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MONTALE E IL NOVECENTO OSSI DI SEPPIA CENTO ANNI DOPO

L’urlo silenzioso del secolo.

Nel 1925 vedeva la luce Ossi di seppia, primo volume poetico di Eugenio Montale, pubblicato dall’editore Gobetti, giovane editore e intellettuale antifascista. Cento anni dopo, quell’opera continua a interrogarci e a rappresentare una delle colonne portanti della poesia del Novecento italiano. Più che una semplice raccolta, Ossi di seppia appare oggi come l’atto di fondazione di una nuova sensibilità poetica, quella che, nel cuore dell’“età della crisi”, tenta di opporsi con la forza scabra della parola alla disgregazione del senso.

Montale, già dalla prima opera, si presenta come il poeta della sottrazione, dell’asciuttezza, dell’invettiva silenziosa contro l’“inutile tumulto” del mondo moderno. Ma è proprio in questa “negazione”, in questa radicale sfiducia nella possibilità di comunicazione armonica tra soggetto e realtà, che si annida la forza rivoluzionaria della sua poesia.

L’orizzonte storico e poetico: la crisi dell’io e del mondo.

Per comprendere Ossi di seppia, occorre situarlo nel contesto europeo del primo dopoguerra. La Grande Guerra ha incrinato definitivamente la fiducia illuminista nel progresso e nella razionalità, gettando l’Europa in una crisi esistenziale, morale e culturale. Nel panorama italiano, a questa crisi si sommano le prime avvisaglie dell’autoritarismo fascista, che tende a soffocare ogni voce dissonante.

Sul piano poetico, Ossi di seppia si inserisce in un panorama frammentato e in transizione. D’Annunzio è ormai una figura anacronistica, mentre Ungaretti ha già dato con Il porto sepolto (1916) e Allegria di naufragi (1919) una prima risposta all’orrore della guerra attraverso una poesia scarnificata, essenziale. Montale, pur riconoscendo a Ungaretti un ruolo importante, se ne distanzia nel tono e nell’impianto filosofico: se il primo cerca, attraverso il frammento, un nuovo inizio, il secondo costruisce la propria poetica su una consapevolezza più radicale dell’assenza.

In questo senso, Montale si avvicina di più al clima dell’esistenzialismo europeo (pur in anticipo rispetto alla sua codificazione teorica), nonché al simbolismo crepuscolare, alla poesia di T.S. Eliot e al pensiero negativo di Schopenhauer e Leopardi.

Il paesaggio come correlativo oggettivo: la Liguria desolata.

Uno degli elementi più distintivi di Ossi di seppia è il ruolo del paesaggio ligure, arido e pietroso, che diventa vera e propria proiezione dell’interiorità del poeta. In questo senso, Montale fa proprio – anche se senza dichiararlo esplicitamente – il concetto eliotiano di “correlativo oggettivo”: il paesaggio non è semplice sfondo naturalistico, ma assume un valore simbolico-esistenziale.

La vegetazione aspra, la pietraia, il vento salmastro, il silenzio minerale delle Cinque Terre sono emblemi di un mondo inospitale, estraneo, in cui l’uomo è gettato senza appigli. Ma proprio in questa ostilità, nella coerenza scabra della natura, Montale sembra intravedere una paradossale forma di autenticità. La realtà può essere accettata solo nella sua radicale indifferenza, senza illusioni consolatorie.

Emblematico è in tal senso il celebre verso: «Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» (Non chiederci la parola). Qui si sintetizza la poetica dell’“antiretorica”, del rifiuto delle verità imposte, del linguaggio poetico come disvelamento di una negatività originaria.

Il rifiuto del sublime e la nuova etica dell’“anti-eroe”.

Montale rovescia la retorica poetica tradizionale: non cerca il sublime, ma il quotidiano; non l’epifania, ma il dettaglio minore; non l’eroe, ma l’uomo disilluso e ironico. In questo senso, Ossi di seppia è un testo profondamente “etico”: il poeta è colui che rinuncia alle menzogne della retorica e affronta il deserto del reale con una lingua asciutta, essenziale, talvolta aforistica.

Questo atteggiamento fa di Montale una figura chiave nella ridefinizione della figura del poeta novecentesco. Non più vate, non più profeta o esteta, ma testimone dell’impossibilità. Come dirà Italo Calvino in un celebre saggio su Il secondo mestiere di Montale, «la poesia montaliana è l’arte di fare poesia quando la poesia sembra impossibile».

