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L’INFELICITÀ DEI CUORI BUONI.

Molti dei grandi pensatori della storia si sono interrogati sulla condizione dell’uomo in rapporto al mondo che lo circonda. Numerosi sono stati i criteri presi in considerazione circa la bontà o la malvagità che abiterebbe naturalmente nell’umanità e le ragioni che le fondano. Alcuni potrebbero ritenere illogica, per non dire sciocca, l’idea dell’esistenza di un’inclinazione originaria nell’uomo che lo conduca ad agire in un determinato modo. E tuttavia, sembra esistere una sorta di codice genetico, imperativo e direttivo, che orienta il nostro comportamento come una legge istintiva.

In generale, la vita è colma di norme, persino in ambiti nei quali si potrebbe ritenere che la nostra libertà venga costretta. Perché risulta quasi obbligatorio provare amore per i nostri genitori, anche quando fossero detestabili? Su quali principi si fonda la “necessità” di trovare una persona a cui consegnare il nostro affetto? In quale ragionamento si radica l’acclamato dovere di agire bene verso gli estranei, anche quando ciò implichi limitare la propria volontà di fare ciò che desideriamo, pur non essendo precisamente corretto?

Se ci soffermassimo per un breve istante a riflettere su tali interrogativi, non troveremmo una ragione  compiuta capace di rispondervi; emergerebbe piuttosto, da sé, l’unica vera regola della nostra fugace  esistenza: la morte.

Dovremmo immaginarci come franchi buffoni nel dilapidare il piccolo lembo di vita che ci viene donato, in un’incessante ricerca di affetti e in una limitazione di slanci e opinioni; in altre parole, nel consumarci in futilità antagoniste a ciò che essa, la nostra vita, sembra chiederci a gran voce.

Molti di noi vengono cresciuti nella fallacia secondo cui possedere un buon cuore ci renderebbe esseri umani esemplari, anche a costo di snaturare i nostri desideri autentici; ma la realtà, imponente, finirà per insegnarci, prima o poi, che ciò non ha alcuna rilevanza nelle leggi dell’universo e che tale auto-rasgressione, oltre a costituire un tradimento della propria esistenza,

ci condurrà all’infelicità.

Tra tanti smarrimenti, la vita ci sfugge e finisce per ripagarci male, poiché non vi è dubbio che la morte compirà il suo lavoro. Questo potrebbe indurci a pensare che forse la vita non sia altro che un gioco d’azzardo e di rischio, e che la morte costituisca un fine in sé; infatti, pare che la vita sia

l’eufemismo della morte e delle disgrazie che, per mano nostra, la precedono.

L’uomo cattivo Secondo Niccolò Machiavelli e Immanuel Kant, l’uomo tende al male per natura. Nell’affannosa ricerca del proprio cammino e, in quanto animale razionale, l’uomo ricorre alla crudeltà e alla violenza come strumenti principali per raggiungere i propri obiettivi, senza soffermarsi su

considerazioni morali dinanzi alla barbarie cui i suoi atti potrebbero approdare. A tale proposito, Kant afferma che l’uomo possiede la “qualità di piegare tutto al proprio mero capriccio e, poiché sa di essere incline a opporsi agli altri, si aspetta di incontrare ovunque la medesima resistenza”; in ogni caso, secondo un’idea comunemente attribuita a Machiavelli, il fine giustifica i mezzi, no?

In modo analogo, Sigmund Freud osserva che l’uomo è un essere istintivo che riesce a essere civilizzato solo attraverso il braccio tirannico della società. Che ne sarebbe di noi se fossimo isolati, rassegnati alla nostra sola compagnia?

Il padre della psicoanalisi ci suggerisce che è il gruppo sociale con cui interagiamo a modificare la nostra naturale malvagità, costringendoci a sottostare a determinate regole che rendono possibile la costruzione di un legame con l’altro.

