ERES MI GALLO
- Un Mondo a colori




Ida Gramcko (1924-1994), figura straordinaria della letteratura venezuelana del XX secolo, ci offre in Tonta de capirote una peculiare autobiografia che, oltre alla narrazione di aneddoti, si configura come un manifesto di introspezione e di riflessione sul linguaggio e sulla sua capacità espansiva. Pubblicato nel 1972, questo breve romanzo autobiografico racchiude le esperienze e le meditazioni della Gramcko da una prospettiva profondamente riflessiva e poetica.
La vita di questa scrittrice si distingue per una creatività inesauribile e per una genialità che la pone in rilievo tra gli autori della sua generazione. La sua penna versatile la conduce a padroneggiare molteplici generi letterari, dalla narrativa alla poesia, passando per il saggio, la critica letteraria e d’arte, nonché la drammaturgia. Accanto alla produzione propriamente letteraria, si cimentò anche nel giornalismo, rivelando un’acuta percezione del reale e facendo luce sulle complessità del suo tempo.
In Tonta de capirote, Ida Gramcko racconta episodi della propria infanzia, adolescenza e maturità. Adotta uno stile che intreccia elementi narrativi e componenti poetiche, creando un’atmosfera sospesa tra il reale e l’immaginario. L’autrice dispiega una serie di aneddoti e ricordi che, pur sembrando talvolta marginali, sono carichi di un simbolismo che invita a comprendere il funzionamento della sua mente e la sua straordinaria maniera di sentire la vita, mettendo in relazione aspetti tra loro apparentemente opposti o privi di senso per la maggior parte delle persone.
L’opera si apre con un’evocazione dell’infanzia della Gramcko, segnata dal suo peculiare modo di interpretare il mondo e dal costante attrito con il pensiero normalizzato. Racconta di aver appreso l’alfabeto attraverso le insegne delle strade: «L’alfabeto? Sulle insegne delle strade. Due file di case innalzate come grandi pagine con A di dogana (), C di confetteria e B di biblioteca. Così potei leggere e scrivere con caratteri a stampa» [1]. Questo frammento riflette il suo metodo autodidatta di apprendimento, nonché la sua capacità di scorgere bellezza e significato nel quotidiano.
L’autrice utilizza un linguaggio semplice ma denso di immagini poetiche, che consentono di intravedere il suo mondo interiore. Ammette che le è difficile essere ironica, come chiarisce nel capitolo «Las bombas de papel»; ne riporto qui un frammento: «Allora, volendo essere ironica — quanto mi è sempre costato esserlo! —, quando telefonavano insistentemente per invitarci a un ricevimento, mormoravo: — Di’ che siamo in riparazione. Ma non potei esserlo a lungo.» (p. 89).
Non è sua intenzione essere spiritosa, come afferma nel capitolo «El tren azul-La rueca». Cito: — «E che cosa ha visto? —domandarono—. Accademie, edifici d’altri tempi, il teatro? Deve condurre una vita assai movimentata e interessante. Che cosa le manca?» Dissi: — «La pagoda.» Risero. — «Magnifica la sua battuta.» Non sapevo quale fosse la battuta. Non ne avevo fatta alcuna. E quando tornai, raccontai al giornalista dell’ombrello: — «Hanno riso molto; pare che abbia detto una battuta.» — «Pagoda, ricordi —spiegò— significa tempo. Ha detto che le mancava il tempo.» Non era pagoda, ma tempo. Tempo, il tempo, i miei anni, la mia età, il calendario… Un giorno sarei morta. Inoltre, riflettei, se il tempo lo chiamano pagoda, forse l’eternità la chiamano moschea. Ma che cos’era l’eternità? Non esistevano forse la carogna e la putredine? — «Sei assorta nei tuoi pensieri. Ecco che arriva il nostro amico. Andiamo al cinema.» (p. 81).
Vediamo come l’autrice, a partire da una semplice conversazione in cui la comunicazione non riesce a compiersi, si astragga fino a sfociare in una meditazione filosofica sul tempo e sulla morte.
