



Maria Francesca Carnera
(Cirò KR)
Non è stato certo semplice verificare dati che mutano la storia legata al luogo di nascita del Santo, ma studi hanno evidenziato l’errore di attribuzione del luogo di nascita a Cirò. Certo, la tradizione ha il suo valore, ma dobbiamo stare attenti a non subirla passivamente, né assumerla acriticamente. È anche il modo migliore per capire la storia del territorio, nobilitandolo con il senso reale del fare ricerca e cultura. Ecco che lo studio di fonti mette in luce come spesso, nel passato, errate interpretazioni o affermazioni approssimative, abbiano indotto molti studiosi in errori che, poi, si sono tramandati nel tempo, condizionando una più autentica lettura della storia. È necessario poter andare oltre quegli elementi che la pietà popolare ha introdotto nel corso dei secoli narrando fatti tramandati, la gran parte dei quali amplificati o minimizzati dalla spinta emozionale.
Nel bios viene altresì riportata la data di morte del Santo, 12 marzo all’età di 70 anni, mentre non si fa menzione di alcuna data di nascita. La festa liturgica di S. Nicodemo, dunque, è disposta al 12 Marzo. La studiosa Melina Arco Magrì colloca l’anno di nascita del Santo, tra il 950 e il 955, e quella di morte a poco dopo il 1020. Uno studio più recente realizzato da Follieri e Perria, colloca la data di nascita al 940 e quella di morte al 1010.
Vi è un documento – atto del notaio Giuseppe Fortuna del 14 gennaio 1696 -, che si trova nell’Archivio di Stato di Catanzaro, fogli 1-2v del relativo protocollo, in esso emerge che D. Carlo Francesco Spinelli, Principe di Tarsia e Marchese di Cirò, avanti al notaio, al regio giudice e ai testimoni, presenta una reliquia, cioè una mascella con due molari del Corpo di S. Nicodemo, che visse nella terra di Mammola. Trattandosi di un Santo cui molti si rivolgono per ottenere miracoli e che per giunta si credeva cittadino di Cirò, detto Principe, volendo anche dimostrare il suo ‘paternum affectum’ verso questa cittadina, promette di consegnare la sopraddetta reliquia ai suoi abitanti; la consegna avverrà purché la reliquia stessa venga custodita in una ‘capsula argentea’ che sarà donata dal medesimo Principe, da chiudersi con due chiavi diverse e da tenersi nella chiesa matrice in un luogo idoneo alla venerazione; le due chiavi dovranno rimanere in possesso, rispettivamente, dell’arciprete e del sindaco. Il popolo di Cirò, all’unanimità decide di proclamare S. Nicodemo suo Protettore e Patrono. Al documento notarile è allegata la lettera autografa di Apollinare Agresta, Abate Generale Basiliano, diretta all’“Ecc.mo Signor Principe di Tarsia”, cioè a D. Carlo Francesco Spinelli, che appunto gli aveva chiesto la reliquia: Messina 15 Agosto 1695. Altri due documenti sono riportati sull’autenticità della reliquia in questione, e sulla profonda devozione a S. Nicodemo. Segue, ancora, l’esposto del sindaco dei nobili di Cirò, diretto a D. Francesco Verchio, vicario generale della diocesi di Umbriatico, a quel tempo dimorante nel palazzo vescovile di Cirò. Il vicario diocesano, visti gli attestati sull’autenticità della reliquia prelevata dal Corpo di S. Nicodemo, custodito nel monastero basiliano di Mammola, e sulla venerazione verso tale Santo, in data 14 gennaio 1696, concede il suo beneplacito su quanto sopra richiesto dal sindaco.
Ergo: la consegna delle reliquie si verifica per interessamento del feudatario del tempo, il Principe D. Carlo Francesco Spinelli, e non a titolo di transazione tra le due Università di Cirò e Mammola e, cioè, come conclusione di un processo che mai ci fu per la custodia delle spoglie mortali di S. Nicodemo. E, come risulta dal documento, la proclamazione di S. Nicodemo a Patrono e Protettore di Cirò, avviene il 14 gennaio 1696. Ne consegue che, il culto che vuole S. Nicodemo nativo di Cirò non è antichissima, dal documento notarile, su citato, risulta chiaramente che il popolo di Cirò scelse S. Nicodemo suo Patrono e Protettore proprio perché convinto, in assoluta buona fede, che fosse suo concittadino. Per cui si può dedurre che il popolo stesso non aveva conoscenza di S. Nicodemo, tanto meno dell’esserne concittadino almeno fino al 1663, anno in cui elesse S. Antonio di Padova a suo Protettore e, per giunta, dopo che nel 1634 aveva già eletto un Santo Patrono, cioè S. Francesco da Paola. Inoltre, in un documento del 1769, custodito nella Biblioteca Nazionale di Napoli, recentemente rinvenuto, troviamo argomento significativo per la storia di Cirò, utile anche alla conoscenza del culto del tempo. Tale documentazione narra nel particolare le vicende legate alla Chiesetta sotto il Titolo di S. Cataldo. Ci troviamo nel 1641. Vi leggiamo: Vi fu nella Città di Cirò una Cappella col titolo di S. Cataldo, la quale abbandonata e non curata incominciò a rovinare; così che ne’ principi del secolo passato ritrovavasi già diruta. Quindi, la chiesetta di S. Cataldo, esisteva già, e Pietro Trusciglio, che ne richiese padronato, mosso da pia devozione, volle riedificarla. A Cirò, nel 1641 S. Nicodemo non era nemmeno conosciuto, mentre S. Cataldo vescovo sì, e in un tempo ancora precedente, cioè ne’ principi del secolo passato, 1500. È noto, infatti, che il testo di Apollinare Agresta, primo ad avanzare l’ipotesi – rinvenuta errata – che a Cirò fosse nato S. Nicodemo, è avvenuta nel 1677, quindi prima di questa data, la notizia di Nicodemo cittadino di Cirò non era affatto conosciuta.
