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L’AFFASCINO NON È VERO MA CI CREDO

Sono una donna del Sud, una calabrese innamorata della propria Regione. Tutto della mia terra mi rende felice; amo soprattutto la lentezza di una vita ancora semplice, antica, dove ogni cosa parla di generosa accoglienza e tradizione. Tradizione che è soprattutto autenticità.

Chiunque conosce o abbia visitato questa terra sa di cosa parlo: è una terra benedetta da Dio, dalle coste alle città, passando per le montagne.

Tutto quel che si vede, che si può toccare con mano, è estremamente autentico.
Sono cresciuta in una famiglia credente, non molto praticante, ma devota a qualche santo. Nel mio paese di origine si percepisce ancora un rigore religioso marcato, ma esistono e resistono ancora riti ancestrali e misteriosi che affiancano la religione “ufficiale”. Tra questi, il più seducente è il rito impenetrabile e inspiegabile dell’affascino.

 

CHE COS’È L’AFFASCINO?

In Calabria, l’affascino è il termine utilizzato per indicare il malocchio, un sortilegio inviato da chi “affascina”, ossia chi guarda con invidia o ammirazione, in modo volontario o inconsapevole, un’altra persona. Anche se non se ne desidera il male, si può comunque influenzarla con l’affascino. Al contrario, se si prova invidia nei confronti di qualcuno, si può trasmettere un’affascino negativo. In entrambi i casi, la persona affascinata potrebbe sentirsi spossata, stanca, sbadigliare frequentemente, accusare pesanti mal di testa e sentirsi “strana”.

È in queste situazioni che si ricorre al rito curativo dello “sfascino”.

 

RITUALI MISTERIOSI

Il rituale consiste nel verificare se si è stati vittime di invidia mettendo dell’acqua in un piatto e facendovi cadere tre gocce di olio. Se l’olio rimane intatto, come dovrebbe essere poiché di solito non si mescola con l’acqua, significa che non è stato lanciato alcun malocchio. L’indicatore principale che illumina circa la presenza del maleficio è la forma che le goccioline dell’olio assumono una volta fatte cadere in acqua: se si allargano, diventando quasi trasparenti, allora si è stati colpiti con violenza, se si accoppiano le malelingue sono due, se si incorporano è una persona molto vicina, forse all’interno della stessa famiglia, se sono piccole si tratta di donne, se grandi di uomini. Questo processo comporta una serie di preghiere e formule per allontanare il malocchio da quella persona.

Durante lo sfascino, la persona coinvolta inizia a sbadigliare: sbadigli lunghi e ravvicinati indicano un’affascino potente. Alcuni versano lacrime in abbondanza e chi esegue il rituale si sente esausto poiché impone un vero e proprio spreco di energie fisiche.

Chi pratica il rito, che viene eseguito per tre volte, riesce a distinguere se chi ha lanciato l’incantesimo è uomo o donna. Le preghiere variano a seconda della famiglia e della zona di provenienza. Non esiste una formula universale, anche se sono tutte simili e hanno lo stesso intento.
Conosco personalmente la formula, ma è strettamente proibito scriverla o ripeterla perché perderebbe la sua efficacia, sia per chi la dovesse rivelare, sia per chi l’ascolterebbe.

Ma come si apprende questo rituale se non se ne può parlare? C’è un a sola eccezione: durante la notte di Natale la formula può essere trasmessa da una tre persone. A mezzanotte tra il 24 e il 25 dicembre, il rituale viene scritto su un foglio e letto, ripetuto e memorizzato da chi lo riceve come un vero e proprio dono. Da quel momento, il nuovo custode potrà praticare il rituale e trasmetterlo a sua volta con le stesse modalità.

 

LE ORIGINI

L’origine di questo rito, derivante da credenze popolari mescolate ad una religiosità occulta basata su incantesimi e malefici, si perde nella notte dei tempi.

Ha avuto origine con le attività nei campi e l’associazione dei raccolti ai cicli lunari, sviluppandosi con il culto dei defunti e le processioni sacre nei villaggi. Si è radicato ulteriormente con la pratica dei voti in cambio di protezione divina.

L’affascino, antropologicamente, è il fulcro di un ritualismo folcloristico.

Nonostante la frenetica corsa al progresso, le provincie calabresi (e meridionali in genere) rimangono saldamente legate a una cultura intrisa di autentica sacralità. Alla religiosità “ufficiale”, che custodisce una fede ideale e spirituale, si contrappone una religiosità costruita dagli esseri umani che si è trasformata in ritualismo.

