



È ormai da alcuni decenni che si parla di “Intelligenza Artificiale” (“I. A.” o, all’inglese, “A. I.”). Tanti sono i timori e le paure ma tante anche le speranze, i desideri e gli auspici. Il termine “Artificial Intelligence”, come si sa, è stato coniato da John McCarthy (matematico statunitense) nel 1956 e «far fare alle macchine delle cose che richiederebbero l’intelligenza se fossero fatte dagli uomini» era l’obiettivo dichiarato della nuova materia secondo un altro “ideologo” dell’A. I.: Marvin Minsky. Volendo andare alle origini dell’I. A., bisogna partire dalla preindustriale ma prototecnologica “Pascalina” del filosofo e scienziato francese Blaise Pascal (1600) fino ad arrivare ai più moderni calcolatori elettronici americani dell’Ottocento e poi a quelli ultramoderni del XX secolo, in cui la Rivoluzione Informatica è giunta ai risultati più straordinari e rivoluzionari, tanto che alcuni parlano di “Era” o “civiltà dei computer” per qualificare tutta un’epoca dominata dalla meccanizzazione, dall’automazione e dalla robotizzazione. In ogni campo della vita sociale e in ogni settore delle attività umane computer e robot sono ormai utilizzati senza alcun limite: nell’industria, nel commercio, nell’agricoltura, nella finanza, nei trasporti, nella medicina e nella chirurgia, in aviazione, in astronautica, nella navigazione, nella ricerca scientifica, nella cinematografia, nella comunicazione, nell’informazione, nella scuola, nella videosorveglianza, nell’amministrazione della Giustizia e via discorrendo.
Nonostante che un genio come Stephen Hawking abbia messo in guardia sui pericoli dell’Intelligenza Artificiale, fino a considerarla una minaccia per la stessa sopravvivenza dell’umanità, la scienza e la tecnologia non hanno smesso di studiare e di sperimentare ogni possibile applicazione dell’Intelligenza Artificiale in ogni campo della vita delle nostre società postmoderne. Certo, la diffidenza verso le macchine e i macchinari, verso tutto ciò che sostituisce l’uomo fino a renderlo inutile, c’è sempre stata e basterebbe pensare al movimento luddista (dall’operaio Ned Ludd) che durante la Rivoluzione Industriale inglese (sul finire del ‘700) esprimeva il proprio dissenso, la propria opposizione e avversione alle macchine distruggendole. Le macchine industriali venivano viste come quelle che creavano disoccupazione e facevano abbassare i salari.
Sul finire del Novecento si parlava di sistemi esperti, robot e software e hardware specializzati ormai in quasi ogni settore delle attività dell’uomo nonché di algoritmo di apprendimento per reti neurali (cioè, che si richiamano al cervello umano); oggi, invece, si parla di “Intelligenza artificiale debole”, “Intelligenza artificiale forte” e di “Intelligenza Artificiale Superintelligente”, cioè superiore a quella “forte” e addirittura con capacità cognitive, di pensiero superiori a quelle dell’uomo. A questo punto il dibattito si è fatto sempre più serrato e di scottante attualità, tanto che a fronte della disciplina della Bioetica, sorta proprio alcuni decenni fa come riflessione filosofico-religiosa su tutto ciò che può creare di negativo l’applicazione della tecnologia, di recente è sorta l’Algoretica, cioè la riflessione etica sull’utilizzo degli algoritmi e, questo, in seguito alle preoccupazioni espresse dalle tre grandi religioni monoteistiche: Cristianesimo, Ebraismo e Islam. Inoltre, il 10 e l’11 febbraio del 2025, al Grand Palais di Parigi, si è svolto il vertice internazionale sull’intelligenza artificiale, sotto la co-presidenza francese e indiana: ne è venuta fuori una dichiarazione d’intenti (senza, però, un vero piano di azioni da mettere in atto…) firmata da ben 61 paesi (eccetto la Gran Bretagna e gli USA): lo “Statement on Inclusive and Sustainable Artificial Intelligence for People and the Planet” prevede la creazione di una intelligenza artificiale che sia aperta, inclusiva ed etica, come pure un coordinamento e un dialogo mondiale per prevenire una concentrazione di mercato eccessiva. Intanto, tutti le più grandi potenze continuano ad investire centinaia di miliardi di dollari o di altra moneta per lo sviluppo e l’utilizzo universale (cioè in ogni campo delle attività umane) dell’Intelligenza Artificiale. La stessa Commissione Europea ha previsto un investimento di ben duecento miliardi di euro! Praticamente, è in atto non solo una nuova e più pericolosa “corsa agli armamenti” fatta anche in base a chi più sa utilizzare le risorse che può fornire l’Intelligenza Artificiale ma, soprattutto, una non si sa quanto pericolosa, nella sua utilità, “corsa all’Intelligenza Artificiale”: la gara, la competizione tra le grandi potenze della Terra, mai come negli ultimi cento anni, si sta svolgendo su quella che gli storici chiamano “cultura materiale”, ovvero le capacità, le innovazioni e gli strumenti tecnologici che ciascuna potenza possiede in un determinato momento storico. Il che non è cosa da poco e, anzi, è determinante per la stessa sopravvivenza di uno Stato, di una nazione o di una civiltà e, se, poi, si vuol essere leader e superpotenza prevalente nel mondo, è addirittura qualcosa di assolutamente imprescindibile: il fattore essenziale, fondamentale. Si pensi soltanto al fatto che il mondo islamico, così in auge fino alle soglie del 1700, iniziò il suo lento e inesorabile declino per non aver saputo o potuto essere al passo del mondo occidentale ormai avviato alla Rivoluzione Industriale. Inoltre, alcuni storici affermano che il declino dell’Impero Romano fu dovuto anche alla debolezza della cultura materiale in cui, a un certo punto, venne a trovarsi.
