



Alessandra D’Agostino
(Lamezia Terme CZ)
“Narrami, o Musa, l’uomo dall’agile mente che a lungo andò vagando, poi che cadde Troia”. È così che viene definito Odisseo nell’incipit del poema a lui dedicato: uomo di grande astuzia e intelligenza.
Re di Itaca, figlio di Laerte, marito di Penelope e padre di Telemaco, Ulisse, probabilmente, è la figura mitologica greca più controversa in assoluto. Amato e odiato, ammirato e discusso, lodato e criticato, alfa e omega della tradizione letteraria classica.
Ulisse è l’eroe omerico sempre attuale che ha affascinato scrittori, poeti e sceneggiatori di ogni epoca e di ogni nazionalità. La sua caratteristica predominante e vincente è la mȇtis, ossia l’intelligenza pratica che lo rende esperto nei discorsi, abile nel tramare inganni ed escogitare stratagemmi per risolvere problemi e tirarsi fuori dai guai.
Nell’Iliade, Omero lo descrive come un eroe guerriero, anche se nel corso della guerra di Troia si distingue principalmente per azioni che mettono in gioco la sua abilità retorica, la sua astuzia e la capacità di agire nell’ombra. D’altronde è grazie alla sua mȇtis che, infine, la città cade per mezzo di un inganno: il cavallo di legno.
Proprio a proposito della guerra troiana, singolare è una versione del mito che racconta come, in realtà, Odisseo cercò di sottrarsi al conflitto fingendosi, addirittura, pazzo. Si narra, infatti, che il re di Itaca avesse consultato un oracolo ricevendo come responso che, se fosse partito per Troia, sarebbe tornato in patria solo dopo vent’anni. Quando, dunque, Agamennone, insieme a Menelao e a Palamede, gli fece visita per chiamarlo alle armi, Ulisse finse di essere folle. Fu sorpreso con un cappello da contadino mentre arava un campo lanciandosi alle spalle manciate di sale. Palamede, però, non mangiò la foglia, strappò Telemaco dalle braccia della madre e lo posò per terra, davanti alle bestie legate all’aratro. Odisseo, immediatamente, arretrò tirando le redini per risparmiare il figlio, smascherando così il suo stratagemma.
La figura dell’Ulisse bugiardo e tessitore di frodi, ritorna prepotente nella tragedia di Seneca intitolata, su modello dell’omonimo dramma di Euripide, Troiane. Lo scenario è quello di Troia distrutta e delle donne che aspettano di essere portate via come schiave. Il focus della narrazione si concentra su Andromaca che ha avuto un sogno premonitore: Ettore, tra le lacrime, l’ha avvertita che un grave pericolo minaccia il loro bambino e le ha chiesto di nasconderlo in un luogo sicuro. La donna, dunque, decide di far entrare il piccolo nel sepolcro del padre. Poco dopo arriva Ulisse che chiede la consegna del bambino spiegando che l’indovino Calcante ha imposto il suo sacrificio come offerta agli dei necessaria per assicurare ai Greci un sereno ritorno in patria. Andromaca afferma che Astianatte è morto: è scomparso, forse travolto dall’incendio della città. Odisseo si rende conto che la madre sta mentendo nel tentativo disperato di salvare la sua creatura. Insiste, la interroga, ma la donna non cede. Il re di Itaca, allora, ricorre alle minacce: la sottoporrà a torture pur di avere la verità. Andromaca ribatte che la morte non le fa paura e lo giura sulla tomba e sulla memoria del marito. È un passo falso: l’astuto Ulisse intuisce che il sepolcro di Ettore può essere la chiave per arrivare al bambino e offre alla donna un’alternativa. Le dice che Calcante ha suggerito un’altra via per placare il mare: abbattere la tomba di Ettore e spargerne le ceneri sulle onde. Andromaca è posta davanti a una scelta terribile: deve decidere se sacrificare il figlio vivo o lasciare che il corpo del marito sia profanato. Ulisse capisce che la donna è alle strette, che sta per cedere, dunque ordina ai soldati di abbattere il sepolcro. Andromaca prova a mettersi in mezzo, ad ostacolarli, ma viene respinta in malo modo. Passa, così, alle suppliche: si getta in ginocchio davanti ad Odisseo, lo scongiura di avere pietà di una madre, gli ricorda che anche lui, a Itaca, ha una moglie e un figlio che lo aspettano. L’astuto eroe greco, allora, le risponde che è disposto a contrattare purché lei, prima, gli faccia vedere il bambino. Andromaca chiama Astianatte che, immediatamente, esce dal sepolcro. Lo guarda, lo accarezza e gli dice di abbracciare le ginocchia di Ulisse per chiedere pietà. Ma il re di Itaca, con l’inganno, ha già ottenuto ciò che voleva, perciò afferra il bambino e dice ad Andromaca che meritano maggiore pietà le madri cui Ettore ha ucciso i figli. La povera donna capisce di essere stata ingannata e maledice Odisseo chiamandolo “bugiardo”, “tessitore di frodi” e dicendogli che solo questo era capace di fare, non aveva mai vinto con la forza delle sue braccia, ma solo con l’astuzia e la malizia.
