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POESIE E PACE: QUALE CORRELAZIONE OLTRE LE PAROLE?

Elisabetta Pamela Petrolati

(Roma)

 

Non è tempo di parlare della Pace con il cuore leggero, si corre il rischio di banalizzare questo concetto con considerazioni di ovvietà mentre sul nostro Pianeta stanno avvenendo terribili eccidi.

È difficile trovare parole a sostegno di questo valore che abbiano una risonanza di concretezza in questo mondo che sembra progressivamente disgregarsi sotto i colpi della violenza e della logica del potere.

Nell’attuale scenario geopolitico le teorizzazioni sociologiche, filosofiche e politiche su tale argomento, pur costituendo un fondamento imprescindibile di riflessione e conoscenza, non sembrano aver trovato una strada di attivazione di processi virtuosi al fine della sua concretizzazione.

Accostare la parola Pace alla parola Poesia sembra, tuttavia, aprire uno spiraglio di luce e speranza che consente di spostarsi dalla realtà concreta per cercare ragioni e soluzioni ad altri livelli e, nel contempo, di calarsi appieno nel dolore umano dandogli voce, sostanza, interpretazione e sollievo.

La realizzazione di modalità pacifiche di convivenza su questo pianeta pare annoverarsi tra le possibilità più utopistiche e lontane, almeno attualmente. Sembra che l’uomo non riesca ad assimilare le esperienze del passato e tenda inesorabilmente alla reiterazione, procrastinando all’infinito la possibilità di un’elevazione e di un’evoluzione dell’essere umano attraverso lo sviluppo di capacità costruttive nella risoluzione dei conflitti.

Il processo di pace a livello globale può ottenersi o con una pace imposta e organizzata dall’alto (e comunque sarebbero necessarie persone di governo illuminate) o attraverso un lavoro dei singoli individui sulla realizzazione personale, sul superamento dei traumi e dei conflitti interiori. Nell’attuale e imperante logica consumistica e prevaricatrice, l’investimento di forze e risorse non è certo orientato allo sviluppo della persona e al suo benessere, né fisico né psico-emotivo. Siamo ben lontani da politiche lungimiranti orientate a una convivenza pacifica e a un’equa distribuzione e godibilità delle risorse.

Si profila, dunque, come unica e attuabile strada quella dell’impegno del singolo che attraverso una graduale presa di coscienza decida di uscire dal sistema collettivo per sanare sé stesso e liberarsi almeno personalmente dal “gioco” della guerra e dell’allontanamento della sua essenza di essere umano dalla fonte dei valori che lo contraddistinguono rispetto alle altre specie viventi.

Spetta a ogni singolo individuo la scelta della strada personale e sociale da intraprendere, ogni essere umano non impegnato nella propria sopravvivenza e in quella dei propri cari (mi riferisco, ovviamente, a chi si trova nelle zone di guerra e conflitti) ha il dovere di decidere da che parte stare, a cosa dar forza interiormente e operativamente nella vita relazionale e sociale.

La rivoluzione può avvenire solo a livello dell’individuo che dovrà curare l’accrescimento della propria coscienza, integrando le proprie parti conflittuali, sviluppando comprensione, compassione, assertività e centratura. Solo la lenta trasformazione di ogni individuo di buona volontà potrà far sì che ciascuno diventi seme nel mondo, cominciando con l’instaurare rapporti costruttivi e sani nella rete relazionale più prossima. Si può affermare con Danilo Dolci che “quando si fanno guerre vuol dire che non si conosce la situazione da affrontare: per questo motivo la pace viene a essere il riflesso dei problemi risolti”.

Non ci è dato poter prefigurare, a breve termine, un sistema generalizzato di convivenza pacifica ma è possibile lavorare affinché un numero sempre crescente di persone aumentino lo stato di consapevolezza  e non vadano ad alimentare i sistemi di potere politico ed economico vigenti.

Sempre più, dunque, l’uomo è chiamato a scegliere tra bene e male, pace e guerra, consumismo o sobrietà etica. Forse non si potrà salvare il mondo ma di certo è responsabilità di ogni essere umano concorrere alla pace, indipendentemente dal risultato immediato. In tal senso scende prepotentemente in campo la responsabilità dei governi rispetto allo scarso investimento nei sistemi scolastici, in politiche educative atte allo sviluppo armonioso dello studente (fin dalla primissima infanzia) come cittadino ma soprattutto come persona. Una finalità tristemente dimenticata è l’affinamento dell’animo umano, la sensibilizzazione ad atteggiamenti empatici, la capacità di esprimersi curando una comunicazione efficace, favorendo l’amorevolezza nel rapporto educativo.

L’utilizzo della Poesia come metodo trasversale di insegnamento è pressoché ignorato e relegato a contenuto disciplinare al pari delle altre materie di insegnamento. Eppure l’atteggiamento poetico, come si accennava all’inizio di questo scritto, può prefigurarsi per l’individuo come un possibile spiraglio per districarsi in questo mondo conflittuale, fornendo strumenti di affinamento spirituale, interpretazione costruttiva della realtà, denuncia sociale e appelli civili efficaci, strumento di salvezza personale.

La poesia ha in sé, come struttura, sostanza ed essenza, una forza trasformatrice in grado di guidare la coscienza e l’anima della persona verso i significati più profondi e veri dell’esistenza. E non vi è presa di consapevolezza che non conduca a un adeguamento del proprio agire rispetto a ciò che si è compreso. Questo discorso  non è riferito a chi scrive poesie come mero esercizio linguistico ed esibizione di competenze letterarie, è rivolto a chi vive la poesia come un circuito di energia di amore, giustizia, verità. Chi è “abitato” dalla poesia è chiamato alla coerenza comportamentale e le sue azioni non possono essere disgiunte dai principi di pace e umanità. Colui che intercetta e si lascia “agire” dalla forza e dalla verità poetica, sia in qualità di scrittore sia in qualità di amante e conoscitore della Poesia, si rivela in parole e azioni come cittadino del mondo, illuminato dalla più elevata coscienza umana. Pace e Poesia sono forze dell’animo umano che seguono la legge universale dell’Amore, sono intrinsecamente correlate e non possono essere disgiunte, nonostante la varietà delle accezioni e le difficoltà intrinseche nell’attuazione pratica.

“Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che non possa sedere su una nuvola” (Kahlil Gibran da “Sabbia e spuma”, 1926).

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