Ma perché questa comparazione? Semplice: in seguito al rinvenimento di un dipinto nella Chiesa di S. Giovanni Battista in Cirò, si è voluto attribuire, e forzatamente, il nome di s. Nicodemo, ma il dipinto rinvenuto è, e rappresenta, un Santo Vescovo, e l’affresco risale al XV secolo. Esegesi critica del dipinto dimostra la inappropriatezza dell’abuso di attribuzione. Chiaramente, dalle date di riferimento e segni che l’affresco presenta, il soggetto del dipinto non può essere S. Nicodemo, ma un Santo Vescovo e, il Santo Vescovo Cataldo che è conosciuto in Cirò ne’ principi del secolo passato al 1641, trova evidentemente maggiore quotazione.
Dunque, prima della pubblicazione del libro di Apollinare Agresta, 1677, la notizia di Nicodemo cittadino di Cirò non era conosciuta. Tanto è vero che, Gabriele Barrio nel 1571, in De antiquitate et situ Calabriae, parla di S. Nicodemo di Locri, e Girolamo Marafioti nel 1601, in Croniche et Antichità di Calabria, scrive: è stato nativo cittadino Locrese il Beato Nicodemo monaco dell’ordine di S. Basilio; e ancora, nel 1630 Paolo Gualtieri, in Glorioso trionfo over Leggendario dei Santi di Calabria, lo menziona come S. Nicodemo di Mammola. Se a tali studiosi, ai loro tempi, fosse stato noto che S. Nicodemo era originario di Cirò, lo avrebbero riportato, come pure ne avrebbe dato notizia Ottaviano Pasqua, vescovo di Gerace che, invece, ebbe modo di indicare S. Nicodemo come cittadino di Gerace – Civis …Hieracensis fuit.
Una bizzarra, quanto inopportuna e ingannevole attribuzione a Papa Urbano VIII, da santino/figurina, è stata affissa, marzo 2024, con tanto di cornice, nel Palazzo Comunale di Cirò (KR), a maggior gloria di inculturazione locale. Questa figurina recita: “S. Nicodemo abate di Cirò, santo patrono e cittadino di Cirò -Papa Urbano VIII- 2 marzo 1630”. Per ovviare a tale evidente bizzarria si rimanda al testo completo, cf. Maria Francesca Carnea, S. Nicodemo da Sikròs. Monaco eremita del Kellarana, IlTestoEditor, 2021, in esso viene acclarato l’errore di attribuzione di nascita a Cirò, per cui s. Nicodemo non è cittadino di Cirò, dove mai è venuto, tantomeno vi ha mai abitato. È chiarita, altresì, abbiamo visto con documentazione notarile, l’anno di nomina del santo Nicodemo a Patrono di Cirò: 1696. È già facilmente verificabile l’errata e abusata attribuzione a papa Urbano VIII, per completezza rimando al mio studio di prossima edizione su Santità e le procedure di canonizzazione.
Da dove, quindi, nasce l’errore dell’Agresta nell’attribuire natalità di S. Nicodemo a Cirò? Consultò, probabile, il bios di S. Nicodemo, trascritto dal calligrafo Daniele. Nell’antico manoscritto, Agresta apprese che S. Nicodemo nacque nelle saline (en salinais), in un villaggio denominato Sikròs. Cirò, in tempo antico, era suddivisa in più frazioni, una delle quali veniva indicata con l’appellativo Ipsycrò o Psycrò, e non lontano da tale cittadina, esistevano le saline del fiume Neto; d’altra parte non si avevano notizie del villaggio di Sikròs. In questo stato di cose l’Agresta, in perfetta buona fede, ma forse con un po’ di approssimazione, fu indotto a identificare Sikròs con Psycrò e le saline del fiume Neto con le saline menzionate nel bios di S. Nicodemo.
