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MALALA YOUSAFZAI E LA SUA LOTTA PER L’ISTRUZIONE FEMMINILE IN PAKISTAN

Il Pakistan è ancora oggi una terra profondamente religiosa e legata ad antiche e affascinanti tradizioni, ciò nonostante l’emancipazione delle donne rimane profondamente contenuta.  Sebbene, infatti, negli ultimi anni ci siano stati dei piccoli primi passi verso un possibile miglioramento, grazie anche agli sforzi degli attivisti, la loro condizione rimane delicata e preoccupante, dovendo ancora subire numerose restrizioni e limitazioni imposti dalla società, dalle tradizioni culturali o dalle leggi che tuttavia variano a seconda delle classi sociali di appartenenza e da regione in regione.

E malgrado esistano anche delle leggi volte a proteggere le donne, queste il più delle volte non vengono applicate.

Le donne, infatti,  nella società pakistana profondamente permeata dal maschilismo e dal patriarcato, continuano ad essere relegate al solo ruolo di madri e mogli obbedienti, ad essere trattate come cittadine di seconda classe e a vedersi negati alcuni diritti fondamentali. Esse, inoltre, continuano a subire violenze e maltrattamenti e ad essere costrette a sposare uomini di qualsiasi età. Una pratica, questa dei matrimoni combinati, che spesso porta le famiglie a “cedere” le proprie figlie, quasi sempre ancora bambine, anche a uomini molto più grandi di loro, gran parte delle volte per estinguere dei debiti.

La nascita di una bambina, per di più, viene spesso accolta tragicamente dalle famiglie in quanto ella viene considerata più un peso sociale che una benedizione; tanto è vero che le uccisioni, specie nelle zone più arretrate, di  neonate continuano ad essere all’ordine del giorno. Cosa diversa nel caso della nascita di un maschietto che, al contrario, viene festeggiata.

In particolare, una delle disparità più significative che permangono nel Paese riguarda l’accesso all’istruzione e all’occupazione. Sebbene i dati degli ultimi anni mostrino un relativo miglioramento per quanto riguarda l’accesso delle donne al sistema scolastico, più delle metà rimangono ancora analfabete o senza aver la possibilità di poter completare gli studi, in quanto alle ragazze è vietato pensare o istruirsi, ma il loro unico dovere è quello di imparare a badare alla casa e fare tanti figli, vedendosi così limitate nella scelta della loro carriera.

Tra coloro che hanno cercato di far accendere i riflettori su questa situazione, e che ancora oggi continua a lottare per l’affermazione dei diritti civili e per il diritto all’istruzione delle donne nel suo Paese, c’è Malala Yousafzai.

Malala è nata nel villaggio  di Mingora, in Pakistan, il 12 luglio 1997 da una famiglia di etnia Pashtun che si è sempre distinta per la passione politica e la vivacità intellettuale. Qui ha iniziato a frequentare la scuola con brillanti risultati, convinta che grazie all’istruzione avrebbe potuto realizzare i suoi sogni. Una sicurezza che però è venuta meno quando i talebani hanno preso il controllo della zona e alle donne è stato proibita ogni forma di divertimento, imposto il burqa e vietati  tutti i diritti, tra cui quello di andare a scuola. La ragazza allora,  a soli  11 anni, ha iniziato a raccontare la vita sotto i talebani su un blog in urdu dell’emittente britannica BBC, testimoniando, dietro lo pseudonimo di Gul Makai, la crudeltà e le violenze subite dalle popolazioni locali, e rivendicando il diritto delle donne a ricevere l’istruzione. Una denuncia, quella di Malala, che se da una parte ha portato il primo ministro pakistano ad assegnarle la prima edizione di un “Premio nazionale per la pace” e un assegno da circa 4000 euro, dall’altra ha visto la contrarietà dei talebani i quali, una volta intuita la vera identità di Gul Makai, la inserirono in un elenco di persone da colpire. Ecco perché  il 9 ottobre 2012  attuarono un attentato nei confronti della giovane, dopo aver oscurato il suo blog.  Approfittando  del fatto che l’esercito internazionale era riuscito momentaneamente a sconfiggere i talebani, e che le attività del Paese erano riprese consentendo alle ragazze di tornare a scuola, quel giorno alcuni di loro si avvicinarono armati  allo scuolabus sul quale stava salendo Malala per tornare a casa, chiedendo all’autista di fermare il mezzo per un controllo. A quel punto un uomo del commando salì a bordo, chiese alla scolaresca chi fosse Malala e, una volta individuata, le sparò al collo e alla testa, lasciandola stesa per terra in un bagno di sangue. Con lei sono state colpite anche due compagne.

Trasportata di corsa all’ospedale di Peshawar in condizioni gravissime, la ragazza è stata salvata al termine di una lunga operazione chirurgica volta a rimuovere i proiettili e in seguito è stata trasferita in un ospedale di Birmingham, in Gran Bretagna, che si offrì di accoglierla per garantirle protezione e per curarla. Qui ha dovuto subire ulteriori interventi per la ricostruzione della parte sinistra del cranio con una placca in titanio. Sono stati mesi duri quello successivi, alternati da momenti di lucidità con altri di incoscienza, duranti i quali alla ragazza sono arrivati attestati di solidarietà da tutto il mondo.