La Calabria è ricca di miti, leggende e aneddoti tramandati nei secoli che celano antichi segreti.
Da generazioni si crede che la magia bianca e i rituali propiziatori possano portare benefici personali:
le richieste di guarigioni miracolose, le preghiere per ottenere successo e gli incantesimi d’amore per conquistare l’oggetto del proprio affetto, sono comuni. Tuttavia, alcune preghiere rivolte a forze ultraterrene potrebbero non essere così nobili. L’affascino, difatti, si mescola tra maleficio e superstizione in un intricato intreccio di credenze e pratiche antiche.

GLI “AFFASCINATORI”

“L’occhio manifesta molte cose magiche, poiché incontrandosi un uomo con l’altro, pupilla con pupilla, la luce più possente dell’uno abbaglia e abbatte l’altro che non può sostenerla” (T. Campanella – Del senso delle cose e della magia)

Il termine latino “fascinum”, che significa maleficio o sortilegio, affonda le sue radici nel potere dello sguardo. Secondo questa antica credenza, lo sguardo, ovvero l’organo della vista, diventa veicolo di energie negative dirette verso vittime inconsapevoli. Coloro che esercitano l’affascino spesso celano dietro le lodi un sentimento nascosto di invidia, che può manifestarsi anche involontariamente. Le vittime di queste energie negative sono spesso donne in gravidanza e bambini, considerati soggetti più vulnerabili in quanto più inclini a ricevere elogi e complimenti.

Questa credenza rispecchiava, e lo fa ancora oggi, una forma di controllo sociale tipica delle comunità chiuse, dove emergere troppo poteva essere visto come una minaccia all’equilibrio collettivo. Per questo, molti mimavano gesti scaramantici o minimizzavano i propri successi per evitare di “attirare l’invidia” e quindi l’affascino.

Se un tempo l’affascino era ritenuto un’azione esterna, inflitta da uno sguardo malevolo o da un’energia negativa, oggi alcune interpretazioni moderne tendono a vederlo come una forma di autosuggestione. La convinzione di essere stati colpiti dal malocchio può effettivamente generare sintomi fisici, che trovano spiegazione nella somatizzazione dell’ansia e dello stress.

Non è un caso che molte pratiche curative tradizionali abbiano un forte valore simbolico e psicologico: il rito dell’olio nell’acqua, ad esempio, non solo mira a individuare la presenza del malocchio, ma attraverso la sua esecuzione offre alla persona colpita una sorta di sollievo emotivo. È un meccanismo simile a quello della medicina psicosomatica, dove la convinzione di una guarigione porta effettivamente a un miglioramento dello stato di salute.

Il potere del rito, dunque, non risiede soltanto nel gesto in sé, ma nell’effetto che esso ha sulla mente di chi lo riceve. In questo senso, l’affascino diventa una metafora del peso che le parole e gli sguardi degli altri possono avere sulla nostra psiche: sentirsi vittime di invidia, giudizi negativi o maldicenze può influenzare l’umore e la percezione di sé, proprio come un’antica maledizione.

 

 

LE DONNE: GUARITRICI E “MAGÀRE”

 

Le donne, considerate custodi di antiche conoscenze e segreti, sono state tradizionalmente associate al potere della guarigione. Da sempre detentrici di criptici e seducenti poteri, l’innata aura di sensualità e magnetismo è costata a molte di loro una condanna per stregoneria.

Per tale ragione lo scaramantico cerimoniale dello “sfascinamento” non può che essere guidato da queste moderne fattucchiere, nella stragrande maggioranza dei casi sono le “vecchie”, le nonne, le bisnonne, che ripetono antiche formule e gesti.

Considerato popolarmente alla stregua di una vera e propria malattia, dall’affascino si può guarire.

Molte volte, durante la mia vita, mi sono sentita dire “vieni, fatti vedere, forse sei affascinata” o io stessa ho chiesto “mamma, mi fai l’affascino?”. Spesso, per superstizione, per condizionamento sociale e ambientale, o solo per tradizione, mi sono seduta davanti a mia madre e mi sono lasciata esaminare.

Uno dei miei ricordi d’infanzia più vividi è quello di mia madre che, con le sue mani esperte, preparava l’occorrente: un piatto di ceramica bianca, dell’acqua, dell’olio. Una costante poi è la preghiera segretissima che viene sussurrata durante il rito in assoluto silenzio. Una volta, accertato che fossi affascinata, mia madre sentenziava: “Figlia mia, si’ ‘mmidiata!” (Figlia mia, sei invidiata!).

