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TRA SATIRA ED EROTISMO DUONNU PANTU PRETE E POETA IRRIVERENTE

Tra il XVI e il XVIII secolo, la Spagna dominò l’Italia meridionale esercitando una soffocante oppressione che in Calabria provocò profonde ferite. Vittima di incursioni nemiche, pestilenze, malaria e terremoti, la Regione soffrì anche per la brutalità dell’Inquisizione spagnola, come dimostrano episodi tragici quali la strage dei Valdesi di Calabria nel 1561 e le persecuzioni contro pensatori come Tommaso Campanella il quale trascorse 27 anni in prigione a Napoli, dove concepì La città del sole (1623), un’utopia fondata su giustizia naturale e pace universale.

In questo contesto travagliato, emerge, tra storia e leggenda, la figura straordinaria e controversa di Don Domenico Piro, meglio conosciuto come Duonnu Pantu.

Nato ad Aprigliano, piccolo borgo tra Cosenza e la Sila, il 14 ottobre1660, visse appena 35 anni, lasciando però un’impronta incancellabile nella storia della poesia dialettale calabrese.

 

Era figlio di Ludovico Piro, mentre la madre apparteneva alla famiglia Donati di Aprigliano, ma il nome della donna è rimasto del tutto sconosciuto. La loro abitazione si trovava nel rione Pera, in una casa ancora oggi nota come “Casa dei Notai”, poiché molti membri della famiglia all’epoca erano dediti a questa professione.

Il destino di Duonnu Pantu si intreccia con le difficoltà economiche della sua famiglia. Secondo le ricerche di alcuni studiosi, tra cui Luigi Accattatis, la scelta di intraprendere la vita sacerdotale fu dettata dalla necessità piuttosto che da una vera vocazione religiosa. Duonnu Pantu proveniva da una famiglia relativamente povera per la quale il sacerdozio rappresentava una via per garantire una certa stabilità economica ai componenti e permettere al figlio accedere a un’istruzione altrimenti inaccessibile. La formazione ecclesiastica gli permise infatti di acquisire una vasta cultura che divenne la base del suo stile poetico-satirico.

Come cita Luigi Gallucci nel suo libro «Raccolta di poesie calabre – LUGANO 1862» non si conosce l’origine del suo soprannome “Perché portasse il sopranome di Duonnu Pantu non solamente non si sa, ma molto meno se ne annuncia congettura di sorte alcuna. Ai tempi attuali molti altri preti di questi nostri paesi vengono additati coll’istesso sopranome, ma perché succidi debosciati bevoni ed ignoranti: e questi epiteti al certo non potevano convenire al savio erudito e modesto nostro Domenico Piro per indurci a supporre che glielo venissero largendo a di lui esempio”.

Sebbene gli scritti di Duonnu Pantu lasciassero trasparire una condotta dissoluta e scandalosa, pare fosse invece un uomo integerrimo e profondamente religioso. Si ritiene inoltre, in modo unanime, che le sue opere oscene e licenziose fossero state scritte soltanto per divertire gli amici, senza che lui attribuisse loro alcun valore personale. Tuttavia, questa spiegazione sembra contraddire un episodio che lo vide protagonista: l’intervento deciso dell’Arcivescovo dell’epoca, che fu costretto a imporgli con grande severità di smettere di scrivere versi tanto immorali. Ma di questo parlerò più avanti …

 

Duonnu Pantu rappresenta il primo autentico poeta dialettale calabrese. Le sue opere, ricche di riferimenti colti e di raffinata ironia, sono un chiaro invito alla critica sociale e alla celebrazione della vita. La sua arte si colloca a metà strada tra la cultura popolare e quella erudita, rompendo con le convenzioni stagnanti del suo tempo e dando vita a un’arte poetica capace di farsi arma contro l’ipocrisia e l’autoritarismo di Chiesa e nobiltà.

Si distinse come prete rivoluzionario e poeta di spiccata intelligenza, tanto che il suo spirito ribelle e il suo talento letterario gli valsero l’ammirazione di molti (soprattutto della gente comune) e l’ostilità costante delle gerarchie ecclesiastiche.

Nonostante la tonaca, Duonnu Pantu non abbracciò mai i valori tradizionali e limitativi della Chiesa, semmai il contrario: il suo andare controcorrente e la lingua tagliente lo portarono spesso in conflitto con l’autorità ecclesiastica, come dimostra la famosa vicenda de “Lu Mumuriale“, una supplica in versi satirici indirizzata all’arcivescovo di Cosenza, Gennaro Sanfelice, per ottenere la libertà dopo una breve prigionia.

