



Venti di guerra sono tornati a sconvolgere le nostre vite: cosa resterà di questi anni bui nel ricordo delle generazioni future? Le immagini della guerra che hanno costruito le nostre conoscenze storiche appartengono ai due conflitti mondiali del ‘900, un bagaglio di racconti e di memorie dei nostri nonni e genitori che hanno vissuto la tragedia bellica in prima persona. La guerra in Ucraina e a Gaza ci hanno però portato a scontrarci con la temibile prospettiva di un possibile e imminente conflitto.
Tanti intellettuali, artisti, scrittori e poeti hanno parlato delle atrocità della guerra al punto da puntellare la nostra immaginazione e farci empatizzare con il contesto descritto. La letteratura inglese vanta la presenza di un gruppo di poeti definiti “The War Poets”, i poeti della guerra appunto. Si trattava di giovani entusiasti e coinvolti ideologicamente dal primo conflitto mondiale, considerato al pari di una vera e propria crociata intrapresa per fini nobili. Molti saranno coloro che si imbarcheranno in un’avventura spesso senza ritorno, realizzando in ritardo l’assurdo massacro di giovani vite.
| Rupert Brooke «The Soldier» (Il Soldato)
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| If I should die, think only this of me:
That there’s some corner of a foreign field That is for ever England. There shall be In that rich earth a richer dust concealed; A dust whom England bore, shaped, made aware, Gave, once, her flowers to love, her ways to roam; A body of England’s, breathing English air, Washed by the rivers, blest by suns of home.
And think, this heart, all evil shed away, A pulse in the eternal mind, no less Gives somewhere back the thoughts by England given; Her sights and sounds; dreams happy as her day; And laughter, learnt of friends; and gentleness, In hearts at peace, under an English heaven.
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Se dovessi morire, pensa solo questo di me: che c’è qualche angolo del campo straniero che sarà per sempre Inghilterra. Ci sarà In quella ricca terra una più ricca polvere nascosta; una polvere che l’Inghilterra generò, formò,informò, diede, una volta, i suoi fiori da amare, le sue vie da esplorare, un corpo inglese, che respira aria inglese, lavato dai fiumi, benedetto dal sole di casa. E pensa, questo cuore, tolto tutto il male, un battito nell’eterno spirito, nondimeno restituisce da qualche parte i pensieri che l’Inghilterra ha dato; le sue visioni ed i suoi suoni; sogni felici come il suo giorno; e le risate, apprese dagli amici; e gentilezza, nei cuori in pace, sotto un cielo inglese. |
“Il Soldato” di Rupert Brooke è un sonetto della sequenza “1914” scritto durante la prima fase della guerra. Il primo a perdere la vita durante il primo conflitto mondiale non si allontanò mai dall’idea che la guerra fosse un solido strumento necessario e liberatorio da ogni forma di ingiustizia. Il suo idealizzato patriottismo è comprensibile se si pensa che fu il primo a sperimentare la durezza della guerra di trincea e a morire nel 1915.
Poesia dal forte impatto emotivo, “Il Soldato” scorre in versi fluidi e tradizionali con immagini di romantico attaccamento alla patria. Il poeta teme di morire in battaglia ma lo accompagna la certezza che porterà la patria con sé e che la sua sepoltura potrà ricostruire un angolo di Inghilterra anche in terra straniera. L’atmosfera descritta mescola immagini di bellezza convenzionale, come i fiori, i fiumi, i suoni e gli spettacoli naturali dell’Inghilterra conservata nel cuore, con la dura realtà del corpo tramutato in polvere da conservare sotto terra. Si tratta di una mescolanza tipica della corrente poetica dei “Poeti della guerra” che se da una parte prolungavano il gusto tardo romantico, dall’altro utilizzavano una durezza di immagini che anticiperà il fenomeno del modernismo.
La guerra viene descritta come un sacrificio da seguire con necessaria naturalezza e l’uso di effetti fonici e linguistici finisce per rafforzare quest’idea. Frequente è infatti l’allitterazione nel verso che rafforza il pathos delle parole del soldato. Lungi dall’apparire come un inutile spreco, la morte assume toni paternalistici ed enfatici come supremo momento di gloria mentre l’Inghilterra, la propria patria, è un insieme di pensieri e risate apprese dagli amici da serbare per sempre nel cuore.
Brooke segue la forma tradizionale del sonetto inglese nelle prime due quartine, visibile nell’utilizzo del pentametro giambico e della rima alternata (ababcdcd). La seconda parte è invece di sapore petrarchesco (efgefg) per la concentrazione dell’epilogo nelle tradizionali due terzine.
La conclusione conferma la visione idealizzata di un’Inghilterra che vivrà altrove per sempre grazie alla presenza del poeta che risorgerà attraverso la terra che lo protegge: “E pensa, questo cuore, tolto tutto il male, un battito nell’eterno spirito”.
| Wilfred Owen «Dulce et Decorum Est »
Bent double, like old beggars under sacks, Knock-kneed, coughing like hags, we cursed through sludge, Till on the haunting flares we turned our backs, And towards our distant rest began to trudge. Men marched asleep. Many had lost their boots, But limped on, blood-shod. All went lame; all blind; Drunk with fatigue; deaf even to the hoots Of gas-shells dropping softly behind.