La lingua e lo stile: tra asprezza e cristallizzazione.

Lo stile di Montale in Ossi di seppia si distingue per la sua tensione tra lirismo e prosasticità, tra levigatezza e attrito. L’andamento metrico è spesso regolare, con endecasillabi e settenari, ma le scelte lessicali sono volutamente stridenti: parole desuete, tecnicismi, termini concreti e ruvidi si mescolano a metafore ardite.

La parola non è mai musicale o seducente, ma strumento di resistenza. Montale costruisce un lessico dell’aridità, un repertorio poetico in cui il bello è spesso connesso all’irrilevanza e il vero alla disarmonia. Questo lo accomuna, pur nelle differenze formali, alla grande stagione europea del modernismo, da Eliot a Rilke, da Valéry a Hofmannsthal.

Le immagini centrali: ossi, limoni, varchi.

Tre nuclei simbolici attraversano la raccolta.

  1. Gli ossi di seppia: immagine dell’esausto, del relitto, del corpo svuotato dal mare. Rappresentano la condizione dell’uomo moderno, ridotto a testimonianza muta di un’azione perduta.
  2. I limoni: simbolo quasi unico di vitalità, di una felicità possibile ma sfuggente, che rompe la monotonia dell’esistere. Ne I limoni, Montale scrive: «Ascoltano i silenzi / e i passi rari…», indicando una forma di conoscenza che si sottrae al rumore e si affida al “quasi nulla”.
  3. I varchi: forse l’immagine più decisiva. In Ossi di seppia non manca l’eco di una speranza, seppure debole e intermittente. I varchi sono momenti di fessura nel reale, di possibilità di “altro”, lampi di verità che però si richiudono subito. Non sono rivelazioni, ma brevi illusioni di accesso al senso.

Montale lettore del mondo: un realismo metafisico.

Nonostante il suo nichilismo di superficie, Montale è tutt’altro che un poeta del nulla. Il suo è un realismo metafisico, per usare l’espressione del critico Gianfranco Contini: una poesia che si nutre del reale per tentare un impossibile oltre. Non crede in una trascendenza religiosa, ma non si rassegna nemmeno all’immanenza brutale. La tensione tra finitudine e bisogno di assoluto è ciò che rende universale la sua poesia.

Esemplare in questo senso è la poesia Spesso il male di vivere ho incontrato, dove al dolore esistenziale fa da contraltare una forma di “resistenza” impersonale, incarnata nella statua, nella nuvola, nel cavallo che beve. Non consolazione, ma testimonianza di un ordine altro, impersonale e inaccessibile, che però esiste.

L’eredità di Ossi di seppia e la sua attualità.

Cent’anni dopo, Ossi di seppia resta un’opera viva, pulsante, necessaria. Ha segnato l’inizio di una stagione nuova della poesia italiana, aprendo la via a una parola disillusa ma rigorosa, capace di confrontarsi con l’assurdo del reale senza cedere alla retorica.

La sua influenza si è fatta sentire in poeti come Giorgio Caproni, Vittorio Sereni, Andrea Zanzotto, Amelia Rosselli, ma anche nei narratori del secondo Novecento che hanno adottato uno sguardo lucido e disincantato sulla realtà. Montale ha contribuito a costruire quella che Pier Vincenzo Mengaldo ha definito la “linea della prosa” nella poesia italiana del Novecento: una poesia pensante, discorsiva, critica, eppure profondamente lirica nella sua essenzialità.

Nel tempo della comunicazione istantanea e del rumore continuo, Ossi di seppia è più che mai attuale: invita al silenzio, alla sottrazione, alla fedeltà a sé stessi anche nella disillusione. È il libro di chi sa che “l’anima non si consola”, ma che proprio per questo la poesia può ancora dirsi necessaria.

La parola che resiste.

In Ossi di seppia Montale ci lascia un’eredità potente: la parola come forma di resistenza. Una parola che non pretende di redimere, ma che sa indicare l’assenza come luogo del pensiero. Il suo scetticismo non è cinismo, ma esercizio etico; la sua negazione non è rinuncia, ma scelta di autenticità. A un secolo dalla pubblicazione, Ossi di seppia non è un monumento, ma una voce viva, capace di interpellare ancora il nostro tempo.

Nel frammento, nel relitto, nel silenzio: è lì che Montale ha fondato la sua poesia. Ed è lì che, forse, può nascere ancora il nostro ascolto.

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