Intanto, oggi, mentre le grandi potenze del mondo e la stessa Unione Europea fanno a gara per possedere i più straordinari e innovativi prodotti e risultati legati all’Intelligenza Artificiale, sui “media” il dibattito si fa sempre più acceso in merito ai pro e i contro dell’I. A. Naturalmente, come sempre, da una parte c’è lo schieramento favorevole verso tutto ciò che appare positivo con l’utilizzo dell’I. A. e quello contrario o, comunque, molto scettico e diffidente in merito a tutto ciò che di negativo possa scaturire da un uso esasperato e indiscriminato dell’I. A. A fronte di tutti i lati positivi che certamente ci sono (si pensi soltanto all’utilizzo della robotica e dei computers in campo medico e chirurgico), coloro che sono più contrari e più scettici invitano soprattutto a riflettere intorno a domande come queste: dove andranno a finire il rispetto della dignità dell’uomo, della democrazia, della giustizia e che fine faranno la libertà dell’individuo, l’uguaglianza e la non discriminazione degli esseri umani, i diritti fondamentali dei cittadini, la trasparenza, ecc.? Inoltre, chi potrà garantirci che non saremo tutti usati e manipolati dall’Intelligenza Artificiale e fino a che punto saremo noi a dominare i robot e non loro a dominare noi e a pervadere le nostre esistenze? Fino a che punto i vari Paesi e le grandi potenze riusciranno proteggere i propri cittadini da tutte le insidie e i pericoli che l’Intelligenza Artificiale reca in sé? E come potrebbe utilizzarla un potenziale dittatore, un novello Hitler? Altra domanda: se a scuola si utilizza l’Intelligenza Artificiale nello svolgimento di un elaborato di scrittura, come riusciremo a capire fino a che punto quell’elaborato è frutto dell’intelligenza umana o dell’Intelligenza Artificiale? E si potrebbe continuare con altri più o meno atroci dubbi. Il problema reale, in verità, è quello di indirizzare nella giusta direzione e di saper governare e controllare il fenomeno epocale dell’Intelligenza Artificiale, se si vogliono evitare esiti sconcertanti e non più possibili da gestire e controllare.
Il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, in un’intervista al “Corriere della Sera” del 2023, alla domanda del giornalista: Riusciremo a governare l’intelligenza artificiale? Ecco come ha risposto: «L’intelligenza artificiale di 70-80 anni fa, i computer, è stata in grado di fare calcoli più velocemente degli umani. Quella di 40-50 anni fa riusciva a eseguire anche calcoli algebrici più rapidamente degli umani. Insomma, si va nella direzione in cui l’Ai sarà in grado di fare certe cose meglio di noi. Pensate alla capacità di fare traduzioni automatiche di un libro di 500 pagine in un minuto e con un buon risultato. Insomma, stiamo certamente aumentando la capacità dell’uomo. E come le macchine ci permettono di aumentare la nostra capacità manuale, così l’Ai ci consente di aumentare quella intellettuale. Ma ci sono comunque dei pericoli. Per fare un esempio: oggi l’Ai rappresenta un cambiamento epocale paragonabile a quello della stampa, che ebbe un impatto enorme quando venne introdotta, ma la stampa è regolata da decine e decine di leggi. Immaginate cosa succederebbe se eliminassimo le norme sul diritto d’autore, o sulla responsabilità dei giornalisti. Anche l’Ai ha assolutamente bisogno di essere regolata. Le persone che vedono una foto hanno il diritto di sapere se è vera o artificiale per non perdere la certezza, che attualmente abbiamo, di dire che un fatto è realmente avvenuto. I cambiamenti devono essere controllati e regolati, altrimenti tendono a portare al disastro» (cfr. Giorgio Parisi: «L’intelligenza artificiale porterà al disastro se non verrà regolamentata». Il fisico teorico, premio Nobel nel 2021, è sicuro che l’Ai e le tecnologie quantistiche cambieranno il futuro ma è «difficile dire in quale direzione», Romualdo Gianoli, “Corriere.it” del 30 ottobre 2023).