Si narra infatti che alla base del dissidio tra Piro e l’Arcivescovo Sanfelice (di solito piuttosto tollerante) ci sarebbe stato un piccolo tumulto nel collegio del Seminario di Cosenza, descritto in seguito dallo stesso Duonnu Pantu nel poemetto “La briga de li studienti”.

Alcuni studenti poveri, costretti ad accontentarsi dei pasti frugali della mensa, rubano le vettovaglie destinate agli abbondanti pasti dei ricchi. Duonnu Pantu resta coinvolto nella bagarre e finisce in cella di rigore proprio per ordine dell’arcivescovo.

La poesia è un’arma, sia quando commuove sia quando ridicolizza, e il giovane sacerdote lo sa bene tanto che, dopo alcuni giorni di gattabuia, indirizza una supplica (Lu Mumuriale) a Sanfelice per poter ritornare “a lu biellu casale de la Grupa”.

 

[…] De lacrime copiertu, e de dolore,

Ch’ avia dintra lu core nviperatu

Iiu Piscitiellu duve Bonsegnure

Cu lu Mumuriale spampinatu:

Chistu fo lo decreto, a cca due ure

Sticchiu e Duardu vaji carciratu, _

E ColaSantu cuomu Principale

Se samina de quantu hau fatto male. […]

 

L’arcivescovo, commosso dalle parole contenute nella supplica, convoca a Cosenza il giovane prelato e gli annuncia la liberazione entro pochi giorni.

Ma la tentazione di prodursi in un’ennesima canzonatura è troppo forte e Duonnu Pantu non è tipo che sa resistere facilmente e infatti, mette sulla porta della cella un cartello con la dicitura “SI LOCA”.

Sanfelice, contrariato, riconvoca Duonnu Pantu e gli chiede il perché della scritta:

«Avete promesso di liberarmi, la prigione resta vuota: dunque s’affitta», è la risposta beffarda.

«Ebbene», replica l’arcivescovo «ci resterete Voi finché non venga il nuovo inquilino».

A questo punto la sfida entra nel vivo e Duonnu Pantu gioca un’altra carta. Il prigioniero si è accorto che nel cortile davanti alla cella si radunano tutti i giorni dei ragazzini. Li chiama, insegna loro dei versi e gli affida il compito di recitarli ogni sera sotto casa dell’arcivescovo:

 

«Bonsegnù, Bonsegnù, fùttete l’ossa/

lu vicariu allu culu e tu alla fissa/

vi ca si nun me cacci de sta fossa/

iu dicu c’hai prenatu la patissa»

 

(Monsignore, monsignore, *** le ossa

il vicario al   *** e tu alla ****

se non mi tiri fuori da questa fossa

io dico che hai ingravidato la badessa).

 

Dopo alcuni giorni di schermaglie ed estenuanti recite serali, l’arcivescovo suo malgrado cede ma non vuole capitolare del tutto. E fa una proposta a Duonnu Pantu: la libertà in cambio di una poesia dedicata alla Madonna.

Pare che Duonnu Pantu abbia eseguito l’incarico “più o meno” alla lettera, ma ovviamente non riesce a trattenere la sua vena ironica e pungente, per cui la composizione inevitabilmente devia verso la provocazione.

Di tale poesia purtroppo resta solo un verso di un’ottava, in cui il nostro racconta, a modo suo, la verginità della Madonna:

 

«E nzinca chi campau la mamma bella/

de cazzu nun pruvau na tanticchiella»

 

(E finché campò la mamma bella/

di c*** non provò neanche un poco).

 

Inutile, alle tentazioni Duonnu Pantu proprio non sapeva resistere.  E poiché si mostrò ostinato nel rifiutare di cambiare i suoi scritti, l’Arcivescovo gli strappò in faccia il sonetto vietandogli con fermezza di riscriverlo e renderlo pubblico, cosa che effettivamente non avvenne. Inoltre lo minacciò dichiarando che non lo avrebbe mai ordinato sacerdote (dato che all’epoca era ancora suddiacono) se non avesse posto fine al suo folle e immorale estro poetico o non gli avesse dato una direzione completamente diversa.

Duonnu Pantu, nonostante il suo carattere ribelle, teneva molto alla sua vocazione sacerdotale dalla quale, comunque, non avrebbe potuto più ritirarsi. Proprio quella minaccia fu l’unica efficace per convincerlo a smettere di scrivere in maniera oscena (al momento).

 

Ma l’incorreggibile fraticello trovò un escamotage per eludere ancora una volta gli ordini dell’arcivescovo…

 

Un altro anneddoto racconta che un famoso poeta napoletano (probabilmente Nicola Capasso) trovandosi di passaggio a Cosenza, abbia deciso di organizzare un’Accademia a casa di un suo caro amico, durante la quale improvvisare versi nel proprio dialetto. Un giorno, mentre era nel pieno della sua performance, si presentò il nostro Duonnu Pantu vestito da vecchio che recitò sul momento il sonetto “Jisti de pinnu”, sorprendendo tutti con l’accuratezza dei termini.

