



Il teologo che contribuì eminentemente alla comprensione dell’Eucaristia fu Tommaso d’Aquino. Per questo specialmente fu chiamato sole di scienza e santità, aquila di teologia. In una sua opera di commento alla Scrittura, ci aiuta a capire l’eccellenza del Sacramento dell’Eucaristia, quando scrive: “Essendo l’Eucaristia il sacramento della Passione di nostro Signore, contiene in sé Gesù Cristo che patì per noi. Pertanto tutto ciò che è effetto della Passione di nostro Signore, è anche effetto di questo sacramento, non essendo esso altro che l’applicazione in noi della Passione del Signore” (In Ioannem, c.6, lect. 6, n. 963).
Contribuì l’Aquinate a creare formule e linguaggio utilizzati per spiegare la transustanziazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo. Nella terza parte della Summa Theologiae, scrive così pagine insuperate sul Mistero dell’Incarnazione e della Passione di Gesù e, parlando dei Sacramenti, si sofferma in modo particolare sul Mistero dell’Eucaristia, per il quale ebbe grandissima devozione, al punto che, secondo antichi biografi, era solito accostare il capo al Tabernacolo, come per sentire pulsare il cuore di Gesù.
Secondo s. Tommaso vi è un duplice modo di considerare l’Eucaristia: come sacramento o come sacrificio (S. Th., III, q. 79, a. 5). Come sacramento, l’Eucaristia è una realtà sacra che contiene il corpo di Cristo stesso, vittima di salvezza (S. Th., q. 73, a. 4, ad 3). «L’Eucaristia è il sacramento perfetto della passione del Signore, in quanto contiene Cristo stesso che ha sofferto» (S. Th., q. 75, a. 5 ad 2), non solo quindi secondo significato o figura ma nella sua realtà oggettiva (S. Th., q. 75, a. 1). Per l’Aquinate la Messa è un vero sacrificio, perché memoriale della passione del Signore e perché attraverso di essa possiamo prendere parte ai frutti della passione. La dimensione sacrificale della Messa è data soprattutto dalla consacrazione delle due specie (S. Th., q. 80 a. 12, ad 3): il sangue, consacrato separatamente, rappresenta in modo esplicito il sacrificio di Cristo (S. Th., q. 78, a. 3) in quanto ogni sacrificio cruento avviene «con la separazione del sangue dal corpo» (S. Th., q. 74, a. 1). Altri elementi che attestano il carattere rappresentativo della passione sono: la mescolanza dell’acqua con il vino nel calice che indica la fuoriuscita del sangue e dell’acqua dal costato del Salvatore (S. Th., q. 74, a. 6; a. 7) e la frazione delle specie quale segno della passione del Signore che si è compiuta nel suo vero corpo (S. Th., q. 77, a. 7). La Messa non va celebrata solo per dare il sacramento ai fedeli, ma prima di tutto per offrire il sacrificio (S. Th., q. 82, a. 10, ad 1, 2). L’azione sacrificale della Messa è costituita dalle parole che Gesù pronunciò nel Cenacolo sul pane e sul vino. Sono proprio queste parole che il sacerdote ripete che realizzano la trasformazione dalla realtà del pane e del vino nella sostanza del Corpo e del Sangue di Cristo. La transustanziazione è quindi l’essenza, il costitutivo del sacrificio eucaristico. E, per esprimere la realtà mistica della transustanziazione, l’Aquinate si avvale delle categorie aristoteliche di materia e forma, sostanza e accidente. Materia dell’eucaristia sono il pane e il vino, perché pane e vino adoperò Gesù nell’istituirla (S. Th., q. 74, a. 1). Forma dell’Eucaristia, sono le parole: «Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue» (S. Th., q. 78, a. 1). Nel sacramento della Eucaristia, Gesù si trova secondo la sua sostanza. Ma si tratta di una presenza sacramentale, cioè mediata attraverso quei segni sensibili che sono precisamente le specie del pane e del vino. Per spiegare l’evento mistico che realizza la trasformazione del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo, Tommaso usa il termine «transustanziazione» termine che era già stato introdotto nella teologia latina.
