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MARIO GIACOMELLI E LA CALABRIA. L’INCONTRO TRA FOTOGRAFIA E POESIA

Nel vasto panorama della fotografia italiana del Novecento, Mario Giacomelli (1925-2000) rappresenta una figura unica, capace di trasformare l’obiettivo fotografico in uno strumento di pura espressione poetica. Nato a Senigallia il 1° agosto 1925, cresciuto in una famiglia di modeste condizioni, Giacomelli sviluppa fin da giovane una sensibilità particolare per l’arte e la letteratura che segnerà profondamente la sua produzione fotografica. “La fotografia è una cosa semplice, a patto di avere qualcosa da dire“, affermerà il maestro marchigiano, sintetizzando in poche parole la sua filosofia artistica.

Gli anni della formazione e la scoperta della fotografia

Mario Giacomelli si avvicina alla fotografia negli anni Cinquanta, dopo aver lavorato come tipografo. Questa esperienza nel mondo dell’editoria e della stampa, influenzerà profondamente il suo approccio alla composizione e al contrasto, elementi che diventeranno caratteristici del suo stile inconfondibile.

Quasi sempre mi capita di vedere le foto prima di farle“, rivela Giacomelli, descrivendo quel processo visionario che lo porta a preconcepire le immagini nella mente prima di imprimerle sulla pellicola.

La sua formazione autodidatta lo porta a sviluppare un linguaggio fotografico personalissimo, caratterizzato dall’uso estremo del contrasto tra bianco e nero, da composizioni ardite e dalla ricerca costante di una dimensione poetica dell’immagine.

Ogni immagine è il ritratto mio, come se avessi fotografato me stesso“, confesserà il fotografo, evidenziando come ogni sua opera sia in realtà un frammento di autobiografia visiva.

Il fotografo-poeta: la doppia natura artistica

Provo fastidio a sentirmi definire poeta, perché esistono i poeti veri… Allo stesso modo mi arrabbio quando mi chiamano fotografo, perché non sono nemmeno questo. Io non sono un fotografo, non so farlo. Io sono un oggetto chiamato ‘uomo’…“, dichiara Giacomelli con caratteristica umiltà, rivelando però quella doppia natura che lo renderà unico nel panorama artistico italiano.

La sensibilità poetica di Giacomelli non si limita alla capacità di interpretare fotograficamente i testi altrui, ma si estende alla creazione di propri componimenti poetici. Il fotografo “procede per pure scansioni spaziali e temporali, per flussi e ritmi totalmente interni, per metafore e metonimie“, applicando alla fotografia le stesse modalità espressive della poesia moderna. Questa metodologia artistica lo porta a realizzare serie fotografiche ispirate ai grandi della letteratura: da Leopardi a Emily Dickinson, da Giuseppe Ungaretti a Franco Costabile.

Franco Costabile: il poeta della Calabria

L’incontro di Giacomelli con l’opera di Franco Costabile avviene negli anni Ottanta, quando il fotografo marchigiano ha già raggiunto la maturità artistica.

Costabile, nato a Sambiase (oggi Lamezia Terme) nel 1924 e morto suicida a Roma nel 1965, rappresenta una delle voci più autentiche e drammatiche della poesia italiana del secondo dopoguerra.

I temi trattati nelle poesie di Costabile sono il destino della Calabria nel Dopoguerra, il dramma delle emigrazioni, la povertà, la criminalità organizzata e l’assenza dello stato. La sua produzione poetica spazia dalle prime raccolte come “Via degli Ulivi” fino al capolavoro “Il canto dei nuovi emigranti“, scritto nel 1964 e pubblicato nel volume collettaneo “Sette piaghe d’Italia”.

Questa composizione è stata definita “uno dei più spietati e ispirati inni civili, fondamentalmente il testamento spirituale di Costabile“. Attraverso una “versificazione convulsa” e l’uso di “una lingua scabra ed esatta“, il poema narra la diaspora del grande esodo calabrese con versi di straordinaria forza. Per Giacomelli, sempre sensibile alla dimensione letteraria, questo testo rappresenta una rivelazione che lo spingerà a intraprendere il suo viaggio fotografico nel Sud Italia.