Dopo aver ascoltato quei versi, il poeta estemporaneo interruppe la sua esibizione convinto di trovarsi davanti a un rivale importante e di grande talento.

Jisti de pinnu è un sonetto particolarmente riuscito, grazie anche al suo finale spiazzante (che forse il poeta napoletano non comprese fino in fondo!):

 

[…] Fore maluocchiu! Fai viersu a lu vulu.
Avantatinne, e ncricca lu mustazzu.
Ca le Muse curtiggianu a tie sulu.
E mò chi sì puetune, anzi puetazzu,
famme na rima a stu grupu de culu,
e nu suniettu a stu curmu de cazzu!

 

([…] Senza alcuna invidia! Fai versi improvvisando,

vàntatene e rallegrati attorcigliando i baffi,

giacché le Muse corteggiano te solo.

E adesso che sei gran poeta, anzi poetazzo,

fammi una rima a questo buco di c***

ed un sonetto a questo tronco di c****!)

Il Cenacolo dei “Guapulieri”

Ad Aprigliano, Duonnu Pantu trovò un terreno fertile per il suo genio creativo. Qui si riuniva con altri intellettuali locali (per la maggior parte erano sacerdoti e frati) in un cenacolo culturale noto come quello dei “Guapulieri” (i criticoni). Tra i membri spiccavano i suoi zii Giuseppe e Ignazio Donato, latinisti e giuristi, e Carlo Cosentino, che tradusse in dialetto calabrese la “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso. Questo sodalizio non era solo un circolo di eruditi, ma un laboratorio in cui si sperimentava una nuova lingua poetica, ricca e vivace, capace di cogliere le sfumature del parlato popolare; infatti così cita il Gallucci nel suo libro “[…] scendevano spessissimo nel mercato di Cosenza per ascoltare colle proprie orecchie da’ naturali concorrenti, motti espressioni e frasi, che facevano al loro assunto […]”.

Le opere di Duonnu Pantu

Le opere di Duonnu Pantu sono un inno alla libertà e una sfida all’autorità. Tra i suoi componimenti più noti figurano “La Cazzeide” e “La Cunneide“, due poemi satirici che mescolano riferimenti mitologici e oscenità, mettendo alla berlina i costumi dell’epoca. In “La Pruvista“, invece, il poeta immagina che l’arcivescovo accolga una sua supplica, concedendogli la grazia. La sua capacità di mescolare ironia e critica sociale emerge anche nei suoi sonetti, tra cui “Jisti de Pinnu” e “Suniettu“, che sono autentiche rarità della poesia burlesca dialettale.

Una morte leggendaria

Duonnu Pantu ha affrontato la morte con lo stesso spirito irriverente che caratterizzò la sua vita. Agonizzante e circondato da amici e parenti in attesa del suo trapasso, si risvegliò di colpo per pronunciare una delle sue battute sarcastiche: “Si parrati ’i cunnu, miscatiminnici puru a mia” (Se parlate di **** fate partecipare pure me). Poi chiuse gli occhi per sempre, lasciando dietro di sé un’eredità di risate e riflessioni.

L’eredità di Duonnu Pantu

Nonostante il passare dei secoli, l’opera di Duonnu Pantu continua a esercitare fascino. Molti suoi scritti, purtroppo, ci sono giunti in forma frammentaria e alcune delle sue opere, come il poema “Calabria Rinumata“, sono andate perdute. Tuttavia, ciò che resta testimonia la sua straordinaria capacità di trasformare il dialetto calabrese in uno strumento di denuncia e incredibile bellezza poetica.

Sepolto nella parrocchia di Santo Stefano, frazione di Aprigliano, la voce di Duonnu Pantu risuona ancora oggi come celebrazione della libertà intellettuale. Con i suoi versi audaci ha dimostrato che anche dal cuore di una Calabria emarginata può nascere la cultura vibrante e rivoluzionaria.
In un mondo che spesso si piega al conformismo, il frate ci esorta a restare autentici e a saper usare le parole nel modo giusto, anche con pungente ironia, contro ogni forma di prevaricazione.

E noi, di fronte alla sua eredità, non possiamo che accogliere il suo consiglio.

 

Fonti:

 

Luigi Gallucci «Raccolta di poesie calabre – Lugano 1862»

Franco Laratta e Luca Altomare «Duonnu Pantu – Erotismo e sensualità»

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