ERES MI GALLO
- Un Mondo a colori




Diandra, il tuo percorso artistico attraversa cinema, scrittura e produzione. Come è iniziato tutto e quando hai capito che raccontare storie sarebbe diventato il centro della tua vita?
Ciao, grazie per questa bellissima intervista! L’inizio di tutto non ha un aneddoto netto, ma ci sono tanti tasselli che si sono uniti nel tempo. Da piccola, il mio sogno era aprire un teatro in cui gli animali, grazie a una specie di pistola magica, potevano parlare, cantare, cambiare forma e colore. I miei genitori, probabilmente per evitare che passassi le giornate nel retro del loro negozio a guardare i cartoni, mi regalarono una macchina da scrivere di Barbie, e fu lì che abbozzai i miei primi deliri su carta. In quel periodo posso vantarmi di averli fatti ridere molto. Poi arrivò la danza: una ragazzina del palazzo di fronte aveva l’abitudine di mettersi a ballare sul tetto del condominio con una radio, invogliandomi a scoprire cosa si provasse a fare danza o teatro. Prima dei diciannove anni non avevo mai pensato, nemmeno una volta, di fare cinema, ma quando vidi Eyes Wide Shut ebbi qualcosa come uno shock estetico. Nel mio caso specifico credo che ci si renda conto che raccontare storie sia il centro della propria vita non quando si comincia, ma durante il percorso: se non faccio nulla di creativo quasi ogni giorno, la vita quotidiana diventa vuota e opaca.
Sei cofondatrice di Demodami Studios insieme al regista David Milesi. Com’è nata questa collaborazione e quale visione condividete per il vostro cinema?
A diciannove anni presi un diploma da ballerina e uno al liceo classico, poi partii per Roma per studiare storia del cinema con degli amici. Purtroppo, nessuno di loro ha poi continuato il suo percorso artistico. Ci sta cambiare idea quando si è così giovani, ma per una testarda come me è stata una ferita profonda. Pochi anni dopo andai a Milano, per studiare ancora, stavolta editoria (ho sempre amato l’università). Cominciai a girare qualche horror e qualche poliziesco, e fu lì che conobbi David. Tra noi nacque un’intesa profonda, tra la reciproca ammirazione e l’intenzione di personalizzare il nostro cinema. Prima di Dead Star creammo un format su Youtube chiamato Tinte Noir in cui raccontavo casi di cronaca nera o storie misteriose, ma dopo un anno ci mettemmo subito a lavoro per fare principalmente film. La visione di Demodami Studios nasce dall’incontro tra il cinema d’autore europeo, da Fellini a Godard, e un racconto che passa sempre attraverso il corpo, la parola, la storia concreta.
Il vostro primo film, Dead Star, ha viaggiato in numerosi festival internazionali ed è arrivato su Prime Video. Che esperienza è stata vedere un progetto così personale prendere forma e incontrare il pubblico?
Dead Star è stato portato avanti attraverso mille difficoltà, personali e globali. Il film è stato girato nell’arco di quattro anni, posso dire che è il progetto con cui siamo passati dall’essere ragazzi all’essere adulti. La lavorazione ha subito rallentamenti significativi a causa del Covid-19 e della guerra in Ucraina, eventi che hanno limitato gli spostamenti di diversi membri del cast, dato che alcuni di loro vivevano in diverse parti d’Italia o in Russia. Tutta la parte girata all’Art Mall di Milano, ad esempio, non era prevista nella sceneggiatura originale, ma è nata come risposta a quelle circostanze. Anche le riprese stesse non erano momenti sereni. La casa di Stella era davvero della mia famiglia all’epoca. Mentre giravamo la scena in cui Stella cerca di impedirne la vendita, ho scoperto che la casa era stata venduta e che non l’avrei più rivista. Quel film è l’unico modo che ho per sentire che quel luogo mi appartiene ancora. Al momento dell’uscita eravamo molto preoccupati per la resa finale: avevamo sempre percepito il film come un’opera plasmata dagli eventi più che dalla nostra visione iniziale. Per questo siamo rimasti davvero sorpresi dai premi ricevuti ai festival e dalle recensioni positive di testate come Taxi Drivers e Nocturno. Anche la risposta del pubblico è stata calorosa, francamente mi aspettavo che passasse molto più in sordina.
Per il ruolo di Stella in Dead Star hai vinto il New Jersey Film Awards come miglior attrice protagonista. Che tipo di personaggio è Stella e cosa ti ha lasciato interpretarla?
