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RIFLESSIONI SUI FIGLI DI P.

Umanità sottilmente sfacciata. I figli della signora P., come dovremo chiamarli d’ora in avanti, sono i roditori della civiltà, poiché, ovunque tu sia, ce ne sarà uno in giro, indetectabile, in attesa del suo momento per fare ciò che sa fare.

La colpa, l’impeccabile colpa: la croce dell’età moderna. Oggi è quasi impossibile vivere senza di essa. La colpa, nella sua esistenza multiforme, è la causa ultima a cui attribuiamo tutto ciò che è privo di spiegazione e senso, o ciò che non vogliamo riconoscere. La colpa è costituita da noi stessi: le paure che non affrontiamo, le insicurezze lasciate lungo il cammino, le certezze di non aver agito secondo il dovere, tutto ciò che abbiamo desiderato e non abbiamo realizzato. Di fronte al difficile compito di inventare tante scuse, meglio la colpa, unica e indivisibile, che tutto sopporta.

La colpa è la risposta naturale alla mancanza di cause esterne. Quando ci troviamo davanti all’assenza di un colpevole esterno, allora ci troviamo di fronte allo specchio e iniziamo ad avere un’idea delle vere cause. Facile è l’additamento: quelli e non noi; in questo modo e non in un altro. Tutto è prospettiva, soggettività e opinioni. Guardando una formica che trasporta dieci volte il proprio peso mentre trascina il corpo ancora vivo di un altro insetto, quale ragionamento ti invade: la giustificazione della formica che persegue ciò che le conviene, o la vittimizzazione del corpo abbattuto dalla sua circostanza. Prospettiva, occhi fatti sentimento.

Ma è possibile vivere senza soggettività? I figli della signora P. hanno una particolarità: non si legano. Perché? perché chiunque si sia unito a un altro essere umano soffre di una condizione che dobbiamo chiamare “necessità”. Hai bisogno di provare determinate emozioni; hai bisogno di convinzioni riguardo agli altri; hai bisogno di spazio e attenzioni allo stesso tempo; in generale, hai bisogno.

Quelli che mentono per mestiere, quelli che fanno del male senza scrupoli, quelli che non hanno morale né codici, quelli privi di senso umano, quelli che non si fermano e continuano, quelli che non continuano e si fermano, tutti complici. Quelli senza anima, quelli a cui non importa nulla.

Si riconoscono nello sguardo: non in quello che ti si conficca davanti negli occhi, ma in quello che scivola via, che non incontra mai il tuo perché è troppo occupato a calcolare il riflesso del proprio tornaconto. Sono quelli che abitano il mondo come se fosse un tesoro da prendere, non una casa in cui vivere: questi li chiamiamo figli di puttana.

Non è un insulto banale. Nel profondo, è una categoria filosofica. Designa coloro che hanno fatto un patto faustiano non con il diavolo, ma con il nulla. Hanno guardato l’abisso e, invece di provare vertigine, hanno visto un affare.

Il figlio di puttana non è semplicemente colui che agisce male; il male, a volte, ha grandezza, ha l’ombra tragica di Lucifero, la convinzione deformata di un inquisitore che insegue una forma di eroismo. Al contrario, questi non fa patto con il male, ma con il nulla. Non immagina idee di grandezza, ma di affari e interessi; è meschino, non titanico.

Per la filosofia, l’essere umano è un progetto, un essere abbandonato all’esistenza per costruirsi. Il figlio di puttana invece non si costruisce, è un parassita, un necrofago che si costruisce sugli altri. Così, la sua malvagità non è passionale, è amministrativa; è la sua politica ontologica, la menzogna il suo ossigeno, il tradimento il suo meccanismo di ascesa.

I figli della signora P. sono ovunque: è il collega che ti sorride mentre tiene una lama nella schiena; l’erede che rimbomba come eco nelle orecchie di un anziano per impossessarsi di beni o monete; il collega delatore che spezza l’amicizia per compiacere il padrone. Sono i veri paria, non quelli marginali per povertà o stranezza, ma gli spietati, che vediamo, parlano e vivono apparentemente come noi, come copertina della loro bibbia disonesta. A differenza di un uomo qualunque, il figlio di puttana non soffre per le proprie azioni, ma solo quando queste non gli portano il beneficio atteso.

Purtroppo, questa categoria umana è tra le più reali dell’esistenza. Li intravediamo ovunque esista qualcosa di vero: amore, amicizia, potere, perché sembrano nutrirsi della scintilla divina delle emozioni più sublimi. Tuttavia, la loro permanenza ha permesso di apprendere una lezione amara: il patto morale della lealtà tra persone non risponde a un codice di sangue, ma è una fragile costruzione che va difesa ogni giorno da chi ne fa parte.

L’importanza di questa riflessione non è ciò che questi esseri sono o non sono, ma in cosa noi diventiamo di fronte a loro: complici silenziosi? vittime disarmate? riflesso di ciò che in parte portiamo dentro? La cosa curiosa è accorgerci di come, pur sapendo che esistono, pur conoscendoli, siamo comunque capaci di tendere la mano, di fidarci, di amare e rispettare. E proprio questo sembra essere il vero gesto di ribellione contro i figli di puttana: persistere nell’ostinata dimostrazione che non siamo uguali a loro, anche quando ciò comporta la rottura interna delle nostre illusioni.

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