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INFANZIA, DISSIDENZA E SCRITTURA: TONTA DE CAPIROTE E JUAN SIN MIEDO NELL’ANTROPOLOGIA DELL’INTENSITÀ DI IDA GRAMCKO

L’opera di Ida Gramcko costituisce una delle indagini più radicali sulla soggettività nella letteratura venezuelana del XX secolo. Letti insieme, Tonta de capirote e Juan sin miedo configurano un dittico centrale del suo corpus, in cui autobiografia e finzione continuano a operare come forme complementari di conoscenza. Entrambi i testi elaborano la stessa esperienza vitale da registri diversi: la memoria autobiografica e la narrazione simbolica. In questo intreccio, l’infanzia emerge come principio attivo di percezione, etica e scrittura.

In Juan sin miedo, l’infanzia si presenta come una coscienza aperta al mondo, esposta senza difese all’esperienza. Juan conosce perché sente, e sente senza mediazioni. Il romanzo insiste su questa disposizione radicale: “Juan miraba las cosas como si acabaran de nacer”, segnala la voce narrante, sottolineando una percezione che non è ancora stata addomesticata dall’abitudine né dall’utilità. L’apprendimento di Juan non avviene nella scuola né nella morale adulta, ma in quel contatto spontaneo e diretto con la natura, i miti, il corpo e lo stupore.

Questa stessa forma di percezione attraversa Tonta de capirote. L’autobiografia non ricostruisce un’infanzia idealizzata; è piuttosto un’esperienza segnata dall’estraneità e dall’intensità. La narratrice riconosce precocemente il proprio disallineamento rispetto al mondo: “Yo no entendía lo que los otros entendían”, scrive, indicando una differenza che non viene vissuta come scelta, ma come condizione di vita. L’infanzia appare così come uno stato di estrema vulnerabilità, ma anche come una forma privilegiata di conoscenza.

La relazione tra i due testi è diretta. Juan funziona come figura simbolica della bambina che in Tonta de capirote si nomina da sé. Il romanzo finzionalizza ciò che l’autobiografia espone; l’autobiografia conferma che il romanzo non opera come allegoria astratta, ma come trasposizione poetica di un’esperienza reale. Quando in Juan sin miedo si afferma che la paura non era in Juan, era negli altri, si formula, in chiave narrativa, la stessa consapevolezza che nell’autobiografia si riconosce come estranea ai codici della normalità.

Da questa prospettiva, Tonta de capirote può essere letta come un’autobiografia dissidente. Dissidente rispetto ai modelli tradizionali del genere e rispetto ai dispositivi sociali di normalizzazione. Gramcko rifiuta la cronologia lineare e l’idea di un’identità coerente e progressiva. La memoria si organizza in frammenti, scene, stati di coscienza. La verità non risiede nel dato biografico, ma nella fedeltà all’esperienza interiore.

Questo gesto dialoga profondamente con María Zambrano, per la quale la scrittura autobiografica è una forma di ragione poetica, un modo di pensare a partire dall’esperienza vissuta e non dal concetto astratto. Come Zambrano, Gramcko scrive da un luogo in cui pensiero e sensibilità non si separano. La vicinanza a Clarice Lispector si manifesta nell’attenzione estrema agli stati minimi di coscienza, a quell’istante in cui il mondo si fa insieme estraneo e rivelatore. Come in Lispector, la percezione corporea diventa via di conoscenza: “Sentía demasiado”, riconosce la narratrice, senza chiedere assoluzione per quell’eccesso.

Con Virginia Woolf condivide la consapevolezza che l’autobiografia non può fissare un’identità stabile. La vita appare attraversata da fratture, silenzi e zone di opacità. Tuttavia, Gramcko radicalizza questa tradizione rifiutando l’idea di superamento dell’infanzia come fase della vita. Nella sua scrittura non esiste riconciliazione con il mondo adulto.

La nozione di antropologia dell’intensità permette di integrare Tonta de capirote e Juan sin miedo in un unico quadro interpretativo. Entrambi i testi descrivono una forma di vita caratterizzata da un’intensità percettiva, affettiva e simbolica costante nel tempo. Il soggetto gramckiano percepisce senza ammortizzatori. Il piacere, la paura, lo stupore e la solitudine si sperimentano con la stessa densità.

Tonta de capirote mostra il costo vitale di questa forma di esistenza, che interpreto come neurodivergente; l’ho già spiegato in saggi precedenti. La stanchezza, l’incomprensione, la fragilità emergono senza veli. Juan sin miedo ne rivela invece la potenza simbolica: la possibilità di una relazione con il mondo non mediata dalla paura di sentire. Insieme, le due opere configurano un’etica della scrittura intesa come pratica di sopravvivenza. Scrivere non è tanto una vocazione estetica, quanto una necessità vitale. “Scriveva per non scomparire”, potrebbe riassumere il gesto che attraversa tutta l’opera.

In questo senso, la scrittura di Ida Gramcko si colloca fuori dalle tradizioni letterarie centrate sulla rappresentazione realista o sull’affermazione identitaria. La sua opera propone un’etica della fedeltà all’esperienza interiore, anche quando tale fedeltà implica fragilità, isolamento o incomprensione. In Tonta de capirote e Juan sin miedo, l’infanzia, la dissidenza e l’intensità sono forme di conoscenza. In questa radicalità risiede la singolarità e la vitalità della sua scrittura.

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