Stella è un personaggio complesso. È un’attrice senza ingaggi che torna a casa dopo la morte del padre, in un contesto familiare difficile. In apparenza sembra fragile, ma nel corso della storia si rivela una mente lucidissima e calcolatrice, capace di manipolare chi le sta intorno, in particolare Tommaso, il suo ex fidanzato, attraverso una logica ferrea più che attraverso la seduzione. Davanti a una situazione insostenibile decide di prendere il controllo in modo radicale, trascinando chi le sta accanto in scelte che ridefiniscono ogni confine etico e morale. Sono cresciuta insieme al personaggio: la Stella del 2018 non era la stessa degli ultimi giorni di set. Ho dovuto gestire le sue contraddizioni, la vulnerabilità e la ferocia, spesso nella stessa scena. È un personaggio che ti costringe a confrontarti con il lato più oscuro delle motivazioni umane, con quella zona grigia in cui le scelte peggiori sembrano le uniche possibili. Mi ha insegnato che i personaggi più interessanti sono quelli che devi capire da dentro per renderli credibili. Il premio al New Jersey Film Awards è stato la conferma inaspettata che quel lavoro fosse arrivato al pubblico.
Il tuo cinema affronta spesso temi come identità, desiderio e solitudine. Perché senti il bisogno di esplorare proprio queste dimensioni dell’esperienza umana?
Perché sono emozioni che conosco bene. Vengo dalla danza classica: il corpo è stato il mio primo strumento espressivo, e nel corpo certe cose le senti prima ancora di saperle nominare. Sono cresciuta a Manduria, una città dove non mi sono mai sentita a mio agio, e ancora meno mi sentivo bene nel mio contesto famigliare. Quando finalmente sono partita non ho sentito nostalgia, ma sollievo. Tuttavia, la sensazione di solitudine è venuta con me, ha cambiato forma, si è infilata anche nelle città nuove, nelle amicizie nuove, nei set. Quell’esperienza si è riversata nei miei romanzi e poi nel cinema, insieme a David e a Demodami Studios. Nel nostro primo film abbiamo raccontato il confine sottile tra realtà e finzione, tra chi siamo e chi vorremmo essere. Nei nostri personaggi c’è sempre qualcuno che desidera intensamente qualcosa e, in quella tensione, si ritrova solo. E la verità è che quella solitudine non è solo materia da sceneggiatura, ma è qualcosa che vivo tuttora, spesso. I traguardi sono reali, e ne sono orgogliosa, ma non cambiano quello che senti dentro. Puoi vincere un premio e tornare a casa con la stessa sensazione di essere fuori posto che avevi a tredici anni. Credo che chi fa questo mestiere, chi racconta storie per vivere, porti con sé una specie di scollamento permanente tra il mondo interiore e quello esterno. E forse è proprio quello scollamento che ti spinge a scrivere, a girare, a cercare nelle storie una connessione che nella vita di tutti i giorni fai fatica a trovare.
Parallelamente al cinema scrivi narrativa. Nei tuoi romanzi – come Tequila Suicide, Artemis’ Cabaret e L’Uomo di Spine – emerge uno stile molto crudo e intimo. Quanto cambia il tuo modo di raccontare una storia quando passi dalla pagina allo schermo?
Per molto tempo ho pensato che romanzo e sceneggiatura fossero due forme di scrittura completamente diverse, ma con l’esperienza ho capito che non è così. Il punto di partenza è sempre lo stesso: una profonda analisi dell’umano. Nei romanzi tendo ad andare dritta al punto senza mezze misure. I miei libri toccano argomenti delicati con un linguaggio semplice e crudo. Gideon in Tequila Suicide sbaglia, cade, si disprezza, ma si rialza, e noi con lui. In Artemis’ Cabaret il tono diventa più malinconico, racconta di cose perdute e insegna a fare buon uso del dolore. Con L’Uomo di Spine ho voluto spingermi ancora oltre, dentro un futuro cupo dove un poliziotto reietto affronta i propri demoni nel confine sottile tra giusto e sbagliato. Il libro è come un monologo interiore, la sceneggiatura è un’esperienza più esterna e percettiva, ma al contrario di quello che si pensa può essere godibile quanto un romanzo. Lo scorso anno abbiamo pubblicato la sceneggiatura di Die by Desire con una casa editrice anche se non abbiamo ancora girato il film, volevamo vedere come avrebbe reagito il pubblico, e i lettori sono stati molto meravigliati e incuriositi all’idea di fare questa esperienza inusuale.
Oggi il cinema indipendente italiano vive una stagione complessa ma anche molto creativa. Dal tuo punto di vista di autrice e produttrice, quali sono le sfide più grandi per chi vuole fare cinema fuori dai circuiti mainstream?
