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SULL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA

Daniela Primerano

(Vibo Valentia VV)

 Oltre 1.291.000 firme per fermare la ‘secessione dei ricchi’: tantissime al Sud, ed altrettanto numerose sono state quelle raccolte al Nord; sarebbero bastate 500.000 firme per la richiesta del referendum abrogativo della legge 86/2024 sull’autonomia differenziata, ma si è arrivati quasi al triplo: una risposta forte e chiara, contro il vile tentativo di sancire per legge diritti differenziati in base al luogo di residenza. Diritti legati alla ricchezza di un territorio, in spregio al principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione, come se l’imposizione fiscale fosse diversa regione per regione, ed ogni territorio potesse pretendere più di altri, ignorando totalmente per esempio che un calabrese, a causa delle addizionali regionali e comunali, si trova costretto a pagare tasse anche più alte rispetto ad un lombardo e ad un veneto, senza però usufruire degli stessi servizi.

E’ di qualche giorno fa la notizia che il CLEP, il Comitato per l’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni, presieduto dal prof. Cassese, sia orientato ad adottare criteri tipo il costo della vita o la demografia, considerando quindi l’emigrazione non un’emorragia da fermare, ma un male necessario da infliggere perennemente al Sud. Ritorna spesso anche il discorso sul costo della vita, che qualcuno ha l’ardire di sostenere sia più basso al Sud, e che puntualmente viene ripreso dal genio di turno, per giustificare il tentativo di attribuire minori risorse al Mezzogiorno. “E’ chiaro che se un dipendente pubblico, a parità di ruolo, guadagna gli stessi soldi a Milano e a Reggio Calabria, è intrinsecamente sbagliato, perché il costo della vita in quelle due realtà è diverso”, tuonava qualche tempo fa il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, espressione della sinistra, al fine di chiarire bene all’Italia quale dovesse essere la strada maestra, quale la direzione da seguire, per favorire lo sviluppo e la crescita del Paese.

La soluzione è semplice: reintrodurre le gabbie salariali, dopo cinquant’anni dalla loro abolizione, la soluzione per uscire dalla crisi è quindi quella di alzare gli stipendi al Nord ed abbassarli al Sud. L’aveva già detto Susanna Ceccardi, europarlamentare leghista in un suo intervento nella trasmissione Agorà, sostenendo che fosse giusto pagare di più i medici che lavorano in Emilia Romagna, perché secondo il suo parere fanno meglio il loro lavoro, rispetto a quelli calabresi. La Lega già nel 2005 ne aveva ipotizzato l’introduzione nel quadro di rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici e nel 2009, Umberto Bossi, ne aveva fatto una delle priorità del Carroccio, per venire poi riproposta sempre dalla Lega, in occasione di una delle tante discussioni sull’autonomia differenziata.

Del resto, in un Paese nel quale quando si dice “Prima gli Italiani” si sottintende quelli del Nord, la reintroduzione delle gabbie salariali non rappresenterebbe altro che la sintesi perfetta di una politica sociale ed economica da sempre profondamente discriminatoria e razzista nei confronti di una parte del Paese. Oggi ci stanno riprovando, nel tentativo di affermare che si possano garantire diritti in minor misura in alcuni territori, come se in Calabria la benzina per i mezzi pubblici o il costo dei dipendenti, o dei vari servizi, tipo il servizio di trasporto urbano, o il servizio mensa, costassero di meno che in altre Regioni. Ed infatti, l’assunto che si vorrebbe utilizzare per differenziare i diritti, secondo cui al Nord la vita costi di più rispetto che al Sud, viene clamorosamente smentito se al paniere di beni presi in esame dal Sole 24 Ore per stilare la classifica (20 beni di largo consumo), vengono aggiunti altri 5 fattori che hanno un impatto significativo sui bilanci familiari: utenze domestiche, automobile (Rca e carburante), trasporto pubblico locale, nascita di un figlio, mutuo.

Ed ecco che dall’interessante indagine condotta da IPER (Istituto per le Ricerche Economiche e Sociali) emergono dati e risultati che smentiscono categoricamente il preconcetto di un costo della vita più alto al Nord, rispetto al Sud. In primo luogo viene evidenziato il forte impatto delle utenze domestiche che fa salire notevolmente il costo della vita al Sud: un dato che va letto anche alla luce del grave gap infrastrutturale che pesa sul Mezzogiorno e che poi si traduce in costi aggiuntivi per le popolazioni residenti, e così sommando al paniere di riferimento del Sole 24 Ore il costo di energia elettrica, gas e acqua, troviamo Reggio Calabria e Palermo tra le città più care, in particolare Reggio Calabria con il più alto costo di fornitura del gas pari a 1.411 euro che determina un aggravio del 63,8% sulla spesa, segue Palermo con + 59,9% e Napoli con + 59,4%. Meno care Lodi, Varese ed Udine. La graduatoria sul caro vita è inoltre influenzata da fattori quantitativi, come i servizi di welfare locale, qualitativi, come l’ambiente o il tempo libero e dalla tassazione regionale e comunale, tutti aspetti che incidono sul reddito delle famiglie. Nell’indagine condotta da IPER, nel confronto tra Rimini e Napoli è emerso che l’addizionale Irpef comunale è più alta nel capoluogo campano ed anche l’aliquota Irap di base è più alta in Campania che in Emilia Romagna, così come il bollo auto ed anche l’assicurazione per l’auto costa di più a Napoli.