Dell’Odissea Ulisse e il suo “genio multiforme” sono i protagonisti indiscussi. E l’astuzia è anche la qualità che rende sua moglie il suo alter ego femminile. Penelope, infatti, è affine al marito perché trama il proprio inganno ai danni dei pretendenti.
Abile, scaltro, intuitivo, manipolatore e pieno di sé, secondo il critico letterario Francesco De Sanctis, l’eroe greco è emblema dell’uomo moderno. È importante, però, riflettere sul fatto che, nell’episodio dell’incontro con il ciclope Polifemo, Odisseo per salvarsi debba rinnegare sé stesso, deve annullarsi, deve rinunciare anche al suo nome e farsi chiamare Nessuno. È da nessuno, dunque, che il re di Itaca riesce a scampare al pericolo e a continuare il suo viaggio.
Nel 1300 anche Dante Alighieri reinterpreta la figura di Ulisse, l’eroe greco, infatti, compare nel ventiseiesimo canto dell’Inferno. Siamo nella bolgia dei consiglieri fraudolenti che sono condannati a bruciare in eterno in una fiamma che li rende irriconoscibili. Sono nessuno, sono fiamme. Dante ne narra la morte: incapace di frenare la sua smania di conoscenza, Ulisse spinse i suoi compagni oltre le colonne d’Ercole naufragando poco prima di poter sbarcare sull’isola dove si trovava la montagna del Purgatorio. Per Dante il “folle volo” del re di Itaca rappresenta la volontà di superare i limiti umani sine gratia, senza virtù, privo del sostegno della grazia divina.
Nella letteratura post-dantesca, Ulisse viene citato da Ugo Foscolo nel sonetto A Zacinto dove l’eroe greco diventa metafora della condizione umana e dell’esilio.
Giovanni Pascoli ne L’ultimo viaggio, il più ampio e significativo dei Poemi Conviviali, descrive la delusione dell’Ulisse omerico nel rivisitare i luoghi delle sue avventure. Odisseo è un personaggio triste, pieno di dubbi, alla ricerca della propria identità. Il poeta immagina che l’eroe greco, già vecchio, riprenda la navigazione, ripercorrendo le tappe delle sue avventure. Il viaggio, però, segna la fine delle sue illusioni, poiché la sua sete di sapere, si trasforma nella consapevolezza che nessuna conoscenza certa sarà mai possibile.
C’è, poi, Gabriele D’Annunzio che vede nell’eroe omerico il modello di superuomo che sfida il destino, modello che egli stesso vorrebbe incarnare. Nel primo libro delle Laudi, Maya, il poeta immagina di incontrare l’eroe omerico che naviga in solitudine, sprezzante del pericolo, verso la pienezza radiosa della vita. Ulisse non parla con nessuno ma guarda costantemente verso D’Annunzio perché anche lui è chiamato ad andare oltre.
VIl navigare come metafora della vita è anche il tema della poesia Ulisse in Umberto Saba e dell’omonimo romanzo di James Joyce. Saba interpreta il mito di Odisseo come una costante incapacità di concludere l’ultimo momento dell’esistenza, la morte. Nell’opera di Joyce, invece, il protagonista, Leopold Bloom, è un antieroe che vive, in un solo giorno, le peregrinazioni che l’Ulisse omerico visse in vent’anni.
Anche i poeti greci dell’Ottocento e del Novecento riprendono il mito di Odisseo, basti pensare alla lirica Itaca di Konstantinos Kavafis che rende il viaggio verso l’isola metafora del viaggio della vita di cui si dovrà assaporare ogni cosa, senza temere delusioni e dolori, arricchendosi di nuove conoscenze ed esperienze. Itaca, dunque, è la conoscenza, l’approdo, il territorio di chi conquista l’esistenza.
L’eroe omerico, infine, ha affascinato anche tanti cantautori italiani. Nel 1971 Lucio Dalla, nell’album Storie di casa mia, pubblica la canzone Itaca che rievoca l’Odissea di Omero. Il brano riprende la figura di Ulisse, capitano che risolve con astuzia ogni avventura, ma dal punto di vista dei suoi marinai che hanno il dovere e la responsabilità di salvarsi per sfamare le loro famiglie. Nel 2004 Francesco Guccini, nell’album Ritratti, pubblica la canzone Odỳsseus in cui narra, attraverso echi letterari molto conosciuti, le tribolazioni del viaggio e la curiosità che spinge il viaggiatore ad andare sempre oltre sé stesso. Immagina il suo Odisseo navigare contro voglia… nel mare Ulisse si perde, non ricorda più e continua a navigare senza sapere da dove viene e dove sta andando.
Dopo questo breve excursus letterario e musicale, possiamo quindi affermare che Ulisse è, e sarà sempre, un personaggio multiforme e, come tale, verrà per sempre amato e odiato al tempo stesso.
E per voi lettori chi è Odisseo? Marito fedele, figlio devoto, padre amorevole o subdolo mentitore, consigliere fraudolento e seduttore fascinoso? Chissà, forse, anche lui, proprio come tutti noi, è un mistero insondabile, un uno, nessuno e centomila, per utilizzare le parole di Luigi Pirandello, che, comunque, non smetterà mai di appassionarci e farci sognare.






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