamo altresì, attraverso il roveto, che Dio si fa scrittore in modo diretto: “Il Signore dette a Mosè le due tavole della testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio… Egli vi annunciò la sua alleanza…” (Es 31,18; Dt 4,13). E l’emblema della scrittura divina sarà alla base anche della nuova alleanza: “Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore” (Ger 31,33), espressione di una pienezza di rivelazione e di comunione tra lo scrittore divino e l’uomo. Ecco che, la voce viva, parola ardente, trova compiutezza con la novità cristiana, dell’“Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,37-39), una rigorosa sintesi tra legge e amore: l’amore è compendio di tutta la legge.

La comunicazione del linguaggio simbolico, nella storia dei tempi, insegna a unire transitorio e assoluto, temporale e eterno, finito e infinito, umano e divino. L’uomo della Croce, Cristo, è la grande figura perfetta che fonde in sé, parola e carne, carne che ci dà contezza del limite, della fragilità di ogni creatura, il suo essere legata alle cose del tempo, mortale. Sappiamo bene, però, che la ‘parola’ è qualcosa di più di quello che solitamente intendiamo: essa è anche, direi soprattutto, ‘azione’ con cui esprimiamo noi stessi. Cristo diviene poesia innestata nel cuore, perché fonde in sé, divinità e umanità, pienezza e debolezza, potenza e atto.

Necessita, oggi, trovare i logoi più efficaci, per una filosofia estetica e orale di soccorso umano, dialogica, innestata nella virtù nella fermezza e del discernimento, e ascoltare, leggere, percepire la parola dell’Amore che sana, capace di essere speranza concreta nella società civile anelante vita vera. Dare voce, così, alla poesia che, in purezza, l’animo umano sa donare, quella parola di fuoco che arde in ognuno di noi, per troppo tempo sopita, inascoltata, negata alle coscienze, ma che è vita, ci abita “Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore”. (Ger 31,33).

E si leva speranza, voce d’amore puro, da ascoltare nella concretezza della vita, trovando dimensione reale dei propri limiti, del proprio stato di perfettibilità, soprattutto del necessario senso di prossimità da ritrovare, come roveto ardente, nell’animo di ognuno.

Puro deriva da pur che in greco significa fuoco. Vivere in purezza vuol dire, pertanto, vivere nel fuoco, fiamma che arde penetrando di amore sconfinato il cuore. Ciò non significa ingenuità, ma genuino amore consapevole. Se comprendi che desideri il fuoco nella tua vita, quindi la purezza, tutto si trasforma e tutto ti trasforma. L’avverti subito: è sinonimo di profondità, sincerità, lealtà. Ti attrae, ti affascina, è bellezza che incanta. Ne accusi nostalgia quando ti accorgi che, guardandoti intorno, purezza si è affievolita poiché l’uomo, nell’arida società sviluppatasi, si è fermato alla superficialità delle cose, all’insano esclusivo sé, dimenticando che perseguire il giusto, il vero, amare gratuitamente, superare le iniquità, è umanità, è ardore di purezza, è vita vera.

Nella purezza edifica l’umano: del suo fuoco alimenta passione, feconda meraviglia dell’impercettibile sentire che, come quando rivolgi lo sguardo incantato al cielo, alla luna, riesce a incarnarsi e sconvolgere di dolcezza la vita. È esigente la parola, come l’amore, è esigente la fede, non fa sconti alla superficialità, anela vivere in purezza. Ogni volta che si sentirà pulsare un cuore, anche in tempo di dolenza, nei luoghi dove guerre imperversano, si avvertirà che si è vita consapevole, capace di donarsi e, come acqua limpida di ruscello, saprà ristorare, dissetare, alimentare concreta speranza nella quieta coscienza, desiderare pace. Si tratta di imparare a essere persone umane in questa società, penetrando la realtà di tutti i giorni: l’amore sano è quello che abbraccia la totalità dell’essere, il suo carattere, la sua intelligenza, la purezza dello sguardo volto alla trascendenza. Saper scrutare nell’abisso dell’inquietudine, è avere il cuore dalla parte giusta, innestato nella purezza del roveto.

La dimensione anagogica, il tendere verso l’alto, guida ogni essere umano alla ricezione delle ispirazioni dello Spirito, sollecita, in termini generali, ad ampliare gli orizzonti verso la comprensione delle virtù. Soggiunge, così, ispirata, a spronare dal dolore, la poesia del cuore: magnificati l’anima d’infinito pensare che, rapito, vive penetrando il domani nell’ardore del roveto, nell’amore della Croce. E, con S. Agostino: “Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: nell’interiorità dell’uomo abita la verità, e se troverai la tua natura mutabile, trascendi anche te stesso”, poiché come asseriva Antoine de Saint-Exupery, il mistero è uno spazio immenso, che Dio offre alla nostra sete di verità. Occorre entrarci, con intelletto e volontà, in questo mistero, innovando il desiderio convinto per l’alba di un nuovo giorno, come voce d’amore, intrisa di poesia.

Ecco che, quando gli occhi non si limitano a guardare, ma riescono, in purezza e verità, a vedere, a penetrare la profondità della conoscenza, ci introducono là dove ascoltando, si può carezzare, con la dolce fermezza della poesia, l’ebbrezza del raffinato conosciuto trascendente. Alzo gli occhi al cielo, una goccia di “Pioggia” riga il viso mio, e mi incoraggia a un canto di speranza:

“Questa fonte ora rischiara e disseta le distese aride di una umanità perduta.

Infinite gocce accomunate nella speranza nell’anima mia si immergono e tutto tace,

tutto soave in una quiete che confonde il cielo mare e il mare cielo.

Immersi in questa pace ristora ogni vita che dà luce alla mente,

che disseta ogni arsura,

che disperde ogni minuscolo granello di disumanità.

Scendi pioggia, scendi cielo, inonda il mare, speranza infondi,

vita vera è sempre nella sorgente di ogni acqua

speranza infinita di ogni impurità che purificarsi vuole.

Libera le menti rischiarane il pensiero eterna vita diverrai.”

 

 

_______________________________________

Maria Francesca CarneaFilosofa, Scrittrice, Consulente Strategie di Comunicazione. Autrice di pubblicazioni a carattere storico, filosofico, socio-politico.

AGIRE SOCIALE NEWS

Fondazione Pina Alessio Onlus
C.F. 91022110802 - P.Iva 02819850807

SEDE LEGALE
Via Belvedere, 24
89013 Gioia Tauro (RC)

SEDE SECONDARIA
Via Rea Silvia, 43
00042 Anzio (RM)

Iscrizione al registro Stampa del Tribunale di Palmi n. 2 del 31/10/2013

© 2026 Fondazione Pina Alessio Onlus