



Nel primo scorcio del 2026, mentre la diplomazia internazionale cerca di adattarsi a un mondo sempre più instabile, gli Stati Uniti sotto la guida di Donald J. Trump sembrano aver imboccato una strada che molti osservatori ritenevano appartenere al passato: quella della geopolitica esplicita, in cui la forza delle grandi potenze militari tornano a essere uno strumento ordinario di relazione tra Stati. Dalla Groenlandia al Venezuela, passando per Cuba, Canada e Messico, emerge un disegno che va oltre la somma dei singoli episodi. Non si tratta di crisi isolate, né di provocazioni estemporanee. È piuttosto l’espressione di una visione del mondo in cui la sovranità diventa negoziabile, il diritto internazionale flessibile e le alleanze subordinate agli interessi immediati di Washington.
La Groenlandia, la più grande isola del mondo che si estende su circa 2.17 milioni di chilometri quadrati, è tornata improvvisamente al centro dell’attenzione globale. Non per il cambiamento climatico, ma perché Washington la considera oggi un asset strategico irrinunciabile. Quando Trump afferma che è “inaccettabile” che la Groenlandia non sia sotto controllo statunitense, non parla per metafore. Parla il linguaggio della sicurezza nazionale e della competizione tra grandi potenze. L’Artico, con lo scioglimento dei ghiacci, non è più una periferia: è un nuovo crocevia di rotte commerciali, infrastrutture energetiche, sistemi di difesa e risorse minerarie. Già durante la Guerra Fredda, la Groenlandia era un pilastro della strategia americana, grazie al cosiddetto GIUK Gap, l’arco tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, fondamentale per il controllo navale dell’Atlantico settentrionale.
Oggi, quel ruolo si è ampliato: radar antimissile, sorveglianza spaziale e presenza militare rendono l’isola un avamposto cruciale nel confronto con Russia e Cina. La base di Pituffik, ex Thule, rappresenta uno dei cardini della difesa strategica statunitense. Ma, per Trump, questo non basta più. L’obiettivo non sembra essere solo l’accesso militare, già garantito da accordi con la Danimarca, ma un controllo più diretto e permanente, che riduca al minimo l’intermediazione europea. Dietro la retorica geopolitica, quindi, si muove una logica economica altrettanto potente. La Groenlandia possiede riserve significative di terre rare, uranio e minerali critici, indispensabili per semiconduttori, tecnologie militari e transizione energetica. In un mondo segnato dalla fine della globalizzazione “fiduciosa”, gli Stati Uniti cercano di riportare sotto la propria influenza le catene di approvvigionamento strategiche. Dipendere da fornitori esterni, o da alleati percepiti come vulnerabili alla penetrazione cinese, è visto come un rischio sistemico. In questo senso, la Groenlandia diventa un simbolo: non una colonia nel senso classico, ma un nodo di potere economico e tecnologico, dove sicurezza e mercato si fondono. La reazione europea è stata netta sul piano formale: “l’isola non è in vendita e ogni soluzione deve rispettare il diritto internazionale”. Ma l’azione di Trump non è limitata solo all’Artico. Washington ha lanciato un’operazione militare contro il Venezuela.
Nessuna parola, però, su violazione della sovranità, uso illegittimo della forza o sanzioni. Un contrasto evidente con la durezza mostrata verso la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. La differenza di tono solleva una domanda scomoda: le regole valgono solo per i nemici geopolitici? Se il diritto internazionale viene invocato selettivamente, perde la sua funzione di argine e diventa uno strumento politico. L’operazione statunitense in Venezuela, culminata con l’arresto di Nicolás Maduro e l’imposizione di un governo transitorio, è stata giustificata da Washington come “necessaria per combattere narcotraffico e corruzione”. Ma i numeri raccontano un’altra storia: il Venezuela rappresenta una quota marginale del traffico globale di droga. Ciò che invece il Paese possiede in abbondanza è il petrolio: circa il 18% delle riserve mondiali accertate, più di qualsiasi altro Stato. Storicamente, gli Stati Uniti hanno mostrato un interesse costante verso regioni ricche di risorse energetiche, dal Medio Oriente all’Africa occidentale, intrecciando quasi sempre sicurezza, economia e intervento politico. In questo contesto, l’azione in Venezuela appare meno come un’eccezione e più come la continuazione di una tradizione interventista, in cui la promozione della democrazia convive, e talvolta viene superata, dalla tutela degli interessi strategici. Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti guideranno il Paese “verso la democrazia”. Ma il precedente che si crea è inquietante: se la forza diventa uno strumento legittimo contro governi ritenuti autoritari, chi decide il confine? E con quali criteri? Le rinnovate minacce a Cuba si inseriscono nello stesso schema. L’isola non rappresenta una minaccia militare per gli Stati Uniti, ma conserva un valore simbolico enorme: dimostra che un Paese può restare fuori dall’orbita di Washington, seppur a costi elevatissimi. Quando Trump suggerisce che Cuba dovrebbe “fare un accordo prima che sia troppo tardi”, il messaggio non è rivolto solo a L’Avana. È un segnale a tutti quei governi che tentano di mantenere autonomia strategica: la disobbedienza geopolitica comporta conseguenze. Anche i rapporti con Canada e Messico stanno cambiando natura. Il controllo potenziale della Groenlandia rafforzerebbe l’accerchiamento strategico del Canada, soprattutto nell’Artico, mentre la svalutazione dell’accordo commerciale USMCA mina la fiducia di Ottawa e Città del Messico nella stabilità dei patti regionali. Trump non rifiuta la cooperazione, ma la subordina a una logica gerarchica: gli alleati non sono partner paritari, bensì elementi di una sfera d’influenza. Molti analisti discutono se sia corretto parlare di imperialismo. Non si tratta di colonizzazione tradizionale, ma di qualcosa di diverso e forse più sottile: controllo delle risorse, pressione politica, intervento selettivo, il tutto giustificato da una narrativa di sicurezza. In questo senso, la Groenlandia diventa il simbolo di una trasformazione più ampia: non un caso isolato, ma parte di una visione in cui le grandi potenze agiscono sempre più liberamente, osservando le regole solo quando conviene. Il problema non è la critica a Maduro o ad altri governi autoritari.
È il precedente che si crea. Se la Russia può agire in Ucraina, gli Stati Uniti in Venezuela, e domani la Cina a Taiwan, che ne è dell’ordine internazionale nato dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale? Un sistema basato sulla forza produce instabilità, non sicurezza. E in un mondo di potenze armate, nessuno è davvero al riparo. L’America di Trump non si sta ritirando dal mondo. Sta tornando a dominarlo con strumenti antichi, adattati al XXI secolo. Ma ogni atto di forza ha un costo: fiducia erosa, alleanze indebolite, regole svuotate. La Groenlandia non è solo ghiaccio. Il Venezuela non è solo petrolio. Cuba, Canada e Messico non sono solo vicini. Sono snodi di un mondo che sta scivolando verso una nuova normalità, in cui la legge del più forte rischia di diventare di nuovo la legge principale. La domanda che aleggia nelle capitali del mondo, non è più se gli Stati Uniti di Trump agiranno, ma quanto lontano si spingeranno.


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