 

GLI AMULETI

 

Cita Gianfranco Mele nel suo libro “Fascinazione: i riti, i simboli, le guaritrici, le affascinatrici e le vittime”: “Nell’antica Roma esisteva una divinità, Cunina, espressamente deputata a proteggere i bambini dal “fascinum”. A livello preventivo si indossavano amuleti di forma fallica, e questa consuetudine era così diffusa che l’amuletum stesso iniziò ad essere denominato fascinum, e addirittura il fallo stesso era indicato, a volte, con lo stesso termine”. Da qui il gesto tutto scaramantico, appartenente agli uomini, di “toccarsi discretamente” le zone intime in presenza di eventuali persone o situazioni che possano veicolare il malocchio.

Ma i rimedi a protezione della persona sono tanti altri: dalla piccola pietra di sale nel sacchetto rosso, alla “vursetta” contenente erbe “magiche” e santini, fino al classico “curniciaddru”, ovvero il cornetto rosso.

 

L’AFFASCINO NELL’ARTE E NELLA LETTERATURA

 

L’idea di un’influenza negativa esercitata dallo sguardo non è solo un elemento della cultura popolare, ma ha trovato spazio anche nella letteratura e nell’arte. Nei poemi epici dell’antichità, lo sguardo aveva un potere quasi magico: basti pensare alla figura di Medusa, il cui sguardo pietrificava, o al mito di Narciso, vittima della propria immagine riflessa.

Anche nella letteratura italiana troviamo riferimenti a un “fascino” che imprigiona e condiziona: nei romanzi veristi di Giovanni Verga, ad esempio, il tema dell’invidia e della sfortuna legata agli sguardi della gente, è centrale nella narrazione delle dinamiche di paese.

Nella novella “La patente”, Luigi Pirandello affronta il tema del malocchio e della superstizione legata all’affascino. Il protagonista, Rosario Chiarchiaro, è un uomo che la società ha etichettato come jettatore, ovvero portatore di sfortuna. A causa di questa fama, viene emarginato e trattato con diffidenza, perdendo lavoro e dignità. Tuttavia, Chiarchiaro decide di ribaltare la situazione e chiede al giudice una “patente ufficiale di iettatore”, trasformando la superstizione in un mezzo di guadagno: la gente lo teme e quindi si fa pagare per non gettare il malocchio.

Pirandello usa questa storia per mettere in luce il paradosso della superstizione e il potere dell’opinione pubblica: Chiarchiaro non è un vero jettatore, ma il solo fatto che tutti lo credano tale lo condanna. Il tema si collega perfettamente al concetto di affascino, poiché mette in risalto come lo sguardo carico di invidia o ammirazione sia da sempre considerato un tramite di influenze dannose.

Anche nel cinema, il concetto di affascino è stato rielaborato in chiave moderna in film che esplorano il potere dell’invidia e della superstizione, come accade in certe pellicole neorealiste dove il fatalismo popolare gioca un ruolo cruciale nel destino dei personaggi.

Un film che tratta il tema dell’affascino in modo esplicito è “Malocchio” (1975), una pellicola italiana diretta da Luciano Martino.

Ma anche in “Non si sevizia un paperino” (1972) di Lucio Fulci, un giallo ambientato in un piccolo paese del Meridione, dove le credenze nel malocchio e nei riti magici giocano un ruolo centrale nella trama.

 

Oggi, la credenza nell’affascino è meno diffusa rispetto al passato e il suo concetto si è evoluto. Nel linguaggio moderno si usa dire che qualcuno “porta iella”, oppure si parla di “energia negativa o di “vibrazioni sbagliate”. Questa persistenza dimostra comunque che, pur cambiando forma, certe credenze radicate continuano a trasmettere una sorta di timore atavico, legato anche al bisogno inconfessato di una protezione “superiore”.

Sappiamo, razionalmente, che l’affascino non ha basi scientifiche, eppure rimane ancora un punto fermo nelle tradizioni popolari. In fondo, la mente può dubitare, ma il cuore conosce il potere delle storie e dei gesti tramandati nei secoli.

E così, di fronte a un malessere improvviso o a uno sguardo un po’ troppo insistente, magari qualcuno sorriderà scettico, ma intanto tasterà discretamente il cornetto rosso in tasca, quello che si porta addosso per sicurezza perché … non si sa mai!

 

Angela Maria Malatacca

 

Fonti e citazioni;

Tommaso Campanella: “Del senso delle cose e della magia”

Gianfranco Mele “Fascinazione: i riti, i simboli, le guaritrici, le affascinatrici e le vittime” (Fondazione Terra d’Otranto, 2018)

 

Le foto sono tratte dal web

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