



Lettera di una lettrice
Cara Lidia,
mi chiamo Alice, ho 26 anni. Navigando online mi sono imbattuta casualmente in una serie di forum frequentati da cosiddetti “incel”, e sono rimasta colpita — e, lo ammetto, anche turbata — dal tono violento e profondamente misogino di molte conversazioni. Ma accanto all’aggressività ho percepito una forma di dolore, una specie di frustrazione cupa, quasi patologica.
Mi chiedo: chi sono davvero queste persone? Si tratta soltanto di odio contro le donne, oppure siamo di fronte anche a una forma di disagio che la società non riesce a leggere o intercettare? E perché tutto questo emerge proprio oggi, in un’epoca in cui si parla tanto di parità e libertà femminile?
Risposta di Lidia Laudani.
Cara Alice,
La sensibilità con cui si avvicina a un tema complesso e spesso trattato in modo affrettato è già di per sé un passo importante. Il fenomeno degli incel — acronimo di involuntary celibate, ovvero “celibi involontari” — non è semplice da inquadrare, perché racchiude in sé molteplici livelli: il disagio soggettivo, le dinamiche collettive, la costruzione dell’identità, le trasformazioni culturali in corso.
Negli spazi online da loro frequentati si incontrano spesso toni estremi, linguaggi violenti, idee marcatamente ostili nei confronti delle donne. Ma dietro questa superficie così aggressiva si cela anche un sentimento più silenzioso e stratificato, che ha a che fare con l’esclusione, la solitudine, l’insoddisfazione, e spesso una profonda mancanza di strumenti per elaborare emotivamente l’esperienza del rifiuto o dell’assenza di legami.
La figura dell’incel non è il prodotto di una singola causa, ma il risultato di una serie di fattori che si intrecciano: il modo in cui viene costruita l’immagine del maschile nella nostra cultura, le aspettative legate al successo relazionale e sessuale, la centralità attribuita all’approvazione altrui per definire il proprio valore, e — non da ultimo — l’impatto della vita digitale nella formazione dell’identità.
Il mondo degli incel, per quanto periferico e spesso isolato, ci costringe a guardare da vicino alcune crepe del nostro tempo. Questi uomini, nella maggior parte dei casi giovani, si raccontano come vittime di un sistema in cui non riescono a trovare posto. La loro è una narrazione centrata sulla frustrazione per la mancanza di rapporti sentimentali e sessuali, vissuta non tanto come mancanza in sé, quanto come privazione di qualcosa che percepiscono come dovuto.
Questo punto è fondamentale. Ciò che accomuna molti discorsi incel è l’idea implicita che l’accesso alla relazione — e, più nello specifico, all’intimità — debba essere garantito. In altre parole, si trasforma una difficoltà personale in una questione strutturale, e si attribuisce ad altri — soprattutto alle donne — la responsabilità del proprio fallimento. Il desiderio femminile, libero di scegliere, viene vissuto come una minaccia. L’autonomia dell’altro diventa fonte di frustrazione e risentimento.
Ma perché proprio oggi? È una domanda centrale. Viviamo in un’epoca di grandi trasformazioni nei rapporti tra i generi. Le donne hanno acquisito maggiore libertà e visibilità, sia nella sfera pubblica che in quella privata. I codici della relazione stanno cambiando, spesso più rapidamente di quanto siamo in grado di elaborare collettivamente. Questo provoca incertezza, senso di smarrimento, e talvolta anche forme di regressione verso modelli relazionali che sembravano superati.
Alcuni uomini, soprattutto se privi di strumenti per ridefinire la propria identità fuori dai vecchi ruoli, possono avvertire questi cambiamenti come una perdita. Non perché siano contrari alla libertà altrui in sé, ma perché non trovano più conferme stabili al proprio valore attraverso i canali tradizionali. Quando la propria autostima è interamente fondata sull’approvazione esterna, l’assenza di quella conferma diventa intollerabile.
Il corpo maschile, in questa narrazione, è spesso al centro di una dinamica ambigua: viene vissuto come inadeguato, giudicato, escluso. Molti incel parlano esplicitamente di sé come di persone “brutte”, non desiderabili, scartate. Si confrontano costantemente con modelli estetici percepiti come irraggiungibili, alimentando un senso di inferiorità che si intreccia a un forte bisogno di appartenenza. È una forma di narrazione collettiva del fallimento, che però non trova uno spazio di rielaborazione positiva, ma si chiude su sé stessa.
Un altro elemento rilevante è il rapporto tra gli incel e la cultura digitale. I forum e le comunità online amplificano certe emozioni, rendendo il malessere non solo condivisibile, ma anche validato. In questi spazi, la frustrazione non viene messa in discussione: viene confermata, giustificata, trasformata in identità. L’appartenenza al gruppo diventa un modo per dare un nome alla propria sofferenza, ma anche per indirizzarla verso un nemico esterno, spesso identificato nella figura femminile indipendente, libera, selettiva.
Tuttavia, occorre distinguere. Non tutti gli uomini che si definiscono incel esprimono violenza o odio. In molti casi, si tratta di persone che faticano ad abitare il proprio desiderio, che non hanno sviluppato una piena capacità relazionale, o che si sentono escluse da un mondo in cui il successo personale viene spesso misurato anche in base all’esperienza sentimentale. Questo non giustifica né attenua le derive violente, ma permette di comprendere che ci troviamo di fronte a un disagio autentico, che non può essere semplicemente deriso o ignorato.
Il punto, quindi, non è solo analizzare i contenuti problematici dei discorsi incel, ma capire cosa li rende così attrattivi per alcune persone. Perché certi codici comunicativi, certi modi di pensare, riescono a dare un senso — seppur distorto — a chi si sente fuori posto? Che cosa manca, oggi, nella nostra capacità collettiva di accogliere e trasformare la vulnerabilità?
La risposta non è semplice, ma può iniziare da una constatazione: molti uomini non hanno avuto accesso a un’educazione affettiva che insegni ad abitare la frustrazione, a gestire il rifiuto, a pensare la relazione come incontro tra due soggetti liberi, e non come conferma del proprio valore. In assenza di questi strumenti, la delusione si trasforma in risentimento, e il bisogno di comprensione diventa rabbia.
Per questo, il fenomeno incel non riguarda solo “gli altri”, ma interroga anche il modo in cui costruiamo le identità, i modelli di successo, i linguaggi del corpo e del desiderio. Ci ricorda che la libertà, anche quella relazionale, non può essere separata dalla responsabilità, e che il benessere emotivo non nasce dall’ottenere ciò che si vuole, ma dalla capacità di riconoscere l’altro come soggetto autonomo.
In conclusione, la violenza simbolica e verbale che si esprime in certi contesti incel va certamente contrastata. Ma va fatto senza semplificazioni, e senza rinunciare a una comprensione più ampia. Il problema non è soltanto l’odio contro le donne, ma un modo distorto di vivere la maschilità, il rifiuto, il fallimento. Un disagio che non trova nome, e che per questo spesso si traveste da ideologia. Guardare questo fenomeno con attenzione non significa legittimarlo, ma interrogarsi su come evitare che la solitudine si trasformi in rabbia, che la frustrazione diventi violenza, che la vulnerabilità venga vissuta come vergogna. Forse è proprio qui che inizia il lavoro più importante: restituire complessità a ciò che appare solo come devianza, e costruire spazi in cui il sentirsi esclusi non debba più trasformarsi in distruzione, ma possa aprire a nuove forme di relazione, riconoscimento e crescita personale.


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