Il dogma Eucaristico ci è noto dalla Rivelazione. Infatti, sebbene il termine non sia né biblico né patristico, l’idea che esprime fa parte della rivelazione cristiana. Nel II secolo, Ignazio di Antiochia sottolinea che l’Eucaristia è la carne del Salvatore. Poco dopo di lui, Giustino Martire, osserva che i cristiani considerano l’Eucaristia non come cibo ordinario ma come carne e sangue di Cristo. Secondo Ireneo di Lione il vino nel calice e il pane diventano durante il rito dell’Eucaristia il sangue e il corpo del Signore. Dal IV secolo, l’attenzione comincia a concentrarsi più distintamente sul cambiamento. Gregorio di Nissa afferma che il pane, consacrato dalla parola di Dio, si trasmuta nel corpo di Dio. Dopo aver testimoniato che Cristo stesso fa sì che il pane e il vino diventino il Suo corpo e sangue, Giovanni Crisostomo aggiunge che la formula, “Questo è il mio corpo”, trasforma gli elementi eucaristici. Prossimità simile si trova in Ambrogio, che usa il termine “trasfigurare”, e in Cirillo di Alessandria, che usa la parola “trasformare”. Alla fine del VII secolo, questa dottrina viene testimoniata dagli scritti dei teologi di un pò tutta la cristianità. Giovanni Damasceno riassume l’insegnamento dei suoi predecessori: spiega che il pane e il vino sono trasmutati o convertiti nel corpo e nel sangue del Signore; il pane e il vino non sono affatto semplici simboli del corpo e del sangue del Signore, ma vengono realmente ”cambiati” nel corpo e nel sangue.
Una nuova epoca della riflessione teologica sull’Eucaristia si apre nel IX secolo. La figura di spicco in questo periodo fu Pascasio Radberto, che espose l’insegnamento cattolico sulla transustanziazione. Con il suo De Corpore et Sanguine Domini il monaco benedettino suscitò una controversia riguardo all’identità del Corpo di Cristo storico con quello eucaristico. San Pascasio Radberto è considerato il maggiore teologo del IX secolo per il suo trattato sulla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, nonché per alcune opere su Maria, di cui intuì l’Immacolata Concezione scrivendo che “è stata esente da ogni peccato originale”. Pascasio, come già i Padri della Chiesa prima di lui, tra cui sant’Ambrogio, spiegò che le parole di Cristo nell’Ultima Cena: Prendete e mangiate. Questo è il mio Corpo; Bevetene tutti, perché questo è il mio Sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati, esprimono letteralmente e chiaramente la presenza del Corpo storico di Cristo nell’ostia consacrata, un importantissimo contributo per la definizione della dottrina sulla transustanziazione. Nel XIII secolo la dottrina aveva raggiunto una formulazione adeguata, ben esemplificata nell’incisivo riassunto di Tommaso d’Aquino: ”L’intera sostanza del pane è cambiata nell’intera sostanza del corpo di Cristo, e l’intera sostanza del vino nell’intera sostanza del sangue di Cristo. Perciò questa conversione può essere designata con un nome proprio, transustanziazione” (Summa Theologiae, III, q. 75, a. 4).