Interpretando Rousseau, possiamo introdurre la distinzione tra “amore di sé”, che riguarda soltanto

noi stessi e si appaga quando i nostri bisogni autentici sono soddisfatti, e “amor proprio”, che è oggetto di confronto costante e non è mai soddisfatto, poiché esige che gli altri ci preferiscano  a sé stessi, cosa poco probabile o, quantomeno, deplorevole. In questo senso, ciò che renderebbe l’uomo essenzialmente buono sarebbe l’avere ochi bisogni e il confrontarsi poco con gli altri; al contrario, ciò che lo renderebbe  essenzialmente cattivo sarebbe l’avere molte necessità e il dipendere in larga misura dall’opinione altrui.

Lontano da fanatismi religiosi, appare chiaro che il male ha origine in una scelta libera della nostra volontà, che si manifesta ogni volta che ci relazioniamo con gli altri e nel modo in cui agiamo.

Quando Kant afferma, nell’Antropologia dal punto di vista pragmatico (1798), che “le passioni sono cancri della ragione pratica pura e, nella maggior parte dei casi, incurabili”, riflette sulla corruzione della nostra razionalità che smette di riconoscere sistematicamente il valore reale degli uomini, incluso il proprio; si precisi che nell’opera citata Kant definisce la “passione” come quell’“inclinazione che impedisce alla ragione di confrontarla […] con la somma di tutte le [altre] nostre inclinazioni”.

L’uomo buono Jean-Jacques Rousseau riteneva che l’uomo fosse  buono per natura e che fosse la società a

corromperlo. Secondo questo autore, lo stato naturale dell’uomo è quello di essere buono e felice, privo di preoccupazioni economiche, ambizioni, ego e guerre, mosso unicamente da due impulsi istintivi: l’amore di sé e la compassione; in altre parole, un buon selvaggio.

Questo buon selvaggio è destinato a trasformarsi nell’“uomo storico” contemporaneo, a causa della

società — prevalentemente capitalistica — nella quale ogni individuo lotta per mantenere i propri

privilegi e le proprie proprietà. Tale società prepara l’uomo fin dall’infanzia alla guerra contro gli altri,

al fine di ottenere il massimo possibile, senza un obiettivo chiaro che non sia l’accumulazione di

ricchezze e privilegi, seme indiscutibile della degenerazione dell’uomo in un essere egoista.

Una prospettiva derivante dall’antropologia giudeo-cristiana afferma che gli esseri umani sono

creazioni di Dio, a sua immagine e somiglianza, e che pertanto sono buoni per natura; la macchia

del loro male deriverebbe dal proprio pensiero vile intorno al peccato.

L’infelicità del bene La ricerca della felicità è stata, sin da Aristotele, il vessillo fondamentale dell’esistenza umana, da cui scaturisce a sua volta il paradosso di essere felici attraverso la libertà di agire senza considerare le conseguenze etiche. Ciò implica che comportarsi correttamente significhi, talvolta, rinunciare a tale libertà, il che, secondo questa logica, condurrebbe inevitabilmente all’infelicità.

Qualsiasi critico filosofico obietterebbe fin dall’inizio che questo articolo si configura come un

enunciato edonistico, nel quale il piacere e l’assenza di dolore costituiscono i pilastri di ogni vita felice,

soprattutto se lo si osserva dalla prospettiva moralista, che esalta non il perseguimento di una

semplice soddisfazione di appetiti superficiali, bensì la realizzazione della natura razionale ed etica

dell’uomo.

In conclusione, questo testo non intende rispondere all’interrogativo, bensì, al contrario, mettere in discussione se l’infelicità sia davvero il destino di coloro che scelgono il cammino della rettitudine. Occorre partire dal presupposto che la felicità non è uno stato unico e immutabile, ma il risultato prevalente della somma di piccoli istanti individuali di felicità. Così, l’infelicità non sarebbe la  conseguenza dell’agire correttamente limitando la nostra libertà d’azione, bensì del vivere in contraddizione con i nostri valori più profondi, poiché l’idea che la felicità richieda la soddisfazione

illimitata dei desideri risulterebbe, quanto meno, una pericolosa semplificazione etica.

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