In quest’opera si coglie come Ida Gramcko trasformi l’ordinario in straordinario. L’autrice racconta episodi apparentemente comuni — come la visita a un negozio o il ritrovamento di un ramo in un torrente — ma li investe di un’aura quasi mistica: «Un’altra volta, in campagna, vidi un ramo scendere lungo una gola trascinato dalla corrente. Un ramo fresco, sul punto di schiudersi in boccio. Non riuscii a raggiungerlo e qualcuno, con sarcasmo, disse: “Va’ all’inizio del canalone e lì lo prenderai. Con la corrente il ramo ritorna.” Feci come dicevano e tutti mi indicavano ridendo. In verità sono sempre andata controcorrente. E contro ciò che è corrente».
Si tratta di un’affermazione che testimonia il suo spirito indipendente e divergente, oltre a mettere in luce la sua capacità di conferire profondità anche alle esperienze più semplici. La Gramcko potrebbe essere stata, secondo quanto oggi si ipotizza, una persona neurodivergente [2]. Nella sua opera esplora il rapporto con il linguaggio e la sua ricezione letterale nelle interazioni quotidiane, in contrasto con la straordinaria facoltà immaginativa e associativa di cui era capace. In Tonta de capirote troviamo numerosi esempi di come il suo modo di intendere parole ed espressioni si discosti dal canone neurotipico [3], conducendola a riflessioni profonde e spesso critiche nei confronti della società e delle sue convenzioni. Questa prospettiva singolare diviene così uno strumento potente per mettere in discussione le strutture normative, tanto in ambito educativo quanto in quello sociale.
In Tonta de capirote compare una dedica allo scrittore e pittore Denton Welch (1915-1948), che sottolinea come entrambi siano entrati nell’istruzione formale già in età adulta e condividano una sensibilità spiccatamente nostalgica. La Gramcko, al pari di Welch, utilizza la scrittura come mezzo per scoprire e condividere generosamente con gli altri il funzionamento del proprio mondo interiore, con intelligenza e stile. William S. Burroughs disse a proposito di Welch: «Uno scrittore così meraviglioso: riesce a rendere unica qualsiasi cosa. Gli scrittori che si lamentano di non avere nulla di cui scrivere dovrebbero leggere Denton Welch». Sono certa che avrebbe detto lo stesso di Ida, se l’avesse letta.
Approfondendo la figura di Welch, ho scoperto che scrisse numerosi diari (dal 1942 fino alla sua morte nel 1948) e racconti autobiografici. Dopo aver letto il racconto intitolato «Fantasmi», incluso nel volume La palabra odiosa, in cui Welch narra la prima volta che scrisse un racconto e il professore decise di leggerlo ad alta voce davanti all’intera classe, risulta evidente perché Ida si senta affine a lui e gli dedichi questo libro: «Tutto andò bene finché lesse: “il vello della mia pelle si rizzò”. Una risata immediata esplose in tutta l’aula e alcune voci gridarono: “Oh, no, Welch, davvero si è rizzato?”, “Oh, Welch!”. Affrettandomi imprudentemente a difendermi come scrittore, per rimandarli alla mia augusta fonte, protestai: —Ma è nella Bibbia! Potete leggerlo lì. Questo provocò una seconda ondata di risate, mormorii e scherni. Pensai: “Che ridano. Tutto è ridicolo, se vuoi che lo sia”. E perfino io stesso cominciai a ridere…»
Tornando a Ida Gramcko e al suo libro, desidero esprimere la mia ammirazione e devozione per quest’anima di diamante. Un essere umano che, al di là del tempo e dello spazio, sento vicino quando ci dice nel capitolo finale «La corona y el mar»: «Ebbene, io sono così. Forse si tratta di un candore grande quanto un elefante. O di un’ingenuità andina: lo dico per la sua grandezza, un’innocenza come una catena montuosa. E questo porta alle capirotadas. Che ridano. Che importa? Ora so che mi vogliono bene. Ora so che mi rimpiangono. E mai in modo comune. Ora so che do. Ora conosco la mia offerta. Non le attribuirò aggettivi: inaudita o insolita. Ma, in fin dei conti, li ho già messi. E va bene così.» (p. 134).