Vengono alla mente le lontane ma sempre profetiche parole di Pier Paolo Pasolini: io non sono contro il progresso ma contro lo sviluppo: «credo nel progresso non nello sviluppo», cioè contro un certo tipo di sviluppo, un certo modo di governare lo sviluppo che era avvenuto e avveniva in Italia ai suoi tempi, dagli Anni Cinquanta agli anni Settanta: uno sviluppo male indirizzato che recava in sé più di un aspetto negativo, nel contesto, poi, di quella civiltà consumistica post-civiltà contadina che aveva comportato due orribili e nefasti esiti: una orribile “mutazione antropologica” degli italiani e un’altrettanto nefasta “omologazione” che neppure il fascismo era stato capace di realizzare durante il Ventennio. Di fronte ai giudizi esaltanti di due americani geniali, nei loro campi di studio, come Elon Musk («Arriverà il punto in cui non sarà più necessario alcun lavoro: puoi avere un lavoro se lo desideri, per soddisfazione personale. Ma l’intelligenza artificiale farà tutto. É sia un bene sia un male, una delle sfide del futuro sarà come trovare un significato nella vita») e Bill Gates («Presto potremo lavorare solo 3 giorni la settimana, il resto lo faranno robot e intelligenza artificiale»), un uomo così “problematico” e “abissale” come Pasolini avrebbe pronunciato parole di ben diverso tenore.
Più vicino a noi, anzi un nostro contemporaneo, Paolo Del Debbio, ha espresso un giudizio e una visione estremamente negativi sull’A.I. e lo ha fatto con un commento che si legge su “Panorama” del 9 febbraio del 2025. Già il titolo ben sintetizza: Nell’era dell’IA bisogna rafforzare il pensiero. Ebbene, il ragionamento del popolare giornalista e conduttore televisivo è abbastanza convincente e punta a far riflettere sullo scottante tema planetario: «Con il ricorso massiccio all’intelligenza artificiale le nostre capacità cognitive perdono elasticità e si assottiglia anche l’abilità di tenere a memoria ciò che apprendiamo. […]». Diversi studi, prosegue, hanno dimostrato che l’I. A. «può fare danni non indifferenti, soprattutto nelle menti degli adolescenti e dei giovani, e quindi, in prospettiva, agli uomini e alle donne maturi dei prossimi anni, ai cittadini italiani. […] Gli scienziati hanno dato un nome a questo rapporto malato tra l’intelligenza artificiale e la memoria: si chiama “amnesia digitale”». E si potrebbe continuare ancora con le citazioni e le riflessioni negative che Del Debbio fa e su cui occorrerebbe posare la nostra attenzione, anche perchè tutto ciò che concerne la nostra intelligenza, la nostra capacità cognitiva, le nostre conoscenze, la nostra memoria sono cose importantissime e anzi fondamentali per la nostra esistenza, non foss’altro perché sono cose che ci fanno stare su un gradino più alto degli animali e nessuno deve avere il potere di rendere gli uomini dei bruti e dei senzacervello, dei conformisti inebetiti dalla supertecnologia che l’I. A. è capace di esprimere e realizzare.
Infine, un’ultima riflessione ma, per chi tiene a cuore il destino della Letteratura e dell’Arte, è praticamente la prima: quanto e come “peserà” l’I. A. sulla letteratura, sull’arte della scrittura, nel campo delle arti visive sia in generale che per quanto riguarda un singolo, particolare artista? E quale futuro avranno la scrittura, l’arte e l’opera d’arte nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale? Già negli anni Trenta del Novecento il grande Walter Benjamin si poneva il problema del destino che poteva avere l’arte e l’opera d’arte nell’epoca della Modernità, già allora, dominata dalla tecnica: L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, recita, appunto, il titolo del suo celeberrimo saggio. Ebbene, secondo Benjamin, era avvenuta la perdita di quella che lui chiamava “aura”, ovvero la bellezza dell’originale, l’autenticità vera e propria, allo stato puro, dell’opera d’arte e, quindi, la perdita della “sacralità” dell’opera d’arte, con tutto il mistero che essa contiene, e che, una volta, era alla base stessa dell’arte. L’opera d’arte, con la Modernità, aveva perso tutto questo per diventare un mero oggetto di consumo per la società di massa, che tutto massifica, serializza e conformizza. Oggi, nell’epoca dell’I. A., che tutto può creare e riprodurre supertecnicamente, la speranza più grande è che essa da una auspicata bellissima avventura dell’uomo del XXI Secolo non si trasformi in un terribile e terrificante incubo dal quale non si vede l’ora di svegliarsi per uscirne e poter ritornare più umani e meno disumanizzati e alienati possibile.


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