Gas! GAS! Quick, boys!—An ecstasy of fumbling Fitting the clumsy helmets just in time, But someone still was yelling out and stumbling And flound’ring like a man in fire or lime.— Dim through the misty panes and thick green light, As under a green sea, I saw him drowning.
In all my dreams before my helpless sight, He plunges at me, guttering, choking, drowning.
If in some smothering dreams, you too could pace Behind the wagon that we flung him in, And watch the white eyes writhing in his face, His hanging face, like a devil’s sick of sin; If you could hear, at every jolt, the blood Come gargling from the froth-corrupted lungs, Obscene as cancer, bitter as the cud Of vile, incurable sores on innocent tongues,— My friend, you would not tell with such high zest To children ardent for some desperate glory, The old Lie: Dulce et decorum est Pro patria mori.
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Dulce et decorum est: È dolce ed onorabile
Piegati in due, come i mendicanti anziani sotto i sacchi, Gli uomini marciavano addormentati. Molti avevano perso i loro stivali Delle stanche, lontane granate cinque-nove che cadevano indietro. Gas! GAS! Rapidi, ragazzi! – Un brancolare frenetico, Indossando i goffi elmetti appena in tempo; Ma qualcuno ancora gridava e inciampava E si dimenava come un uomo nel fuoco o nella calce viva… Pallidi, attraverso i vetri appannati delle maschere anti-gas e la luce verde spessa, In tutti i miei sogni, davanti al mio sguardo impotente, Si precipita verso di me, barcollando, soffocando, annegando. Se in certi affannosi sogni potessi anche percorrere Dietro il vagone in cui lo gettammo, E guardare gli occhi bianchi contorcersi nel suo viso, gorgogliante venuto dai polmoni intaccati dal gas, Ai bambini ardenti per una gloria disperata, Morire per la patria. |
In «Dulce et Decorum est », Rupert Brooke ci scuote attraverso l’utilizzo di un lessico quotidiano e violento che affronta la tematica della guerra senza falsa retorica mostrandone tutti gli orrori. E’ un testo notevole che già annuncia il tipico sperimentalismo della poesia modernista dei primi del ‘900. Si tratta di una forte e incisiva critica alla glorificazione della guerra e all’idea che sia onorevole morire per la propria patria. Owen, che ha combattuto sulla linea del fronte durante la prima guerra mondiale, ne descrive in modo crudo e realistico nefandezze e dolori.
La poesia si apre con una scena di soldati esausti e stravolti che stanno tornando dal fronte. L’immagine di questi uomini è lontana dall’eroismo romantico spesso associato alla guerra. Owen, che morì lottando nel 1918, solo una settimana prima dell’Armistizio, utilizza una lingua vivida e immagini visive per dipingere un quadro orribile della condizione dei soldati. La stanchezza, la paura e la disperazione sono palpabili nelle parole dell’autore. Il testo è difficile da leggere e sopportare a livello fisico laddóve l’uso del linguaggio sensoriale intensifica la sensazione della terribile sofferenza causata dalle morti per il gas e per lo scoppio delle granate
Nel secondo verso, l’autore racconta un’esperienza diretta in cui un compagno di trincea è vittima di un attacco di gas. Owen descrive accuratamente l’agonia del soldato, che cerca disperatamente di indossare la maschera antigas ma non riesce a farlo in tempo. Questa scena è particolarmente toccante: vediamo e tocchiamo uomini che impazziscono; uomini che sono clinicamente vivi sebbene i loro corpi siano stati distrutti: questa la crudeltà della guerra e la sua indifferenza verso la sofferenza umana.
La poesia attacca apertamente coloro che glorificano la guerra come un atto nobile e dignitoso. Owen sostiene che non c’è nulla di “dolce e degno” nel morire in guerra. Al contrario, la morte in guerra è brutale, spaventosa e priva di senso. L’ironia nel titolo sottolinea questo aspetto, suggerendo che coloro che propagandano la glorificazione della guerra sono lontani dalla realtà del campo di battaglia. Nella parte finale, Owen si rivolge direttamente al lettore, affermando che se avessero visto le atrocità della guerra, non avrebbero mai proclamato la vecchia frase latina, una citazione dal poeta Orazio, “Dulce et Decorum est pro patria mori” come una verità universale. Questa dichiarazione è un appello alla sincerità e alla comprensione della vera natura della guerra.
In sintesi, “Dulce et Decorum Est” di Wilfred Owen è una poesia potente e commovente che denuncia la glorificazione della guerra e mette in evidenza la sua brutale realtà. Utilizzando un linguaggio vivido e immagini forti, Owen riesce a trasmettere il terrore e la disperazione dei soldati al fronte, sfidando le convinzioni tradizionali sulla nobiltà della morte in guerra. Lo stile è innovativo e tramite l’uso di assonanze e allitterazioni il testo acquista gravità e forza morale. Queste parole sono dunque adatte e applicabili a qualsiasi epoca in cui la cecità e l’esaltazione dei falsi valori possono portare a scelte catastrofiche per il futuro dell’umanità.


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