Il viaggio in Calabria (1984-1985): geografia dell’anima

Tra il 1984 e il 1985, quando ha ormai sessant’anni, Giacomelli intraprende il suo itinerario fotografico in Calabria. È un percorso che diventa insieme geografico ed esistenziale, durante il quale il fotografo marchigiano si confronta con una realtà profondamente diversa dalla sua terra d’origine, ma ugualmente carica di umanità e poesia.

Le fotografie vengono scattate nei paesi della Calabria degli anni Ottanta, ancora caratterizzati da un’atmosfera di mistero e apparente immobilità temporale. Giacomelli attraversa luoghi che diventano protagonisti delle sue immagini: l’Aspromonte con i suoi profili aspri e selvaggi, Cutro con le sue strade polverose e le case bianche, Pentedattilo arrampicato sulla sua rupe come un presepe di pietra, Caraffa con i suoi panorami infiniti, Tiriolo al confine tra la valle e il cielo.

Pentedattilo colpisce particolarmente la sensibilità di Giacomelli per il suo essere “un posto abbandonato e vivo nello stesso tempo“, incarnando perfettamente quella tensione dialettica tra morte e vita che attraversa tutta la sua opera fotografica. Il borgo fantasma diventa metafora della condizione umana, una sospensione tra l’eternità della pietra e la transitorietà dell’esistenza.

 

Le “terre scritte“: il paesaggio diventa testo poetico

Il paesaggio calabrese fotografato da Giacomelli diventa quello che lui stesso definisce “terre scritte“, dove l’orizzonte è quasi del tutto eliminato creando “un incastro di tempo e non-tempo“. Nei paesaggi calabresi, il rapporto tra campagna e memoria si fa più drammatico, traducendosi in un’asciutta e grande rappresentazione della quale il fotografo coglie i segni, la materia, i solchi della terra, trovando in essi corrispondenze con il corpo dell’uomo.

La Calabria si trasforma per Giacomelli in una sorta di palinsesto visivo, dove ogni segno del paesaggio racconta una storia di fatica e resilienza. I terrazzamenti che si arrampicano sui versanti delle montagne, muretti a secco che disegnano geometrie antiche, strade che si perdono nell’infinito del paesaggio aspromontano: tutto diventa scrittura, tutto parla di una civiltà che ha impresso sulla terra i segni della propria presenza.

La serie “Il canto dei nuovi emigranti”: testamento visivo

La serie fotografica “Il canto dei nuovi emigranti”, si compone di una trentina di immagini che formano un racconto coerente e articolato, nel quale ogni fotografia trova il suo senso nel dialogo con le altre. Le immagini mostrano una Calabria senza tempo, con i segni della modernità quasi completamente assenti e dove domina ancora una dimensione arcaica e primordiale.

I volti degli anziani, segnati dalla fatica e dalla saggezza, diventano mappe geografiche di un’esistenza vissuta in simbiosi con la terra. Le mani, indurite dal lavoro nei campi, raccontano di una civiltà contadina che sta scomparendo. Gli interni delle case, fotografati con rispetto e partecipazione, rivelano una povertà dignitosa e una grande ricchezza di umanità.

Una delle caratteristiche più evidenti di queste fotografie è la dimensione atemporale: le immagini sembrano fermare istanti di eternità dove passato e presente si fondono in una dimensione non collocabile sulla linea del tempo. È la condizione esistenziale descritta da Franco Costabile nei suoi versi, nei quali l’emigrante vive in una situazione di costante attesa: attesa della partenza, attesa del ritorno, attesa di un riscatto che, il più delle volte, non arriva.

Le tecniche fotografiche al servizio della poesia

Nelle fotografie calabresi, Giacomelli porta a maturazione quelle tecniche espressive che lo hanno reso uno dei più riconoscibili autori della fotografia italiana. Il suo uso estremo del contrasto, la ricerca di luci taglienti e di ombre profonde, la composizione ardita: tutto concorre a creare immagini che sembrano scolpite più che fotografate.