Si era diffusa l’usanza di conservare il Santissimo nel tabernacolo, di esporre la particola in un ostensorio posto sull’altare. La devozione per il «Corpo del Signore» divenne così intensa che nell’estate del 1248, su pressione di Santa Giuliana di Liegi, – religiosa agostiniana beneficiata di alcune visioni in cui il Signore le chiedeva di impegnarsi affinché la Chiesa istituisse una festa in onore dell’Eucarestia –, il vescovo di Liegi, Roberto di Thourotte, autorizzò nella sua diocesi il culto al Santissimo Sacramento, da celebrarsi il primo giovedì successivo alla domenica dopo Pentecoste, festa della Santissima Trinità. Era nata la Fête-Dieu in onore del SS. Sacramento, il Corpus Christi, il Corpus Domini. A s. Giuliana di Cornillon, la Chiesa deve riconoscenza per aver contribuito all’istituzione di una delle solennità liturgiche più importanti, il Corpus Domini. Nel 1252 il cardinale legato di Germania, il domenicano Ughes de Saint-Cher, fu così colpito dalle solennità eucaristiche a cui assistette a Liegi, che estese la festa in tutti i territori della sua legazione. Lo stesso Jacques Pantaléon di Troyes, il futuro Urbano IV, fu presente alle celebrazioni di Liegi. In Italia non si erano diffusi ancora prodigi legati all’eucaristia e il «miracolo di Bolsena» nel Trecento ebbe risonanza: il miracolo eucaristico di Lanciano, seppur più antico, sarà divulgato solo nel Cinquecento.
Il racconto più antico del miracolo di Bolsena è contenuto nella Chronica (III, tit. 19, cap. 13) di s. Antonino Pierozzi, O. P., Arcivescovo di Firenze, († 1459). Urbano IV apprese del prodigio eucaristico avvenuto in Bolsena e con la bolla Transiturus de Hoc Mundo ad Patrem, l’11 agosto 1264, istituì la solennità del Corpus Domini come festa di precetto per la Chiesa universale, il giovedì successivo alla Pentecoste. Per suo ordine nel Duomo della Città si conserva, tuttora, il celebre corporale con le tracce del miracolo eucaristico avvenuto a Bolsena. Il 2 ottobre di quello stesso anno moriva però Urbano IV e la bolla Transiturus non ebbe seguito effettivo.
Arriviamo al Concilio di Vienna che si svolse dal 16 ottobre 1311 al 6 maggio 1312. Durante il Concilio papa Clemente V presentò anche la bolla Transiturus di Urbano IV che risultò praticamente sconosciuta a tutti gli ordini e diocesi ivi rappresentati. Essendo la morte di Clemente V avvenuta prima che egli potesse condurre a termine il suo progetto, la Costituzione fu promulgata da Giovanni XXII nel 1317. Da allora in poi la festa del Corpus Domini fu estesa alla Chiesa universale.
Intervennero delle questioni: Martin Lutero ammise la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Tuttavia, egli ripudiò la transustanziazione e insegnò che il corpo e il sangue glorificati di Cristo sono presenti “nel, con e sotto” il pane e il vino, parla quindi di consustanziazione. Giovanni Calvino attaccò sia la dottrina cattolica della transustanziazione che quella luterana della consustanziazione e sostenne che il corpo e il sangue di Cristo sono presenti nell’Eucaristia virtualmente, cioè per un potere che emana da essi.
Di fronte a tali sfide, il Concilio di Trento (1545-1563) emise un insegnamento autorevole sulla transustanziazione (11 ottobre 1551): “Poiché, poi, Cristo, nostro redentore, disse che era veramente il suo corpo ciò che dava sotto la specie del pane, perciò fu sempre persuasione, nella chiesa di Dio, – e lo dichiara ora di nuovo questo santo concilio – che con la consacrazione del pane e del vino si opera la trasformazione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo, nostro signore , e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa trasformazione, quindi, in modo adatto e proprio è chiamata dalla santa chiesa cattolica transustanziazione”. (Capitolo 4, sessione 13). Il can. 2 dichiara: “Se qualcuno dirà che nel Santissimo Sacramento dell’Eucarestia assieme col corpo e col sangue di nostro signore Gesù Cristo rimane la sostanza del pane e del vino e negherà quella meravigliosa e singolare trasformazione di tutta la sostanza del pane nel corpo, e di tutta la sostanza del vino nel sangue, e che rimangono solamente le specie del pane e del vino, – trasformazione che la chiesa cattolica con termine appropriatissimo chiama transustanziazione, – sia anatema”.
*MARIA FRANCESCA CARNEA, Filosofa, Scrittrice, Consulente Strategie di Comunicazione. Autrice di pubblicazioni a carattere storico, filosofico, socio-politico.


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