



Nell’immaginario collettivo l’America ha da sempre rappresentato un simbolo di libertà e di grande opportunità, anche se in realtà è una terra piena di contraddizioni. Tra queste la maggiore forma di incoerenza che si può trovare è proprio il razzismo. Nonostante, infatti, già dalla fine del diciannovesimo secolo la schiavitù sia stata abolita, e il Continente sia considerato un melting pot, ovvero un’accozzaglia di etnie provenienti da tutto il mondo in cerca di fortuna, la discriminazione razziale non è mai venuta meno portando anche all’emanazione delle cosiddette “leggi Jim Crow” (dispregiativo usato per indicare gli afroamericani). Tali leggi diedero vita a un sistema in cui i neri furono considerati separati ma uguali e quindi confinati in appositi settori in tutti i luoghi pubblici, compresi i mezzi di trasporto, scuole e molte professioni. Inoltre, erano vittime di continue umiliazioni ed a loro era impedito di votare.
Tra le figure più importanti di coloro che hanno lottato per la difesa dei diritti degli afroamericani va annoverata quella di Rosa Parks, divenuta una “eroina dei diritti civili” dei neri. Una battaglia che investì tutti gli Stati Uniti.
La donna nacque il 4 febbraio 1913, in una piccola città dello stato dell’Alabama. Suo padre era un falegname e scalpellino mentre la madre una maestra di scuola elementare. La sua famiglia professava la religione metodista ed era impegnata sul tema dei diritti della popolazione afroamericana.
Quando la famiglia dovette trasferirsi per qualche tempo nel Michigan a causa del lavoro della madre, Rosa notò quanto il trattamento a loro riservato fosse diverso da quello a cui erano abituati nel loro paese di origine. Tornati i Alabama i Parks ripresero quindi il loro attivismo contro le discriminazioni subite dai neri. Fu proprio grazie a questo impegno che Rosa conobbe il barbiere Raymond Parks; anch’egli molto attivo nella lotta per la parità dei diritti tra bianchi e neri. I due si sposarono ben presto e la donna, su sollecitazione del marito, nonostante lavorasse in una sartoria rifacendo gli orli alle gonne ed accorciando i calzoni, riprese gli studi e continuò le sue lotte a favore degli afroamericani. Nel 1931 Rosa decise di appoggiare il caso dei Scottsboro Boys, un gruppo di ragazzi neri ingiustamente accusati di aver stuprato due ragazze bianche.
Grazie alla sua determinazione riuscì a distinguersi e ad essere nominata segretaria della NAACP, la locale sezione dell’associazione nazionale per la promozione delle persone di colore ed iniziò a collaborare con il giovane Martin Luther King.
L’evento che però cambiò profondamente la sua esistenza si verificò il 1° dicembre 1955. Quella sera, come era solita fare quando finiva di lavorare, Rosa salì sull’autobus 2857per rientrare a casa. Essendo occupati tutti i posti riservati ai neri, decise di sedersi nella zona mista in cui i neri potevano accomodarsi se sul mezzo non vi fossero stati dei bianchi in piedi che invece avevano la precedenza a occupare quei sedili. Dopo alcune fermate salì sul pullman un uomo che ingiunse alla donna di alzarsi per cedergli il posto. Lei però lo guardò e, senza scomporsi, si rifiutò di eseguire l’ordine. Era ormai giunta allo stremo della sopportazione per il trattamento riservato alla sua gente. L’episodio di disubbidienza, considerato grave per la mentalità del tempo, portò l’autista a fermare l’autobus e chiamare la polizia che, una volta intervenuta, arrestò Rosa Parks con l’accusa di “condotta impropria”. La donna in realtà rimase in prigione solo poche ore poiché fu liberata quasi subito dall’avvocato bianco Clifford Durr, anch’egli attivista per i diritti dei neri e antirazzista, il quale le pagò la multa e si propose di rappresentarla in tribunale nonostante né lui, né Rosa si fossero resi conto ancora della portata di quell’evento.
La notizia dell’arresto, comunque, si espanse velocemente e in pochissimo tempo tutta la comunità afroamericana di Montgomery seppe della volontà da parte degli attivisti di difendere la Parks. La tensione era tanta e rischiava di sfociare in violenza, ma i sostenitori di Rosa alla fine decisero di protestare pacificamente per evitare di provocare le rappresaglie dei bianchi.
La presidente dell’associazione femminile afroamericana Women’s Political Council, Jo Ann Robinson, fece stampare migliaia di copie un comunicato in cui si invitava la popolazione nera a boicottare i mezzi pubblici di Montgomery il 5 dicembre, giorno del processo a Rosa.
A dar loro un aiuto importante ci fu Martin Luther King, che dal pulpito della sua chiesa chiamò a raccolta l’intera comunità. King e gli altri leader decisero che il boicottaggio dovesse proseguire ad oltranza, ed infatti durò fino al 26 dicembre 1956. Senza i ricavi dei biglietti dei neri, che rappresentavano la maggior parte degli utenti dei pullman, le casse dell’azienda dei trasporti andarono in rosso. Gli organizzatori, infatti, decisero di proseguire finché non fossero state accettate proposte «minime» come quella di poter prendere posto sui bus «secondo l’ordine di salita». Intanto anche i tassisti sposarono la causa decidendo di abbassare il costo delle corse per permettere agli afroamericani di potersi ugualmente spostare.
Sempre nel dicembre del 1956 la Corte Suprema degli Stati Uniti fu chiamata a giudicare il caso Parks e, grazie all’avvocato Durr, Rosa viene condannata a pagare solo una multa. La Corte, inoltre, dichiarò che la segregazione sugli autobus pubblici dell’Alabama fosse incostituzionale.
In breve tempo Rosa Parks divenne ovunque famosa, ma purtroppo le ritorsioni degli ambienti dei bianchi, specie quelli più conservatori, non tardarono ad arrivare. L’attivista ed il marito furono tormentati con minacce di morte, croci incendiate davanti casa, lettere anonime. Il padrone di casa aumentò loro l’affitto e, una volta perso anche il lavoro, si trasferirono a Detroit dove Rosa trovò di nuovo lavoro come sarta fino al 1965, quando diventa la segretaria personale del deputato al Congresso John Conyers, per cui lavorò fino al 1988.
I coniugi Parks, intanto, continuarono ad impegnarsi per far crescere il movimento che alla fine riuscirà a portare all’abolizione della segregazione razziale e all’approvazione della Legge sui Diritti Civili del 1964 e della Legge sul Voto del 1965.
Nel febbraio del 1987 Rosa fondò la Rosa and Raymond Parks Institute for Self Development” insieme a Elaine Eason Steele, in onore del marito Raymond Parks morto da poco. Nel 1999 la Parks fu insignita di una medaglia d’oro da parte del Congresso degli Stati Uniti. A questa onorificenza seguirono tantissimi premi e riconoscimenti e Rosa fu chiamata “la madre del movimento per i diritti civili”, un appellativo che a lei piaceva molto. Lei, infatti, amava ripetere: “Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero […]. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire”.
Rosa Parks morì il 24 ottobre 2005 nella sua casa di Detroit a 92 anni, ma l’eco di quel suo gesto dura tuttora. Ancora oggi la sua popolarità non accenna a diminuire.
Il suo rifiuto di obbedire alle leggi sull’autobus di Montgomery ci insegna il valore della determinazione e della lotta non violenta contro l’oppressione. Il suo gesto dimostra che anche un singolo atto di coraggio può portare ad un cambiamento storico, spingendo le persone a difendere i propri diritti e quelli degli altri.


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