La grana marcata delle sue stampe, ottenuta attraverso l’uso di pellicole ad alta sensibilità e di tecniche di sviluppo particolari, conferisce alle immagini una texture che rimanda alla rugosità della pietra aspromontana e alla pelle bruciata dal sole dei contadini del Sud. “La fotografia mi ha aiutato a scoprire le cose, interpretarle e rivelarle“, afferma il maestro; ogni immagine diventa un oggetto tattile e la materia fotografica dialoga con il mondo rappresentato.

La luce trova nella Calabria condizioni ideali per esprimersi. È una luce meridionale, dura e drammatica, che si presta perfettamente alla ricerca di quei contrasti estremi che permettono a Giacomelli di creare immagini di grande impatto emozionale. Il sole calabrese diventa complice del fotografo nel creare quelle architetture di luce e ombra che trasformano la realtà documentaria in visione poetica.

Il dialogo tra fotografia e poesia

L’incontro tra l’arte di Giacomelli e la poesia di Costabile rappresenta un momento di straordinaria sintesi creativa, un punto dove due linguaggi diversi si illuminano reciprocamente. Le fotografie non si limitano a tradurre in immagini i versi di Costabile, ma creano un nuovo testo visivo che si lega con quello letterario in un rapporto di autonomia e, allo stesso tempo, di complementarità.

L’influenza della poesia ermetica italiana, in particolare di Giuseppe Ungaretti, si avverte nella ricerca di una sintesi espressiva che elimini ogni elemento superfluo per concentrarsi sull’essenziale. Come i versi ungarettiani, anche le fotografie calabresi di Giacomelli puntano a condensare in pochi segni essenziali un’intera visione del mondo.

La dimensione antropologica e sociale

Oltre alla sua valenza artistica e poetica, la serie calabrese assume anche un importante significato documentario e antropologico. Le fotografie rimandano un’immagine della Calabria degli anni Ottanta che oggi appare come un documento prezioso di un’epoca di transizione, quando il mondo contadino tradizionale stava definitivamente lasciando il posto alla modernità.

I costumi, i gesti, le abitazioni, gli strumenti di lavoro immortalati da Giacomelli raccontano di una civiltà che ha saputo mantenere per secoli un rapporto armonico con l’ambiente; allo stesso tempo, le fotografie non cadono mai nella trappola del folklore o della nostalgia gratuita. Giacomelli sa cogliere anche le contraddizioni e le fatiche di quella civiltà, documentando un’immagine complessa e veritiera di una realtà in trasformazione.

L’eredità di un incontro

Il rapporto tra Mario Giacomelli e la Calabria, mediato dalla poesia di Franco Costabile, testimonia la capacità della fotografia di trascendere i propri confini tecnici per diventare strumento di conoscenza e di emozione. “La fotografia ti permette di testimoniare del passaggio tuo su questa terra, come un blocco di appunti“, osserva il maestro, spiegando come ogni immagine diventi memoria collettiva e individuale.

In quelle immagini, il Sud Italia non è rappresentato secondo stereotipi folkloristici o pittoreschi, ma viene ritratto nella sua verità più profonda, fatta di contraddizioni, di bellezza aspra e di umanità resiliente. Le fotografie calabresi di Giacomelli continuano oggi a parlare di “amore e dolore della terra d’origine“, mantenendo intatta la loro capacità di commuovere e condurre alla riflessione.

La serie “Il canto dei nuovi emigranti” si configura come un ponte ideale tra Nord e Sud, tra la sensibilità marchigiana di Giacomelli e l’anima calabrese di Costabile, sottolineando come l’arte possa superare ogni confine geografico e culturale per raggiungere quella dimensione di universalità che caratterizza tutte le grandi opere creative.

In questo incontro tra il fotografo marchigiano e la terra calabrese, tra l’obiettivo di Giacomelli e i versi di Costabile, si realizza quella sintesi perfetta tra arte e vita, tra tecnica fotografica e poesia, che costituisce l’essenza più autentica dell’opera giacomelliana e il suo lascito più prezioso alla cultura italiana. Un’eredità che continua a ispirare fotografi e poeti, a dimostrazione che la vera arte è sempre capace di parlare al cuore dell’uomo, al di là di ogni barriera temporale e culturale.

 

*Le foto di Mario Giacomelli

sono tratte dalla serie fotografica

“Il canto dei nuovi emigrati”

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