Ingenuità, tenerezza, trasparenza, purezza: tutte caratteristiche che non si accordano con il ritmo dei tempi postmoderni, con la superficialità e la banalizzazione dell’esistenza. Un’innocenza che suscita risate e scherni. E la sua nobiltà è tale da perdonare queste derisioni e trovare pace nella certezza della sua “offerta”. Quando una persona cresce sotto uno sguardo beffardo, inizia a percepirsi come “dispersa”, “diversa”, o, nelle parole di Ida, “inaudita”, “insólita”. Mi rallegra che lei non abbia ceduto, abbia ascoltato la propria intuizione, seguito il proprio percorso creativo con audacia e realizzato testi ibridi e geniali, come quelli in cui unisce il teatro alla lirica, o questo stesso libro, dove la sua autobiografia diventa romanzo, diario di viaggio e prosa poetica. Mi conforta sapere che la sua energia creativa e attiva abbia prevalso nonostante tutti gli avvenimenti della vita e che abbia avuto persone accanto a lei che l’hanno sostenuta e amata con devozione.
Proseguendo la lettura di questo capitolo si trova la spiegazione del titolo dell’opera: «Va bene così. Non mettiamoci solenni. Per concludere, mi rallegra sapere che non mi servirebbe a nulla essere zarina o ambasciatrice, perché sono soltanto, oltre a “tonta de capirote”, qualcosa che ho pensato poco tempo fa, nel momento in cui un professore, tutto pedante, esclamò: —Io sono stato Summa Cum Laude nel mio paese. E cosa pensai? —Io sono solo un poeta con la luce—. E questo è ciò che sono: solo un poeta con la luce. E basta, come dice un mio grande amico quando si trova antipatico. Del resto, questo mio amico, l’unico, il migliore, è affascinante e intelligente. Ed è stato lui a darmi il titolo di questo libro.» (p. 135).
In occasione del centenario della sua nascita, nel 2024, LP5 ha pubblicato la seconda edizione di questa meravigliosa autobiografia. Si tratta di una testimonianza profonda e preziosa della vita della nostra cara, sempre presente, Ida Gramcko.
Lo stile unico dell’autrice, in cui convergono diversi generi, e il suo indubbio talento nel trasformare il quotidiano in qualcosa di trascendente, rendono questo volume un’opera fondamentale per comprendere la sua persona e la sua opera. Gramcko ci invita a seguirla nel suo viaggio retrospettivo, mostrandoci il mondo attraverso i suoi occhi e chiamandoci a scorgere bellezza e significato negli angoli più inattesi della vita.
Note
[1] Capitolo «La diligencia». Tonta de capirote, LP5 Editora, 2024. [2] La neurodivergenza è un concetto che riconosce e celebra la diversità dei cervelli umani e dei loro modi di pensare, apprendere e comportarsi. Si riferisce alle variazioni naturali nel funzionamento neurologico che esistono tra le persone. Questo termine è stato coniato dalla sociologa australiana Judy Singer alla fine degli anni ’90 ed è stato fondamentale nel movimento per i diritti umani delle persone con differenze neurologiche. [3] Neurotipico è un termine utilizzato per descrivere le persone il cui sviluppo neurologico e funzionamento cognitivo si conformano alle norme stabilite dalla società.
Bibliografia
Armstrong, T. (2018). Il potere della neurodiversità. Le straordinarie capacità nascoste dietro l’autismo, l’iperattività, la dislessia e altre differenze cerebrali. Edizioni Paidós; Featherston, S. (Trad.). (2021). La parola odiosa (La Tercera Editora). Racconto “Fantasmi”; Gramcko, Ida. Tonta de capirote. Santiago del Cile: LP5 Editora, 2024.
Emerografia
Stockard, E. (2017). The Journals of Denton Welch: Material Culture and Trauma. The Cambridge Quarterly, 46(1), 21-38. Oxford University Press.


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