Circa le Saline, si tratta di un territorio geograficamente molto articolato, che include la costa, con centri portuali come Taurianum, la pianura, Piana di Gioia Tauro, la montagna, Aspromonte, e i fiumi, tra cui il Metauro-Petrace. Nel 1954 Giuseppe Schirò tradusse dal greco e pubblicò la Vita di S. Luca, vescovo di Isola Capo Rizzuto, il cui manoscritto, composto fra il 1116 e il 1120, si conserva nel codice 29 della biblioteca universitaria di Messina. Vi si legge precisa indicazione sull’ubicazione del territorio delle saline: “Nella regione calabra delle Saline (Chora Salinòn) vi è un paese chiamato Melicuccà”, cioè la patria di S. Luca; quindi le Saline si trovavano nell’attuale provincia di Reggio Calabria, nel versante del mar Tirreno.
Si giunge a piena convinzione dell’errore geografico commesso dall’Agresta, nel 1962, anno in cui Giuseppe Rossi Taibbi pubblicò il testo greco del Bios di S. Elia il Giovane, che costituisce una pietra miliare nel campo dell’agiografia bizantina. L’autore dopo aver esaminato le varie fonti storiche in cui è menzionata la regione delle Saline – Vita di S. Elia il Giovane, Vita di S. Luca d’Isola, Vita di S. Filareto, Vita di S. Nicodemo, Vita di S. Elia lo Speleota, Le cronache di Goffredo Malaterra, un cronista normanno del secolo XI -, conclude che il territorio delle Saline corrispondeva al circondario di Palmi, per cui il villaggio di Sikròs, ricorrente pure in due passi della Vita di S. Elia lo Speleota, non può essere identificato con Cirò. Inoltre, che le Saline ricorrenti nelle agiografie sopra indicate, non sono quelle del fiume Neto, lo conferma anche il fatto che queste ultime, sin dai tempi antichi, vengono indicate con la specifica ‘del fiume Neto’ -salina Neti-, specifica che non esiste nelle agiografie medesime. In Vita di san Nicodemo di Kellarana, Melina Arco Magri scrive: nel bios si legge che la famiglia del Santo dimorava in Saline, in un villaggio chiamato Sikròs. Si trattava di un borgo della Valle delle Saline, vale a dire dell’attuale Piana di Gioia. Sikròs sorgeva nei pressi di Palmi, nella località denominata Sigrò. Nel volume Storia dell’Italia bizantina (VI-XI): da Giustiniano ai Normanni, di Salvatore Cosentino, è menzionato Nicodemo di Cellerana, senza alcun riferimento a Cirò, e si afferma che fosse nato a Sigrò presso Palmi, nella Calabria Citeriore. Giungono a supporto 47 pergamene greche del periodo 1050-1065, relative alla diocesi di Oppido, pubblicate dallo storico francese André Guillou nel 1972: in esse figurano cinque atti di donazione riguardanti beni situati nel villaggio di Sikròs, nella regione delle Saline (eparchia Salinòn); tale regione, corrisponde all’area geografica – circondario di Palmi – proposta da Rossi Taibbi, desunta dal confronto delle cartine geografiche pubblicate dai due studiosi. Ne deriva che S. Nicodemo è originario di Sikròs.
Sono dunque i dati storici che cambiano la storia. La ricostruzione dell’Agresta presenta diverse lacune storiche. Lui fa riferimento, nel suo testo pubblicato nel 1677, per il luogo di nascita a Psycrò, definendolo ‘attuale Zirò’, ma la denominazione Cirò era già riscontrabile nel 1579. Non è dato sapere, altresì, da dove l’Agresta abbia preso le notizie circa i nomi dei genitori, a suo dire Theofano e Panta. Nel bios non sono riportati cognomi, frutto di aggiunta prodotta da Zavaglia, né le condizioni economiche familiari, come fantasia è il precettore Galatone, di cui non v’è menzione. E, riguardo l’uso del cognome, l’utilizzo consegue all’applicazione dei decreti del Concilio di Trento nel 1564. Con S. Nicodemo, siamo in un tempo molto antecedente, per cui è pura fantasia attribuirgli cognome.
Orgoglio per Cirò è offrire la possibilità di venerare reliquia del Santo, attualmente custodita nell’oratorio dedicato a S. Nicodemo, sito nel zona Portello di Cirò, ottenuto dalla trasformazione di una casetta offerta dal proprietario con atto di donazione al Comune del 22 luglio 1843, per notar Iuzzolini Emilio, documento conservato nell’Archivio notarile di Catanzaro. Tuttavia, luogo preposto alla custodia delle Reliquie di S. Nicodemo, era, e deve essere, la Chiesa Madre di Cirò.
La tradizione popolare ha creduto che il Santo fosse nativo di Cirò, ma la ricerca storica ha appurato che il luogo natio di S. Nicodemo è Sikròs (RC). Non ne viene meno il culto.
Per completezza bibliografica cf. Maria Francesca Carnea, S. Nicodemo da Sikròs. Monaco eremita del Kellarana, IlTestoEditor, 2021.
* Maria Francesca Carnea, Filosofa, Consulente Strategie di Comunicazione, già Docente invitato presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo in Roma, Membro Ordinario della Cattedra della Pace – Progetto educativo a supporto delle Nazioni Unite. Autrice di pubblicazioni a carattere storico, filosofico, socio-politico.


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