Se si aggiungono ai costi dell’auto quelli per il trasporto pubblico locale, emerge un maggiore aggravio che colpisce in primo luogo le città del Mezzogiorno: la città più cara Palermo (518,4 euro a testa), quella meno cara Asti (178 euro). Ed anche la nascita di un figlio determina un peggioramento del bilancio familiare nel Mezzogiorno, a causa del costo più elevato del latte in polvere e dei pannolini: nei primi posti in classifica del caro-vita per l’effetto bebè troviamo Caserta (quarta), Bari (quinta), Potenza (settima), Napoli (undicesima) e Palermo (quindicesima). Pure l’accensione di un mutuo costa di più al Sud: il peggioramento più marcato del reddito familiare con l’accensione di un mutuo si registra a Napoli (109%), Bari (seconda), Potenza (quarta), Caserta (quinta), Reggio Calabria (sesta), Palermo (ottava), sono tutte città del Mezzogiorno quelle che occupano le prime posizioni della classifica.

Nonostante questi siano i dati dell’analisi, c’è ancora chi continua ad ignorarli, ed a sostenere che il costo della vita sia maggiore al Nord, piuttosto che al Sud e così, da decenni, il diktat rimane sempre lo stesso: “Prima il Nord”! Che poi lo strumento per raggiungere l’obiettivo sia la suddivisione delle risorse pubbliche sulla base della spesa storica che toglie al Sud e regala al Nord o l’introduzione delle gabbie salariali, poco importa ad uno Stato che se ne frega nei fatti della sperequazione tra Nord e Sud e che accetta supinamente che per un Meridionale venga speso fino a cinque volte meno rispetto ad un Settentrionale, in spregio a qualunque principio costituzionale! Dunque, gli abitanti delle varie zone d’Italia non hanno lo stesso “valore”, nonostante l’esistenza sulla carta di diritti costituzionalmente garantiti, primo fra tutti quello dell’uguaglianza. Ingiustizie che si ripercuotono sulla vita di ogni giorno dei cittadini del Sud! Una sanguisuga, il Nord, che continua ininterrottamente a succhiare tutto il sangue che scorre nelle vene di un’Italia ormai moribonda, incapace di reagire e di opporsi alle incessanti pretese delle regioni predone del Nord che rischiano così di far morire l’intero Paese.

Soldi, sempre più soldi, circa sessanta miliardi all’anno sottratti al Sud in termini di investimenti pubblici per infrastrutture di sviluppo, per poter continuare in maniera indisturbata a mantenere il poltronificio lombardo-veneto-piemontese (solo in Lombardia sessantamila stipendi in micromunicipalizzate), condannando l’Italia alla progressiva marginalizzazione economica. Una politica ottusa, accecata dall’egoismo, che non si è nemmeno accorta che quel Nord, è divenuto esso stesso Sud, Sud Europa: il Nord Italia non è più tra le locomotive d’Europa, perché alcune regioni dei nuovi stati membri dell’Est superano per Pil molte regioni ricche italiane. Un Nord miope, che non è capace di vedere che non è più in grado di andare da nessuna parte con un Sud malridotto e che arranca. L’Italia non investe al Sud? Ed il risultato che ottiene è che cresce solo dello zero virgola…. Perfino l’Europa si è stufata di assistere allo spettacolo indecoroso di un Paese succube della politica del Partito Unico del Nord che ha portato l’Italia sull’orlo di un precipizio, tanto che tempo fa, l’allora direttore generale per la Politica regionale della Commissione Ue, Marc Lemaitre, è arrivato perfino a ‘minacciare’ il taglio dei fondi strutturali se Roma non manterrà un adeguato livello d’investimenti pubblici nel Mezzogiorno… Prima il Sud!

E’ questo quindi il diktat che arriva dall’Europa, per uscire dalla crisi e riprendere la marcia, concetto ribadito in occasione dei fondi del PNRR, che avrebbero dovuto essere destinati a ridurre i divari esistenti tra il Sud ed il Nord del Paese ed invece stanno facendo tutt’altra fine. Davanti ad uno scenario così inquietante, la proposta ultima del prof. Cassese, oltre a rendere il nostro Paese ridicolo agli occhi dell’Europa, non può che rappresentare l’ennesima dimostrazione dell’incapacità di certi soggetti e del totale fallimento del modello di sviluppo economico offerto dal PUN (Partito Unico del Nord) che poggiando le proprie basi su politiche discriminatorie e razziste, continua ad impedire al nostro Paese di ripartire e soprattutto, di compiere quel miracolo economico che farebbe davvero diventare l’Italia una grande Nazione, riconquistando centralità in Europa e prestigio agli occhi del mondo!

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