Le sfide sono essenzialmente due, e sono legate tra loro. La prima è trovare i fondi, convincere chi ti sta di fronte che il tuo progetto merita fiducia. La diffidenza è quasi automatica perché il nuovo spaventa, è nella natura umana. La seconda sfida è costruirti un pubblico. Non uno generico, ma il tuo, persone che credono in quello che fai e ti seguono nel tempo. Il mio obiettivo negli anni è anche quello di arrivare a realizzare progetti ad alto budget. In Dead Star c’è già una piccola intenzione di andare in quella direzione, una voglia di cinema grande, anche quando le risorse sono ancora piccole. C’è anche un aspetto pratico che oggi gioca a nostro favore, e che spesso si sottovaluta: molte cineprese usate a Hollywood si trovano ormai sul mercato dell’usato a poche migliaia di euro. Parlo di marchi come Arri e Red, che fino a pochi anni fa erano impensabili per una produzione indipendente. Noi stessi abbiamo girato con più Red. Ovviamente una cinepresa da sola non fa un film, ci mancherebbe, ma è un segnale importante: le barriere tecniche si stanno abbassando, e questo apre possibilità enormi per chi ha le idee ma non ha ancora i grandi budget.
C’è un tema o una storia che senti di voler raccontare nei tuoi prossimi progetti cinematografici o letterari?
Sì, e per la prima volta posso dire che il futuro ha una forma abbastanza chiara. Sul fronte del cinema, con David e Demodami Studios stiamo preparando due film. Il lungometraggio su cui siamo focalizzati ora è A Beautiful Hell, una storia ambientata tra Venezia e il Tennessee che racconta di una ragazza americana, Anya Birds, che sogna il cinema e finisce per innamorarsi di una regista italiana, Mia Anastasia. Il secondo è uno spin-off a basso budget, Die by Desire, che racconta il passato di Mia e della sua amica Vera. Sul fronte della scrittura, vorrei scrivere il romanzo di A Beautiful Hell. Non ho ancora mai fatto il film e il romanzo della stessa storia, e forse adesso è il momento di provarci. I temi di queste nuove storie sono coerenti col passato: i personaggi devono lottare per costruirsi un’identità, far fronte alla solitudine e a un mondo troppo duro per riuscire a combatterlo da soli. Stavolta affronteremo i legami umani con un respiro più ampio e meno cinismo rispetto ai lavori passati. E non ho dimenticato L’Uomo di Spine: Gerardo Sordino ha ancora molto da raccontare. In futuro voglio giocare molto sui mille modi in cui libri e film si possono incontrare. Ho persino pensato di mescolare l’universo di Dead Star con quello de L’Uomo di Spine, e nella sceneggiatura di A Beautiful Hell ho inserito alcuni elementi di Tequila Suicide. Perché limitarsi a un solo universo, a una sola forma, quando puoi farli parlare tra loro?
Se dovessi definire con poche parole la tua poetica artistica, cosa diresti a chi si avvicina per la prima volta al tuo lavoro?
Non prometto storie comode, ma prometto che non vi annoierete. Mi piace l’idea di concentrare tutto, di non lasciare un secondo di respiro, di farti entrare in una storia e non mollarti finché non è finita. È come prendere uno schiaffo: non dura a lungo, ma te lo ricordi. So che questo approccio non piace a tutti, e in effetti una cosa che mi sento dire spesso è che non lascio abbastanza tempo per restare dentro le emozioni e metabolizzarle. È un’osservazione che riconosco completamente, ci sta. In futuro voglio provare una via di mezzo: essere più distesa con i tempi, dare più aria ai personaggi e a chi li vive, ma senza perdere il mordente.
Tutto questo accade a Bergamo, e non a Roma o Los Angeles. Come si concilia tutto questo con una vita normale?
Bergamo mi ha sorpresa. In Puglia, dove sono nata, si girano tanti film ma affermarsi è difficile. Roma è il motore del cinema ma è anche molto disordinata, per questo me ne sono andata dopo qualche anno. Anche se ho una casa a Milano e un amore profondo per quella città, che mi ha ospitata per oltre un decennio, mi sono trasferita a Bergamo con David per seguire i nostri progetti quotidianamente e per stare vicino alla sua famiglia, a cui sono legatissima. Si può pensare che qui non ci sia un grande scenario cinematografico, ma è proprio a Bergamo che ho trovato possibilità concrete: c’è una dedizione al lavoro che per un’artista è fondamentale, ci sono poche ma eccellenti realtà culturali come il Bergamo Film Meeting e il Lab 80. Non nego che in futuro ci sposteremo ancora: entrambi pensiamo di andare in America, dove non siamo mai stati. Nel frattempo, la nostra vita è normalissima: siamo una giovane coppia, siamo zii, abbiamo un gatto e un coniglio che ci tengono compagnia mentre scriviamo sceneggiature in soggiorno. Ogni tanto qualcuno ci chiede come sia possibile fare film da Bergamo. La risposta è: con una buona connessione internet, molta testardaggine e un coniglio che non giudica le prime stesure.


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