Nel frattempo ai genitori è apparso chiaro che non sarebbe stato più possibile tornare in patria, specie dopo le ulteriori minacce ricevute dalla giovane, e dopo che il leader dei talebani aveva rivendicato l’attentato asserendo che questo fosse stato “necessario per eliminare un simbolo di infedeltà e oscenità”.  Tra l’altro, dopo poco questa dichiarazione, il gruppo estremista è riuscito a tornare al potere nella regione e la maggior parte degli attentatori sono stati scarcerati per mancanza di prove.

Nonostante abbia rischiato la vita in quell’attentato, tuttavia,  Malala non si è fatta intimidire ed ha continuato a lottare per i diritti civili, in particolare quelli delle donne e dei bambini pakistani. Ella, infatti, ha continuato a far sentire la sua voce attraverso il suo blog, i suoi discorsi e i suoi viaggi in tutto il mondo.

Il 12 luglio 2013, in occasione del suo sedicesimo compleanno, è stata invitata al Palazzo di vetro dell’Onu per tenere un discorso nel quale ha ribadito con forza la necessità di un impegno comune affinché tutti i bambini del mondo possano ricevere un’adeguata istruzione frequentando la scuola. In quella circostanza la ragazza ha deciso di indossare uno scialle appartenuto a Benazir Bhutto, la donna a cui ha spiegato di ispirarsi, che aveva ricoperto precedentemente per ben per due volte l’incarico di primo ministro del Pakistan e che era stata uccisa nel 2007.

Il 10 ottobre 2013, pochi mesi dopo il discorso all’Onu, ha ricevuto a Strasburgo il “Premio Sakharov” per la libertà di pensiero e l’anno dopo, esattamente lo stesso giorno, a soli 17 anni, le è stato conferito ad Oslo il premio Nobel per la Pace per la sua lotta contro la sopraffazione dei bambini e dei giovani e il loro diritto all’istruzione,  divenendo la persona più giovane ad essere insignita di questo riconoscimento. Malala, però, rimanendo fedele alle motivazioni della sua lotta, ha deciso di devolvere gran parte della ricompensa per la creazione di una scuola per ragazze in Pakistan grazie alla sua organizzazione non profit, la Malala Found, che si propone di garantire l’accesso a tutte le ragazze ad un’istruzione di qualità, al fine di acquisire le competenze necessarie per creare un futuro migliore per se stesse e per le loro comunità.

Questa organizzazione ha dato negli anni a Malala la possibilità di girare il mondo e promuovere progetti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, per poter offrire alle donne una vita diversa da quella che certi regimi estremisti impongono, e a tutti i bambini un giusto accesso alla scuola.

Il 25 settembre del 2015 è diventata, insieme ad altre personalità del mondo artistico, politico, scientifico e della cultura, testimonial dei 17 Global goals delle Nazioni Unite, i cosiddetti obiettivi dell’Agenda 2030, da raggiungere entro lo stesso anno, all’interno dei quali tra i più importanti troviamo: eliminare la povertà estrema, combattere la disuguaglianza, le ingiustizie e mitigare le emissioni che causano i cambiamenti climatici. Nel luglio dello stesso anno ha inaugurato una scuola in Libano per i rifugiati della guerra civile in Siria.

Nel 2017 ha voluto pubblicamente protestare contro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump il quale, durante il suo primo mandato, ha firmato un decreto per impedire l’ingresso nel suo Paese ai rifugiati e alle persone provenienti da sette stati islamici.

Nel giugno 2020, dopo i primi mesi di lockdown dovuti al Covid 19, Malala si è laureata all’Università di Oxford in filosofia, politica ed economia e l’anno dopo l’Apple ha annunciato una partnership di programmazione con la giovane, anche se in realtà già dal 2018 ella aveva iniziato a collaborare con la società che si occupa dello sviluppo di prodotti informatici creando storie digitali per ragazze disponibili in più di 20 lingue.

Sempre nel 2021, il 9 novembre, si è sposata a Birmingham con un imprenditore del Pakistan, indossando l’abito tradizionale del suo Paese e scegliendo per l’occasione il rito musulmano.

A settembre 2024 Malala ha debuttato come produttrice, cimentandosi nella realizzazione di un documentario su una comunità di donne sudcoreane, presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival.

Di recente è tornata, dopo 13 anni di lontananza forzata, nella sua città natale in Pakistan. Un momento importante per lei, ma anche per tutto il Paese ancora oggi alle prese con la sua atavica instabilità.  In quell’occasione Malala ha voluto visitare la scuola e il college femminile da lei fondati nel 2018.

Il ritorno in patria di Malala è stato un atto di straordinario coraggio ed ha portato l’opinione pubblica a riflettere sull’importanza dell’istruzione, della pace e dei diritti umani. La sua storia, infatti, oggi più che mai continua ad essere fonte d’spirazione per tutti coloro che lottano per la giustizia e l’uguaglianza nel mondo.

Nel frattempo la donna, con grande coraggio e determinazione, prosegue la sua lotta in favore dei diritti delle donne e dell’istruzione e grazie al suo incessante lavoro  è diventata l’attivista più conosciuta al mondo, continuando inoltre  a scrivere libri per sensibilizzare più persone possibili sulla situazione delle donne e dei bambini in Pakistan.

Qualche tempo fa è stata nuovamente minacciata dai talebani, questa volta sui social network, ma neanche tale nuove intimidazioni sono riuscite a fermarla continuando la giovane a rappresentare la forza del cambiamento e la promessa di un futuro migliore per le giovani generazioni.

 

 

 

 

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